Il fegato è la ghiandola più voluminosa del corpo umano, grande come un pallone da calcio, situata a destra sotto il diaframma, che fa il “lavoro sporco” per tutto l’organismo.
È la vera e propria “industria chimica” del corpo umano. Parliamo di un organo che, senza fare troppo rumore, gestisce un numero imbarazzante di compiti: detossifica il sangue da sostanze nocive, produce bile, essenziale per l’emulsione e l’assorbimento dei grassi, regola zuccheri, grassi e proteine, e contribuisce persino alla coagulazione del sangue.
Produce bile per digerire i grassi, sintetizza proteine fondamentali e gestisce colesterolo e trigliceridi.
Accumula vitamine (B12), ferro e rame. In pratica, è contemporaneamente chimico, spazzino, magazziniere e guardia di sicurezza.
Il compito principale del fegato è infatti quello di regolare il metabolismo e “decidere” cosa fare con tutto ciò che entra nel corpo: immagazzinare, trasformare o eliminare.
È come un buttafuori all’ingresso di una discoteca, che fa entrare le sostanze utili e allontana le tossine.
Ad esempio, apre le porte alle vitamine che il corpo umano non è in grado di sintetizzare e si occupa di trasformare l’etanolo (l’alcol) in una forma eliminabile dall’organismo.
Si tratta di una funzione essenziale, ma anche estremamente impegnativa, soprattutto quando l’assunzione di alcol diventa frequente o protratta nel tempo.
In altre parole: mentre guardiamo una serie TV, lui sta facendo 200 reazioni chimiche al minuto. E non chiede neanche un aumento. Nel corpo umano non sono previsti i sindacati.
Il fegato: da organo misterioso a scoperta scientifica
Nell’antichità, i Mesopotamici e gli Etruschi, lo consideravano la sede dell’anima e lo usavano per pratiche divinatorie.
I Greci pensavano che fosse legato alla produzione del sangue e alle emozioni. Addirittura, ne intuirono una caratteristica unica: in un famoso mito, il fegato di Prometeo veniva divorato ogni giorno da un’aquila e ricresceva continuamente. Un’immagine simbolica oggi confermata dalla scienza.
Nel Medioevo, la conoscenza scientifica rimase limitata e spesso influenzata da credenze religiose. Tuttavia, grazie alle prime dissezioni, lentamente iniziò a svilupparsi.
A partire dal XVII secolo, il fegato smise di essere visto come un organo “misterioso” e iniziò a essere studiato con metodo scientifico.
Fu descritta la sua struttura anatomica e la sua suddivisione in segmenti basata sulla vascolarizzazione e compreso meglio il funzionamento dell’organo, che permise interventi chirurgici più precisi e sicuri fino a consentire ad esempio il trapianto di fegato, che salva migliaia di vite ogni anno e una chirurgia mininvasiva e robotica, sempre più precisa.
Il fegato: resistente agli eccessi, ma fino a quando?
È vulnerabile ad alcol, virus e cattiva alimentazione, ma, entro certi limiti, ha anche un superpotere: può ricrescere dopo un danno.
È l’equivalente biologico di dire: “Ok, mi hai distrutto… ma domani torno operativo.” Non ti scriverà mai un messaggio tipo: “Ehi, oggi magari andiamoci leggeri”. E considerando tutto quello che fa, forse è il caso di offrirgli almeno una serata tranquilla. Perché sì, il fegato perdona. Ma non dimentica.
Quando il danno progredisce, i segnali principali includono stanchezza cronica, nausea, perdita di appetito, dolore addominale in alto a destra, ittero (pelle/occhi gialli), urine scure, feci chiare, prurito diffuso e gonfiore (ascite). Se non curato si possono sviluppare malattie come “fegato grasso” (steatosi) o “cirrosi epatica”, fino agli epatocarcinomi.
Per capire cosa sta realmente succedendo a questo lavoratore stakanovista è bene fare qualche analisi. Controlli semplici consentono infatti di monitorare la funzionalità del fegato che non dà sintomi quando ha problemi.
La funzionalità epatica si valuta tramite esami del sangue che misurano enzimi (transaminasi ALT/AST, GGT, bilirubina, fosfatasi alcalina) e proteine nel sangue (albumina e proteine totali).
I test sono indicati per:
- Screening di routine o sospetta malattia epatica.
- Monitoraggio di epatiti, cirrosi o fegato grasso.
- Valutare effetti collaterali di farmaci epatotossici.
Nota: I risultati dei test devono essere sempre interpretati da un medico per una diagnosi accurata.
Cosa fare in presenza di valori alterati.
Per mantenere una buona funzionalità epatica, evitare la steatosi epatica (fegato grasso), forse anche far regredire il danno epatico in diversi casi, serve limitare l’assunzione di alcol; adottare una dieta equilibrata; fare esercizio fisico regolare; mantenere un peso corporeo salutare.
Le linee guida europee raccomandano una dieta di tipo mediterraneo con un elevato consumo di frutta, verdura, cereali integrali, pesce e olio d’oliva e di limitare l’assunzione di alimenti ultra-trasformati, grassi saturi, zuccheri raffinati e alcolici.
Insomma, si cura soprattutto con scelte quotidiane sane.
I danni dell’alcol, il principale indiziato delle malattie epatiche
La steatosi è molto comune: si stima che ne soffra un italiano su quattro, con percentuali molto maggiori in chi ha obesità o diabete dove si arriva oltre il 75 per cento.
