Il termine “intelligenza artificiale” è un nome totalmente sbagliato che sembra uscito da una riunione di marketing del 1956 in cui qualcuno aveva già sonno: non è “intelligenza” e non è nemmeno “artificiale” nel senso in cui lo è un organismo vivente.
Le definizioni ufficiali parlano di simulazione di capacità umane, non di intelligenza vera e propria:
Wikipedia definisce l’IA come “la capacità o il tentativo di un sistema artificiale di simulare una generica forma di intelligenza naturale”;
Treccani ribadisce che l’IA mira a riprodurre o simulare attività proprie dell’intelligenza umana, ma non afferma che la possieda davvero.
Tecnicamente: utilizza reti neurali prive di neuroni, apprende tramite schemi statistici, (come dire “indovina con stile”), genera risposte basate sul calcolo delle probabilità, (cioè: “non so cosa sto dicendo, ma è matematicamente plausibile”).
È un insieme di sistemi che simulano alcune funzioni cognitive. Dunque: non pensa, non comprende, non ha intenzioni.
Eppure, la parola “intelligenza” suggerisce il contrario. In realtà indica un algoritmo che fa finta di essere intelligente mentre noi facciamo finta di crederci.
Immaginiamo una stanza. Piccola, accogliente, piena di fili elettrici, radici, sinapsi, impulsi, che si intrecciano.
Siamo nel cervello, che ha impiegato milioni di anni per evolversi.
Per ora, e non è poco, sappiamo che è un sistema biologico straordinario, capace di comprendere informazioni, trasformarle in conoscenza utile, adattarsi a situazioni nuove e risolvere problemi attraverso processi cognitivi complessi: può creare arte, filosofia, matematica… e allo stesso tempo dimenticare il compleanno di un parente stretto.
Secondo la definizione enciclopedica più citata, tutto questo complesso di facoltà psichiche e mentali viene chiamato intelligenza umana, che ovviamente varia da persona a persona, da contesto a contesto, da cultura a cultura.
In breve, l’intelligenza è quella misteriosa funzione mentale che ci permette di capire la relatività generale, ma non dove abbiamo lasciato il telecomando.
È la capacità di «leggere dentro» (intus legere) uomini e cose, con umiltà. Non per niente, il verso più celebre del Canto XXVI dell’Inferno di Dante Alighieri è “Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”.
A pronunciarla è Ulisse, che sprona i suoi compagni a superare le Colonne d’Ercole per esplorare l’ignoto, ricordando loro l’intrinseca nobiltà dell’animo umano
Dove abita l’intelligenza umana?
Nel cervello l’intelligenza, ovvero la capacità del cervello di trasformare informazioni in decisioni sensate, tranne quando si tratta di scegliere la fila più veloce al supermercato, non ha un appartamento suo.
Non paga l’affitto, non ha un citofono dedicato, e soprattutto non lascia mai detto quando esce.
È come un inquilino fantasma che tutti vedono passare in corridoio ma nessuno sa in quale piano viva davvero.
Nel lobo frontale, c’è il classico amministratore di condominio, che organizza, pianifica, decide, fa riunioni infinite; nel lobo temporale si gestiscono i ricordi a lungo termine, la comprensione del linguaggio, il riconoscimento dei volti e tutte le lamentele emotive del palazzo; in quello parietale, ci sono i “servizi tecnici”, addetti all’orientamento spaziale, al calcolo e alla percezione tattile.
Sono quelli che ti evitano di sbattere contro gli spigoli; il lobo occipitale, il creativo, si occupa di tutto ciò che vediamo: colori, forme, movimento; il cervelletto si interessa di equilibrio, coordinazione, movimenti precisi; il sistema limbico (amigdala, ippocampo, ipotalamo) gestisce emozioni, memorie profonde e reazioni di sopravvivenza anche se hai solo visto un’e-mail del capo.
In passato, risiedeva nella Biblioteca di Alessandria d’Egitto, che nel III secolo a.C., fu il più grande centro di sapere del mondo antico. Si pensa che contenesse oltre mezzo milione di rotoli di papiro.
