Intervista a Maurizio De Giovanni

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Parlare di Maurizio De Giovanni oggi vuol dire entrare nelle case degli italiani.

Dopo gli enormi successi editoriali dei suoi romanzi, infatti, hanno scoperto e respirato, grazie alle due contemporanee riduzioni televisive, lo stile unico ed eclettico del romanziere napoletano.

Artista capace di raccontare nelle sue diverse trasposizioni temporali le meraviglie e le contraddittorietà che da sempre si celano all’ombra del Vesuvio.

Dopo i grandi ascolti delle due stagioni dei Bastardi di Pizzofalcone, in cui un manipolo di poliziotti reietti e declassati cerca un riscatto in uno sgangherato Commissariato ubicato nella periferia morale di Napoli, Maurizio cala ben due assi per RaiFiction.

In contemporanea su Raiuno sono uscite:

  • le storie dell’assistente sociale Mina Settembre,  ultimo ciclo letterario in ordine cronologico partito con due racconti seguiti da due romanzi, e quella
  • del famigerato Commissario Ricciardi che ha dato il là alla sua folgorante ascesa arricchendosi di dodici perle letterarie da lasciare ai posteri.

Ascolti record per entrambe le produzioni.

Frutto di un notevole materiale narrativo, di una produzione e di un casting di altissimo livello.

Proiettano ancora una volta Napoli quale condensatore per antonomasia di storie e sentimenti universali.

Non c’è altra città al mondo in grado di racchiudere e far convivere in modo così ravvicinato tutto il bene e il male possibile dello scibile umano.

Maurizio De Giovanni, con la sua penna delicata, osserva, pedina e fondamentalmente ama i suoi personaggi.

Ce li fa vivere e assaporare puntando dritto al cuore di chi legge raccontando la loro gioia e il loro dolore nel vivere, mostrandone le pulsioni e gli istinti insiti nel loro animo che ne muovono l’agire.

Questa sua poetica straordinaria ha inchiodato oltre sei milioni di spettatori davanti allo schermo:

Che si tratti del tocco contemporaneo, leggero e popolare della Napoli di Mina, o di quello, ostico, cupo e fascista degli anni Trenta di Ricciardi il risultato non cambia.

Maurizio De Giovanni col suo manuale di sintassi emotiva permea nelle nostre coscienze avviluppandoci alle sue dinamiche narrative.

Un’assuefazione agrodolce alle quale è difficile resistere se non lasciandosi trasportare dalle onde che bagnano il golfo di Napoli seguendone la scia.

Un linguaggio nuovo ed inedito e una sostanziale ventata nuova per la Tv generalista un po’ troppo ancorata a sé stessa e ai suoi clichè, a tratti stantii e molto spesso standardizzati.

L’autore napoletano vince e convince con la sua freschezza d’animo e di penna.

Men’s life ha avuto l’onore e il piacere di condividere insieme a lui alcune riflessioni sul rapporto sinergico e conflittuale che lega due media così diversi e sempre alla ricerca di un centro di gravità permanente.

Gentile, cordiale, umile e denso di serenità, questo è Maurizio:

Un uomo per nulla inebetito dal suo successo e in cui pulsa un ricco universo interiore sempre a caccia di nuove idee e nuove storie da raccontare.

Buongiorno Maurizio, che dire. Le due fiction tratte dai tuoi romanzi hanno sbancato ottenendo dati di ascolto straordinari.
Te lo aspettavi?
Cosa attrae così tanto delle tue storie?

Partiamo dal fatto che già la fiction sui Bastardi aveva avuto un ottima media di ascolti, per cui è una sorpresa relativa, quello che invece è impressiona è la contemporaneità delle due serie su cui vanno fatti dei necessari distinguo.

Mina è un prodotto più affine ai volti della tv generalista, una commedia contemporanea, lieve e sentimentale che può incontrare i gusti del grande pubblico.

Però ci tengo a dire che anche qui delle novità ci sono, perché in primis lei non è un investigatore, ma un’assistente sociale che ha due relazioni con due uomini diversi e che sostiene delle piccole illegalità, giuste dal suo punto di vista, ma comunque contrarie alla legge.

Pur con quel tocco leggero e borghese affronta tematiche non proprio consone al palinsesto di rai uno proponendo di fatto qualche punto di rottura e di originalità rispetto ai canoni tradizionali.

Ricciardi invece, è un caso completamente diverso.

Assolutamente si.

Ricciardi è un prodotto qualitativo, complesso e di difficile approccio perché mancano proprio i punti fondanti del giallo classico.

