Bisogna essere negativi ma positivi

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di Gaetano Buompane

Gli esperti dicono che sarà una primavera capricciosa. Freddo e tempo instabile ancora per un paio di settimane. Ossia, in questi tempi difficilissimi la primavera, come canta Battiato, tarda ad arrivare. Non raggiungeremo il tanto atteso cambiamento percorrendo un rettilineo in discesa dopo una curva a gomito. No. Ci vorrà ancora molta pazienza e zigzagare tra mille ostacoli e buche sull’asfalto che alle volte sono vere e proprie voragini. Dopo quasi 3 milioni di morti nel mondo per colpa del Covid, quel rassicurante “Andrà tutto bene” sembra uno scherzo di cattivo gusto. Ovunque si sono viste scene apocalittiche. In Brasile centinaia di persone sono morte per mancanza di ossigeno, finendo la loro esistenza boccheggiando come pesci fuori dall’acqua. Difficile pensare di morire in maniera più atroce. Per contro la scienza, sotto la pressione pandemica, ha fatto passi da gigante facendo uscire il vaccino in tempi record. Ah, beata ingenuità, esclameranno in molti. I laboratori non si sarebbero mai scapicollati per produrre un vaccino e fatto a gara per essere i primi a metterlo a disposizione se non ci fossero di mezzo una valanga di soldi. Ognuno la pensi come vuole. La situazione in cui ci siamo infilati è così drammatica che angustiarsi su chi ne ha tratto profitto forse non è poi così importante. Adesso è il momento in cui bisogna essere positivi, cioè negativi ma positivi. Sì insomma, avete capito. Non so voi, ma uno che mi è sempre sembrato positivo è Valentino Rossi, un eterno ragazzino che guidando tra mille ostacoli, accelerando in curva e superando in maniera spericolata gli avversari è diventato negli anni un idolo nazionale. E come non può essere positivo un uomo che ogni volta che infila il naso sulla pista mette in conto anche la possibilità di non riuscire ad arrivare vivo al traguardo. Simbolo di una vita al massimo Valentino oggi è un’altra persona. A farlo improvvisamente maturare nonostante i suoi 42 anni suonati non è stato il corso naturale delle cose, quanto l’essersi beccato il Covid. I timori di inizio gara cancellati dall’adrenalina della competizione non sono niente in confronto al rimuginare sulla propria fine per interminabili giorni in completa solitudine. Guarda un po’ te la stranezza della vita. Più che la paura di un fatale capitombolo a 200 km all’ora c’è voluto un virus per far esplodere in lui il desiderio di mettere la testa a posto, dare una decelerata e avere dei figli. Che poi, a pensarci bene, è molto di più che essere positivi, è un po’ come dare una pista alla morte.

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