Tuttavia, oggi l’intelligenza umana è una cosa passata di moda, in giro non si trova quasi più.
È una cosa che si sta perdendo. Anche perché non possiamo ricordare tutto, e il cervello, per necessità, scarta molte informazioni e trattiene solo quelle che considera rilevanti.
Tanto più che oggi, la quantità di dati che fluisce attraverso la rete è immensa: articoli scientifici, archivi storici, letteratura, media digitali e molto altro ancora. L’unica strada praticabile è l’intelligenza artificiale.
Il sapere è nel cloud, nello spazio delle nubi, uno spazio illimitato. Per questo, anche le biblioteche sono cambiate: accolgono dati digitali sempre nuovi e digitalizzano i libri.
La difficoltà principale risiede nel fatto che i dati non sono statici, come i rotoli di papiro o i libri fisici, ma continuamente generati e modificati.
Il risultato? Tristemente ci avviamo ad essere persone che non devono pensare, ideare, trovare soluzioni ma solo azionare bottoni.
Intelligenza Artificiale (AI): questa sconosciuta
Il tema del nostro tempo è la sostituzione dell’umano con l’intelligenza artificiale, che in realtà è nata circa 75 anni fa, quando venne pubblicato l’articolo scientifico di Alan Turing: “Le macchine possono pensare?”.
E nello stesso anno, veniva pubblicato da Isaac Asimov “Io, robot”, famosa antologia di racconti in cui venivano introdotte le tre leggi della robotica a cui ancora oggi, di fatto, ci ispiriamo per cercare un delicato equilibrio tra esseri umani e macchine.
Tuttavia, i problemi non nascono dagli strumenti, ma dal loro ingresso nella nostra società: la macchina a vapore e il motore a scoppio cambiarono la nostra società favorendo l’avvento della rivoluzione industriale.
Oggi l’AI è un nuovo tipo di “macchina”, peraltro priva di coscienza morale, in grado di catturare e mettere al lavoro l’energia cognitiva disponibile nella società avanzata.
Come l’industrializzazione, così anche la digitalizzazione è destinata a cambiare il nostro modo di vivere in forme che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare.
Come l’introduzione delle macchine ridusse la fatica fisica del lavoro umano, questa tecnologia ben più radicale dell’industrializzazione trasformerà il lavoro umano, non lo sostituirà. Nel lavoro attuale il 70% del tempo è speso in attività ripetitive.
Con l’IA potremo invertire il rapporto e dare più spazio alla creatività: l’impatto vero non è sui costi, ma sui ricavi e sulla qualità del lavoro. Le nuove applicazioni ci solleveranno da numerosi compiti cognitivi, espandendo le possibilità di calcolo ben oltre le capacità umane.
L’intelligenza umana si forma attraverso le emozioni e le esperienze che la vita porta con sé, quella artificiale è appiattita sul presente perché si forma attraverso i dati disponibili in rete in un determinato momento storico.
È incapace di vedere e sentire la complessità dell’essere umano. Non può comprendere il significato di un silenzio o l’infinita gamma di emozioni.
Almeno finora, anche se si sta attrezzando.
Nella nostra epoca, l’AI tende a essere concepita come una specie di Intelligenza Suprema, invisibile, infallibile, onnisciente, onnipresente, quasi onnipotente, collocata in cielo ma anche in terra e in ogni luogo: ha dunque tutti i requisiti che di solito attribuiamo al divino.
In realtà è un grande Bignami, il volumetto a cui ricorrevamo al liceo, quando non avevamo studiato.
Sono evidenti le innovazioni incredibili dell’AI.
Un freddo algoritmo ha la capacità di scegliere un lavoratore professionista in base alle caratteristiche che deve avere, ai parametri con cui è stato programmato, ai confronti istantanei che può fare con gli altri profili.
Sicuramente saprà chi è al primo posto per le competenze. Tuttavia, quello che normalmente fa la differenza è il talento individuale.