Qui nessuno spara, nessuno insegue, non c’è sangue o splatter, non ci sono effetti speciale o scene di sesso, per cui non era affatto scontato che raggiungesse gli ascolti che ha ottenuto battendo, dati alla mano, la grande ammiraglia del Grande Fratello.

Questo conferma con veemenza e chiarezza che il pubblico non deve per forza avere nutrirsi di materiale di grana grossa e di scarsa qualità, Ricciardi lo dimostra ed è a mio avviso una piccola rivoluzione sulla quale bisognerebbe riflettere.

Quando raggiungi oltre sei milioni di ascolti, con un prodotto del genere dove oltre ai dialoghi e ad una ricostruzione storica c’è poco altro vuol dire che hai toccato le corde giuste che lo spettatore ha saputo apprezzare.

Per questi motivi sono molto soddisfatto di questi risultati, che erano prevedibili ma per niente scontati.

Nella saga di Ricciardi, la soluzione del caso è uno degli aspetti della storia, ma le vicende dei personaggi e dei loro umani sentimenti scorre come un fiume parallelo che avvolge e pervade tutto il racconto.
Amore, dolore,vita, morte, paura, fame: temi universali che affronti col tuo tocco unico e inconfondibile. E’ questo il suo reale valore aggiunto?

Certo, queste storie sono basate sui sentimenti, sulle emozioni e sulle passioni che le contraddistinguono come un vero e proprio marchio di fabbrica, e poi con Ricciardi io racconto un’ennesima faccia di Napoli, quella fascista degli anni trenta.

Una Napoli, emotiva, sentimentale, dignitosa e miserabile che ci racconta un’altra epoca, mentre nei Bastardi e in Mina racconto altre due Napoli, contemporanee ma diverse l’una dall’altra e questo è un tratto sintomatico ed evidente dell’unicità della mia città, che non è mai la stessa e può mutare forma guardandola ogni volta da una prospettiva diversa.

Il fatto di aver ottenuto degli ottimi risultati con tre tipologie diverse è di per se un fatto notevole.

Narrativa e grande schermo vanno a braccetto di pari passo, questo ormai è un fattore consolidato. Due forme diverse, ma compatibili a tuo avviso?

Io sono uno scrittore e sono interessato a portare avanti le mie storie e i miei personaggi, è per loro che scrivo, non per i lettori.

Questa motivazione è il pilastro che muove il mio lavoro, per me la tv è un corollario, un prodotto secondario e derivato che niente ha a che vedere con la mia linea narrativa che è incentrata sui protagonisti dei miei romanzi a cui devo gran parte dei miei racconti.

E’ chiaro che l’intreccio tra pagina scritta e immagini ha diverse forme e  peculiarità, ma raccontare storie è e rimane il punto essenziale sul quale focalizzo la mia attenzione, e non ho francamente altri intenti.

Napoli, set e cartolina vivente, si presta come accennavi prima a mille sfaccettature, che tu cogli in varie declinazioni. E’ un set naturale per sua vocazione?

Napoli può prestarsi a mille definizioni:

E’ di sicuro unica e diversa dalle altre perché è una capitale di un sud povero che appartiene ad un sistema occidentale ricco.

Vive essenzialmente dell’assenza delle Istituzioni statali che latitano ancora, è ricca di storia, di cultura, di bellezze naturali, gastronomiche, archeologiche, artistiche a cui fa da contraltare un abbandono e un degrado che si concretizza in una drammatica dispersione scolastica di cui vive la criminalità organizzata.

In quest’ottica Napoli propone contrasti e conflitti che sono all’origine delle mie storie, per cui raccontarla è stimolante e sempre nuovo.

Io ne descrivo tre, ma se allarghiamo il raggio d’azione a prodotti come l’Amica Geniale o Gomorra, e  potremmo andare avanti per ore, desumiamo che Napoli è così raccontabile e raccontata perché è in possesso di un’identità composita e plurale, assolutamente straordinaria.

Il livello qualitativo dei format televisivi in generale? Soddisfatto, deluso?

Soddisfattissimo direi senza ombra di dubbio.

Ottime le regie e la qualità del girato, mentre sugli attori va fatto un discorso a parte, perché ovviamente tutti noi lettori assoceremmo ai vari personaggi volti diversi in linea con la nostra immaginazione.

Rispettando il lavoro dei registi e dei direttori del casting posso dire che le scelte sono state a mio avviso molto positive innanzitutto perché Napoli possiede un parterre di attori di livello eccelso, sfido chiunque a trovare un’altra città dove anche un attore minore che ha una sola battuta o un minuto a disposizione sia così straordinariamente efficace nella sua interpretazione.

