Antonio o’pazzo, La Baby gang e il mondo dei disabili

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Di Claudio Razeto

“Una Supernova che esplode è muta perché nello spazio non esiste il suono”

Ersilia Vaudo Scarpetta, astrofisica, Chief Diversity Officer all’Agenzia spaziale europea.

Il povero Antonio Stano il pensionato morto a Manduria, detto il pazzo dai suoi giovanissimi persecutori era un disabile psichico.  Non era muto come una supernova ma era ammalato.

Lo hanno ammazzato le violenze, le percosse, oltre allo stato di abbandono in cui era stato lasciato.

Alcuni dei ragazzini che lo picchiavano, facendolo vivere in uno stato di terrore, erano minorenni.

Le famiglie – stando agli inquirenti dell’indagine giudiziaria –  non sono state in grado di educare e controllare questi giovani che ora sono in carcere.

Antonio era un povero essere lasciato solo. Perseguitato per gioco da una baby gang. Ma soprattutto era un disabile.

“La disabilità è una questione di percezione. Se puoi fare anche solo una cosa bene, sei necessario a qualcuno”. E quindi non sei disabile. O almeno non del tutto.

Non lo ha detto uno psicologo, ma la campionessa di tennis Martina Navratilova.

Alex Zanardi, campione di automobilismo noto per le vicissitudini seguite ad un gravissimo incidente, oltre che per la sua incredibile reazione che ne ha fatto un vero record man con disabilità ha scritto:

“Quando mi sono svegliato senza gambe ho guardato la metà che era rimasta, non la metà che era andata persa”. Non è da tutti.

La disabilità è un impedimento biologico permanente o temporaneo che ostacola o blocca la totale efficienza corporea di un individuo.

Essere o diventare invalidi, disabili o diversamente abili, vuol dire essere privi o aver perso qualcosa.

E’ un danno ai sensi o alle capacità, acquisite attraverso di essi, che determina un peggioramento dello stile di vita di chi ne è affetto.

Se siete in salute e perfetta efficienza fisica provate a girare bendati per casa, o con un arto bloccato, la bocca tappata, l’udito impedito forzatamente, tentate di camminare su una gamba sola o a muovervi su una sedia a rotelle.

Vivrete quello che alcune persone, più sfortunate di voi, colpite dal destino o dalle vicissitudini della vita, provano ogni santo giorno che Dio manda in terra.

Spesso li incontrate in fila alla cassa del supermercato, all’entrata del vostro condominio, alle poste, per strada, ai giardinetti.

Quelli messi peggio spinti sulla carrozzina dalla badante.

Sono uomini e donne, giovani e vecchi. Apparizioni fugaci per chi è impegnato a vivere la propria quotidianità tra ufficio, palestra, bambini da portare a scuola, aperitivo o cena con gli amici e tutto quello che rende un’esistenza basata sul benessere economico ma anche fisico.

Persone che, nei casi più gravi, possono anche turbare la nostra visione della vita, da cui ritrarre lo sguardo, o commiserare in silenzio, lasciando la sensazione che per fortuna a voi, ai vostri cari non è capitato niente del genere. Perché siete normali e state bene.

Un po’ come un mendicante a cui magari allungate la mano con qualche spiccio.

Solo che queste persone non chiedono nulla.

Stanno male, si vede e tanto basta per mettervi a disagio. Anche se sono ben vestiti, puliti, curati, visibilmente non bisognosi se non di assistenza, cure o anche solo della capacità di fare uno sforzo che permetta di superare un handicap debilitante.

Perché lo sanno tutti: i soldi senza la salute servono ma non bastano a rendere una vita felice.

Gli antichi la chiamavano Eudemonia, la felicità intesa come “fine ultimo assegnato agli uomini e alle loro azioni”.

Il demone buono, del benessere e della felicità.

Beh, a chi vive per sua sfortuna questa esperienza, Eudemonia ha voltato le spalle, lasciando queste persone in balia di un disagio che a volte non si colma nemmeno con la ricchezza più ingente.

Sono disabilità che possono menomare i 5 sensi attraverso i quali viviamo, vista e udito, ma anche olfatto, gusto e tatto.

