“Cosa vuoi fare da grande?”
Da bambini ce lo siamo sentiti chiedere un’infinità di volte. Ed è una domanda importante.
Una domanda che ogni tanto mi pongo ancora adesso, a quasi quarant’anni.
“Cosa vuoi fare da grande?”
Mica facile rispondere.
“Cosa vuoi fare da grande?”
Basta, zio! E che diavolo! E che ne so che voglio fare da grande? Boh, voglio…studiare e trovare un lavoro…
Cosa vuoi f…
Dottore, zio. Diventerò dottore. Un medico. Così poi potrò curarti per tutto il vino che stai tracannando!
Porca miseria, non ne potevo più. Lui riprese a bere da quel suo bicchiere di vetro antico quasi quanti gli anni che aveva lui, mio zio. Un prozio, da parte di mamma. Aveva 99 anni, stava per compierne cento il giorno dopo.
Ero un ragazzino, ricordo, mi avevano portato in paese, un fine settimana di gennaio di qualche anno fa.
Come mi vide, per prima cosa mi diede un grosso bacio sulla guancia. E rise sonoramente. Per qualche motivo gli piacevo. Mi stritolava, ricordo che mi fece pure male. E ricordo la puzza di tabacco.
Fumava le nazionali senza filtro, quel quasi centenario. Un essere immortale che amava bere vino rosso, specie durante un torneo di scopone, giù, al bar. Ma quella volta eravamo andati a trovarlo a casa, c’era tutta la famiglia, decine di parenti e molti non li conoscevo neanche.
Era un tipo, mio zio. Giacomo, si chiamava.
Aveva da sempre gestito un bar, uno di quei locali rimasti uguali a se stessi dal loro primo mattone, probabilmente.
Ormai l’attività era passata in mano ai figli. Aveva quasi cent’anni e non c’era giorno che non andasse in quella sorta di bisca di paese, felice di tuffarsi nella compagine di altri pensionati malefici come lui con cui litigare.
Ancora lo sento nelle orecchie… “Cosa vuoi fare da grande? Cosa vuoi fare da grande?”
Ma che minchia te ne frega, primo. Ma poi perché devi instillare in un ragazzetto l’ansia, il dubbio esistenziale, la domanda domandarum in piena età puberale, perché?
Io in realtà improvvisai. Dottore. Anzi, la mia voleva essere solo una battuta scema. E invece fu una specie di auto presagio. Sì, perché io medico poi lo sono diventato davvero.
Fino ad allora non mi ero nemmeno posto la domanda. O meglio, non me l’aveva più posta nessuno da quando, da bambino, rispondevo “voglio fare il calciatore” oppure l’astronauta.
E invece, difronte a lui, a quell’uomo dalla vita incredibile, dalla salute d’acciaio, sopravvissuto non si sa come a guerre e governi e che continuava a godersi la vita come un ragazzino, ecco, io mi sentivo come spiazzato.
Ed il solo modo che trovai per replicare fu quella risposta d’istinto. Non so il perché.
Io non ci avevo mai pensato seriamente. A cosa avrei fatto da grande. Lo feci soltanto dopo aver pronunciato quelle parole.
Comunque, che ci avessi pensato o meno poco importava. Ormai la pressione sociale cresceva, tutti sapevano che volevo fare il dottore.
Io lo avevo deciso così, in un attimo.
E mia mamma telefonò subito a zia Rosanna, che lo disse al cugino Giovanni, che lo rivelò a sua suocera Antonina che, com’era noto all’epoca, possedeva abilità di divulgazione di notizie che funzionavano in paese meglio che un tweet della Ferragni oggi.
Io ormai per alcuni in paese ero “U dutturi”, per altri “U scienziato”.
Quando smise di bere, posò il bicchiere, quel vecchietto arzillo.
Mi fissò negli occhi e, avvicinandosi, mi disse:
“Fa ciò che ti piace, il resto verrà”.
Ho sempre amato quella frase. E più passa il tempo, più ne comprendo le sfumature, ne approfondisco il senso.
Sono fortunato.
Ma allora rimasi immobile a fissarlo, non sapevo che dire. Fai ciò che ti piace. Lo fissai e basta.
Con un gesto mi scombinò i capelli e tornò a versarsi un altro bicchiere di vino. Ma mentre lo versava disse:
“Fidati di tuo zio.
Buon sangue non mente.
Il vino fa buon sangue.
E infatti in vino veritas”
E bevve.
Quello fu uno degli ultimi ricordi nitidi che ho di lui.
Morì qualche tempo dopo, che io ero mille chilometri lontano.
Tempo di lettura: 1.30’’
Credits (for music in video)
Into the Green by Tokyo Music Walker
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