Un’epidemia millenaria..non parliamo di Covid19

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di Alberto Aiuto

La malaria è nata migliaia di anni fa.

La parola deriva da “mal’aria”, ed è nata a Venezia, nel 1571.

Negli ultimi 25 anni, ha ucciso nel mondo oltre 20 milioni di persone, il 90% delle quali in Africa.

Distratti dal coronavirus e dalle legittime riflessioni sull’anniversario della Liberazione, il 25 Aprile è passata sotto silenzio la Giornata mondiale della malaria.

Eppure questa è una malattia con cui convivono oltre 2,3 miliardi di persone (il 35% della popolazione mondiale), e che colpisce ogni anno, nel silenzio generale, 230 milioni di persone e ne uccide 430 mila, quasi 1200 al giorno.

Al confronto, se non fossero anch’essi drammatici, Totò definirebbe i 2,5 milioni di contagiati e i 200mila decessi da Covid-19 (speriamo una tantum) quisquilie, bazzecole, pinzillacchere.
La particolarità della malaria è che esiste da sempre:

Sembra che la morte precoce del faraone Tutankhamon sia stata causata dalla malaria.

Ippocrate, 4 secoli avanti Cristo descriveva gli effetti di febbri si manifestavano ogni tre o quattro giorni, chiamate rispettivamente terzana (maligna) e quartana (benigna).

Due secoli dopo, Galeno ipotizzò che la malattia venisse contratta respirando i miasmi delle zone con acque stagnanti e paludose.

Da cui la definizione “mal’aria”,  a partire dal XVI secolo.

In effetti questa malattia è dovuta a un parassita, il Plasmodium falciparum, che si propaga a causa della puntura delle zanzare femmine Anopheles nelle regioni tropicali e subtropicali del mondo

La patogenicità della malaria è aumentata con lo svilupparsi dei primi insediamenti agricoli umani nelle zone prima occupate dalle foreste umide.

Naturalmente l’organismo di chi vive in quelle aree ha cercato di adattarsi, sviluppando anticorpi.

Anticorpi, purtroppo efficaci solo su alcune varianti del parassita o diminuendo i livelli di ferro, considerati un fattore di protezione contro il rischio di contrarre la malaria:

In pratica l’anemia, di cui sono affetti ad esempio i Masai, impedirebbe loro di contrarre la malattia.

Quando si è cercato di integrare questo metallo, la popolazione si è ammalata di più.

Fino a quando non arriverà il vaccino, estremante difficile da produrre perché il parassita varia di continuo le molecole di superficie, si usano varie strategie, sia preventive che curative.

Nella prevenzione si usano soprattutto zanzariere trattate con farmaci antimalarici (come l’atovaquone) che uccidono il plasmodio mentre è ancora all’interno della zanzara che lo trasporta, e spray insetticidi a media-lunga durata (2-6 mesi e 6-12 mesi).

È anche possibile fare una profilassi farmacologica, purtroppo non sempre efficace.

Si sta anche cercando di modificare alcuni geni delle zanzare Anopheles, in modo da bloccare la produzione delle uova e ridurre quindi drasticamente, o far scomparire del tutto, le popolazioni di queste zanzare.

Per curare la malattia, inizialmente si usò il chinino.

Il chinino si ottiene dalla corteccia di una pianta peruviana.

Farmaco d’elezione è l’idrossiclorochina, lo stesso che viene sperimentato per il trattamento della Covid-19.

L’uso estensivo contro il nuovo coronavirus di questo farmaco, potrebbe metterne a rischio la disponibilità nelle aree a più alto rischio.

D’altra parte, sono già emerse resistenze alla clorochina, diminuendone la sua efficacia.

Il cambiamento climatico, probabilmente aumenterà la proliferazione delle zanzare, aumentando la diffusione della malaria:

Questo accelererà la ricerca scientifica e la messa a punto del vaccino.

Chissà quando potremo unificare la giornata della malaria con la festa della Liberazione, e celebrare la giornata della Liberazione dalla malaria.

Alberto Aiuto

Temo di lettura: 1’40”

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