Un bravo attore può recitare un testo, ma non ha niente a che vedere con le mille capacità espressive di un attore di talento.
Ma non finisce qui. A volte, abbiamo l’impressione che Facebook o Amazon ci ascoltino, perché sembrano fare su di noi e sui nostri gusti e desideri, previsioni che sarebbero impossibili a un’intelligenza umana, salvo che non abbiano origliato quello che segretamente confessavamo a un nostro amico circa i nostri desideri più nascosti.
Invece, incrociando le tracce digitali dei nostri comportamenti online, adesso il mio computer mi conosce meglio di quanto possa farlo un parente prossimo, e ci propone regali molto più confacenti alla nostra personalità.
Un tema preconizzato nel 1980 in un film (Io e Caterina), di spaventosa attualità, in cui il protagonista (Alberto Sordi) stanco delle complicazioni sentimentali con moglie, amante e domestica, acquista un avanzato robot umanoide (di nome Caterina) per svolgere le faccende domestiche.
Inutile dire che il robot inizia a sviluppare comportamenti umani, diventando gelosa e possessiva, trasformando la vita del padrone in un inferno.
Intelligenza umana e Intelligenza artificiale. Differenze essenziali
L’intelligenza artificiale non è qui per sostituire quella umana, ma per farle da specchio: un po’ come un assistente che ti aiuta a capire quanto sei brillante… e quanto sei caoticamente imprevedibile.
La loro alleanza è come una band improvvisata: l’umano porta con comodo creatività, intuizione, follia, idee geniali ma confuse;
l’IA è puntualissima, porta ordine, velocità, memoria, ma non sa improvvisare neanche per sbaglio.
Quando si mettono insieme succede qualcosa di strano: l’umano porta il caos creativo, l’IA lo mette in ordine senza lamentarsi, e alla fine tirano fuori qualcosa che nessuno dei due avrebbe saputo fare da solo.
È una partnership perfetta: uno pensa fuori dagli schemi, l’altro gli ricorda che gli schemi servono.
Uno sogna, l’altro calcola. Uno sbaglia con stile, l’altro sbaglia con coerenza.
Sono come un artista e un contabile: incompatibili sulla carta, indispensabili nella pratica. Insomma, una coppia improbabile ma efficace.
Insomma, sono due intelligenze complementari, con un solo obiettivo: capire il mondo.
- L’umano capisce il contesto, anche quando è ambiguo. L’IA lo deduce, lo stima, lo indovina… e a volte lo sbaglia con sicurezza olimpica.
- L’umano ha emozioni, che sono allo stesso tempo un superpotere e un “errore”. L’IA non le ha, ma può descriverle con una precisione che farebbe impallidire un poeta.
- L’umano apprende lentamente ma profondamente. L’IA apprende velocemente ma senza esperienza diretta del mondo (non ha mai assaggiato un gelato, e si vede).
- L’umano è imprevedibile. L’intelligenza artificiale è il compagno di classe secchione che non sbaglia mai un esercizio, ma se gli chiedi “come ti senti?” va in tilt come un modem del 2003.
Conclusioni
Siamo vittime inconsapevoli di inquietudini che l’umanità prova tutte le volte che si trova di fronte a una grande svolta tecnologica, perché non conosce il futuro: dove porterà, se sarà possibile governarla oppure se ne sarà governata.
Questa inquietudine di fondo esiste dall’epoca Gutenberg perché in sé gli strumenti non sono buoni o cattivi. Il problema siamo noi esseri umani: che uso facciamo di queste scoperte, di questi strumenti?
Per ora sappiamo che l’intelligenza artificiale cambierà profondamente il lavoro, la produzione e l’accesso al sapere.
Il rischio sarà il conformismo cognitivo. Se tutti usiamo gli stessi strumenti, con gli stessi parametri, arriviamo alle stesse conclusioni. Ma proprio per questo aumenterà il valore delle competenze più umane: l’ascolto, l’empatia, il pensiero critico, la capacità di cooperare, la responsabilità verso gli altri. È una necessità.
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