La maggior parte delle persone associa questa malattia all’eccesso di alcol. In realtà esiste anche una steatosi epatica non alcolica (NAFLD), che può essere causata dalla cosiddetta sindrome metabolica, di cui soffrono 2 persone su 10, con punte di oltre il 40% dopo i 60 anni.
La patologia è caratterizzata da obesità (specialmente addominale), diabete di tipo 2, insulino-resistenza, alti livelli di colesterolo/trigliceridi e una dieta ricca di zuccheri e cibi processati.
In ogni caso, anche se non sempre rappresenta la causa principale, l’alcol andrebbe evitato. E sforare le quantità massime è facile, a maggior ragione se il suo consumo si concentra in 1-2 giorni alla settimana.
Il consumo giornaliero non dovrebbe superare i 20 grammi per le donne e i 30 per gli uomini. Per fare un esempio pratico, una lattina di birra da 330 ml, un bicchiere di vino da 125 ml o uno shot di superalcolico contengono tutti circa la stessa quantità di alcol puro: tra gli 11 e i 13 grammi.
Il problema maggiore è legato alle modalità di consumo: molti giovani, e a volte anche gli adulti, assumono grandi quantità di alcol nel fine settimana, spesso nel giro di poche ore, esponendosi non solo al rischio di danno epatico, ma anche a una tossicità acuta che può colpire altri organi, in particolare il cervello.
L’alcol provoca danni a lungo termine: abbiamo un fegato solo e il conto degli errori a tavola e dei drink si paga con un aumento del rischio di fegato grasso.
Inoltre, è altrettanto importante associare un’attività fisica regolare, per esempio 150 minuti a settimana di esercizio aerobico di intensità moderata o 75-150 minuti a settimana di esercizio vigoroso.
La diagnosi, però, spesso arriva tardi, favorendo lo sviluppo di forme più gravi come la cirrosi e il tumore al fegato. Fondamentale individuare i pazienti a maggior rischio.
Cosa succede al fegato
Gli insulti al fegato da dieta sballata, alcol o anche infezioni virali innescano la necessità di riparare la lesione e per farlo le cellule si duplicano, creando nuovo tessuto; anno dopo anno, quando il danno diventa cronico, qualcosa può andare storto perché lo stimolo a duplicarsi per guarire può “sfuggire di mano” e le cellule possono perdere la capacità di controllare la loro replicazione, trasformandosi in senso tumorale e dando origine al carcinoma epatico.
Un’evenienza non rara, visto che ogni anno in Italia si registrano circa 10 mila nuovi casi di epatocarcinoma, pari al 90% di tutti i tumori epatici.
Il tumore può essere a lungo asintomatico, perché anche in presenza di un nodulo inizialmente piccolo può continuare a funzionare senza dar segno di problemi. Sottoporsi periodicamente a esami di screening per valutare la funzionalità epatica con esami del sangue ed ecografia è perciò importante, soprattutto in chi è più a rischio perché è sovrappeso o ha la steatosi epatica, ha avuto infezioni virali oppure è consapevole di avere uno stile di vita poco sano.
Le epatiti
Le epatiti A, B, C, E e delta (dal nome dei virus responsabili) infiammano il tessuto epatico e lo espongono a rischi seri.
La A e la E, che si contraggono principalmente consumando cibi o bevande contaminate, possono dare infezioni gravi ma provocano per lo più un danno acuto che tende a risolversi.
La B, C e delta invece spesso non si manifestano con grossi sintomi al momento dell’infezione, ma possono dare epatiti croniche che danneggiano in modo permanente le cellule epatiche provocando fibrosi, cirrosi e aumentando il rischio di tumore.
Per l’epatite B c’è un vaccino, obbligatorio nel nostro Paese da decenni per i nuovi nati: oggi chi ha meno di 44 anni è protetto.
Questo virus ha una capacità riconosciuta di indurre tumori del fegato, l’obbligatorietà del vaccino è stata perciò una scelta vincente perché pian pano l’epatite B sta scomparendo.
Per le epatiti C e delta, esistono cure efficaci. Per l’epatite C, abbiamo una cura in compresse che in 8-12 settimane, risolutiva in oltre il 95% dei casi.
Anche per la forma delta, abbiamo un farmaco capace di bloccare la replicazione virale e ridurre l’infiammazione.
Esiste dunque la possibilità di eradicare il virus.
Il problema è individuare i pazienti: sono già stati stanziati oltre 70 milioni di euro per lo screening in persone nate fra il 1969 e il 1989”.
Conclusioni
Il fegato è un organo importantissimo. Un semplice squilibrio, nel tempo, può trasformare i meccanismi di riparazione in un processo patologico.
Le patologie conseguenti, parliamo di migliaia di nuovi casi ogni anno.
Inoltre, la tendenza a rimanere silenti nelle fasi iniziali rendono queste condizioni cliniche particolarmente insidiose.
Anche in questo caso, la vera arma resta la prevenzione: adottare uno stile di vita sano, limitare il consumo di alcol, controllare il peso corporeo e monitorare eventuali infezioni virali.
A ciò si affianca l’importanza fondamentale dello screening nei soggetti a rischio, che consente di individuare precocemente eventuali alterazioni e intervenire tempestivamente.
Prendersi cura del fegato, quindi, significa sia prevenire la malattia, sia riconoscerla in tempo, quando le possibilità di trattamento e di guarigione sono ancora concrete.
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