Poi ci sono le abilità che di solito apprendiamo crescendo come:

  • camminare e muoversi correttamente
  • parlare e pronunciare suoni articolati che vanno dal discorso al canto, alle lingue straniere. alla recitazione. Gli uomini possono parlare, gli animali no
  • pensare e ragionare, altra caratteristica della specie umana

I nostri 5 sensi sono un privilegio offerto alla specie umana dall’habitat in cui vive, dal nostro pianeta che con la sua morfologia ci permette di respirare, muoverci sostenuti dall’apparato scheletrico e grazie alla forza di gravità, di annusare quello che la natura ci offre e gustarlo col cibo.

Perdere uno dei sensi o delle nostre abilità rende l’essere umano non normale, disabile, invalido.

Se fossimo entità spaziali, come una supernova, probabilmente saremmo muti perché nello spazio non esistono suoni.

Ma sulla Terra servono tutti e ci definiscono come normali o normodotati.

Se non li hai sei invalido.

Ritrovarsi in questa situazione può capitare a chiunque.

Inabilità causate da gravi patologie, da traumi o da incidenti che a volte aspettano gli esseri umani dietro l’angolo imposti da circostanze avverse o da altre persone, cattive dentro come gli aggressori di Manduria.

Il contrario del bene e del bello egli antichi.

Secondo Bebe Vio, altra campionessa di resilienza e reazione positiva alle difficoltà imposte dalla malattia: “Esistono due tipi di atteggiamenti di reazione alla disabilità:

  • quello dei rancorosi, arrabbiati col mondo per quello che gli è successo
  • quello dei solari che decidono di vivere questo problema come una nuova opportunità”

E poi, sul fronte opposto,  ci sono le reazioni degli altri, di quelli normali.

“Chi soffre – mi ha detto una logopedista – è in difficoltà ma mettiti nei panni della persona sana che ti guarda.

E’ in difficoltà quanto lo sei tu. Non sa cosa fare, come trattarti, come non lo sa il disabile”. Magari basterebbe trattare queste persone con un po’ di educazione e civiltà.

La disabilità viene vista dal punto di vista medico, sociale, dei diritti civili e di inclusione, culturale e anche economico.

Il fenomeno invalidi vive spesso di stereotipi.

Dalla concezione di soggetti deboli, bisognosi di cure, tutela e assistenza, a quella di eroi, fino a quella ben peggiore di un mero costo per la collettività.

L’INPS, l’ente che su indicazione delle Commissioni medico legali della ASL, eroga gli assegni di assistenza agli invalidi, nel 2016 segnalava che le pensioni agli invalidi civili erano 2.980.799.

Una spesa complessiva di circa 14 miliardi di euro all’anno. Un costo che si pensa di tagliare aumentando i controlli per ridurre le truffe dei cosiddetti “falsi invalidi”.

I media denunciano regolarmente e con particolare eco lo scandalo dei furbi, degli scrocconi dell’invalidità, il cieco che guida o il paraplegico che gioca a tennis, fino ai falsi tagliandi per parcheggiare l’auto.

Questi soggetti fanno un grande danno alla collettività.

Ma fanno notizia. Meno clamore e attenzione meritano le difficoltà degli invalidi, quelli veri, che si scontrano prima con la diffidenza ormai congenita della burocrazia, e delle istituzioni, fossilizzate sul costo economico e sui tagli ai bilanci di assistenza e sanità.

Col sospetto di chi li guarda come potenziali truffatori in cerca di un assegno e prestazioni.

Poi, per fortuna raramente, con l’atteggiamento delle persone abili e normali in una società che esalta il bello edonistico e che non è educata a rapportarsi con queste persone.

Fino a che si finisce in cronaca per una storia assurda e inaccettabile come quella di Manduria.

La storia di Antonio o’pazzo, picchiato prima e dileggiato sui social.

Una storia che può rendere un disabile più rancoroso che solare e che può far pensare “Sono invalido da poco e già quelli sani…mi stanno sulle scatole”.

Claudio Razeto

Tempo di lettura: 1’45”

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