Alzheimer: il ladro dei ricordi

40395
Scarica il podcast dell'articolo

di Alberto Aiuto

Negli ultimi cento anni gli antibiotici, le vaccinazioni e un significativo miglioramento dei presidi igienici hanno fatto molto per ridurre la mortalità infantile;

la chirurgia e i farmaci (specie per le malattie cardiovascolari e per il diabete) riescono a portarci in buona salute nella terza età.

Negli ultimi vent’anni abbiamo registrato notevoli passi avanti nella lotta ai tumori (si pensi ai tumori della prostata e del seno).

Rimane la malattia di Alzheimer, descritta nel 1906, di cui conosciamo poco sia delle cause che dei possibili trattamenti.   

Oscar Wilde scrisse che la memoria è il diario che ognuno di noi porta sempre con sé.

Può però capitare che qualche volta si perda. All’inizio scompare l’ingrediente di una ricetta.

Poi una strada della città in cui si vive. Poi, un episodio della vita.

Alla fine sono i ricordi, le persone care, i movimenti più semplici come quello di scrivere o mangiare.

Questa perdita della memoria è spesso causata dalla malattia di Alzheimer, lo psichiatra e neuropatologo tedesco, che per primo riscontrò in una donna di 51 anni diversi sintomi fra cui la perdita di memoria a breve termine.

Oggi questa patologia è un’epidemia silenziosa che in Italia colpisce circa mezzo milione di persone, destinate a triplicare nei prossimi decenni.

Molto rara sotto i 65 anni, aumenta progressivamente con l’aumentare dell’età, per raggiungere una diffusione significativa nella popolazione oltre gli 85 anni.

In assenza di trattamenti efficaci e delle enormi risorse sociali, emotive, organizzative ed economiche, necessarie per la sua gestione, che ricadono in gran parte sui familiari dei malati, è una delle patologie a più grave impatto sociale del mondo.

Lo stato dell’arte delle terapie anti-Alzheimer

La ricerca scientifica è molto attiva.

È sempre più chiaro il ruolo degli accumuli della proteina beta-amiloide che soffocano e distruggono i neuroni cerebrali (presenti nell’ippocampo e nell’amigdala), importanti per la memoria.

Chi ne soffre, fatica soprattutto a ricordare eventi recenti e a imparare nuovi concetti (per esempio, cosa ha mangiato il giorno prima o una frase letta o ascoltata da poche ore).

Partendo da questo presupposto è stato sviluppato un anticorpo monoclonale (aducanumab, Aduhelm).

Questo anticorpo, diversamente dai farmaci sintomatici attualmente in commercio, riduce l’amiloidosi cerebrale agendo dunque direttamente sulle cause della malattia.

Il farmaco, approvato lo scorso 7 giugno dalla FDA (Food and Drug Administration), l’agenzia del farmaco americana, è indicato agli esordi della malattia, nei pazienti con lieve declino cognitivo, e non per le persone in fase più avanzata.

Negli studi di Fase 3, dopo 78 settimane dall’inizio del trattamento, le placche amiloidi si sono ridotte del 30% nei pazienti trattati con l’aducanumab rispetto al gruppo di controllo.

La possibilità di demolire le placche amiloidi è stata ben dimostrata, ma non è detto che questo porti poi a un effettivo rallentamento del declino cognitivo.

Tale beneficio dovrà essere dimostrato entro 9 anni e se la sperimentazione “post-marketing” sarà inconcludente, l’Fda potrà ritirare l’approvazione.

La speranza è che l’uso di questo farmaco porti agli stessi risultati ottenuti per ridurre le malattie cardiovascolari, per le quali si usano spesso le sostanze che riducono il colesterolo nel sangue, uno dei più importanti fattori di rischio.

La notizia è stata accolta con fiducia dalle associazioni dei malati di Alzheimer e dei loro familiari.

Infatti ciò significa guadagnare tempo prezioso e per riorganizzare la propria vita prima che la malattia passi agli stadi successivi.

Alberto Aiuto

Tempo di lettura: 2’00”

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.