Questo non esiste da nessun’altra parte e ci tengo a dirlo non per campanilismo, ma perché questa città produce una quantità di maestranze artistiche uniche ed introvabili in altre realtà.

Straordinari ovviamente anche Gassmann, Guanciale e la Rossi, ma il vero valore aggiunto è la straordinaria coralità di questo intero cast, davvero impressionante.

La lettura è il tuo pane quotidiano, perché uno scrittore è in primis anche un grande lettore.
E’ rimasta l’unica attività che ci obbliga a concentrarsi su noi stessi senza distrarci?
E’ un antidoto alla fruizione mediale distratta che ci attanaglia?

Assolutamente si, soprattutto in questa fase pandemica che ci obbliga a rimanere in casa a contatto con noi stessi.

Si distingue facilmente oggi il lettore dal non lettore, perché chi legge è tendenzialmente in pace con se stesso e con i propri equilibri perché è abituato ad immaginare e a vivere nell’immaginazione, ed è in un certo senso facilitato nel sopportare l’isolamento, cosa che riesce molto più difficile a chi non è avvezzo alla lettura che di certo soffre questa fase avendo meno punti di riferimento.

Le fasi di scrittura in cui ti immergi per portare avanti le tue storie, come le gestisci e su quali basi   riprendi il filo precedentemente interrotto?

Riparto senz’altro dalla storia e quando mi avvicino ai personaggi e ai loro intrecci li seguo affacciandomi ad un’ipotetica finestra che lo scrittore ha a disposizione e attraverso la quale guarda i suoi personaggi vivere.

In un certo senso rimango un testimone, non un demiurgo, e credo fortemente che il bello dello scrivere sia l’avere rispetto per quello che stai raccontando e per i loro protagonisti.

E’ a mio avviso un lavoro artigianale più che artistico, ma non altera più di tanto la mia routine per cui non vado in una sorta di cattività immersiva col pigiama e la barba incolta.

Girare fiction in questa fase è di sicuro maggiormente più rischioso.
Il fantasma minaccioso del Covid19 è sempre dietro l’angolo.
Hai assistito ad alcune scene sul set o preferisci non farti vedere?

Non vado mai durante le riprese, non mi sembra giusto perché la vedo un’invasione in un campo che non è il mio e non lo trovo corretto.

Io sono l’autore e non voglio creare tensioni emotive sugli attori che potrebbero sentirsi investiti di una responsabilità maggiore e questo potrebbe essere negativo un fattore negativo.

C’è stata massima attenzione durante le riprese, ci sono stati un paio di stop che hanno creato grande angoscia a chi stava lavorando sul set, ma per fortuna sono stati brevi e non hanno più di tanto ritardato le tempistiche previste.

Torniamo in chiusura a Ricciardi.
La serie Tv si chiude sul sesto libro lasciando gli spettatori nell’incertezza più totale.
Cosa possiamo dirgli?
Leggete nel frattempo gli altri sei romanzi e aspettate serenamente la seconda stagione?

Ci sono altri sei romanzi e dodici racconti da leggere per cui materiale a disposizione ce n’è, poi vedremo il da farsi per una o più successive stagioni, io sono qui e credo che il successo di questa prima parte farà muovere le acque.

Se così sarà bisognerà ripartire da dove abbiamo interrotto, ma conoscendo i tempi televisivi ci vorrebbero almeno due anni in tempi normali per chiudere una seconda stagione, per cui è difficile fare previsioni a lunga gittata finché il virus girerà ancora tra noi.

In autunno andrà in onda la terza serie dei Bastardi di Pizzofalcone col mio amico Gassmann col quale c’è un meraviglioso rapporto di stima e collaborazione che si è concretizzato con la trasposizione della mia opera teatrale Il silenzio grande, che diventerà un film da lui diretto circolando a breve nei maggiori festival internazionali.

Non posso, prima di salutarti, non farti una domanda sul tuo Napoli.
Stagione da archiviare e ciclo finito?
Da dove si riparte?

Si bisogna archiviare questa stagione e portarla a termine dignitosamente lottando per l’unico obiettivo rimasto, poi è sotto gli occhi di tutti che un ciclo si sta esaurendo e che la squadra vada rifondata a giugno, senza grandi rivoluzioni, ma con un restyling importante a cui il presidente deve pensare individuando in primis la figura tecnica adeguata ad un palcoscenico come Napoli.

Il tifoso del Napoli è geneticamente portato alla sofferenza a oltranza, per cui siamo pronti a ripartire mossi dalla nostra inesauribile passione.

Fabio Bandiera

Scarica il podcast a cura di: Fabrizio Varcasia

 

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