Può l’ossessione per una band arrivare ad un punto tale da spingere chi ne è irrimediabilmente attratto ad intraprendere un viaggio interiore alla ricerca dei luoghi che ne hanno ispirato le gesta?
La risposta è, ovviamente, si e nella fattispecie l’ossessionata di turno è Giuseppina Borghese, giornalista e scrittrice messinese, classe 1986, che nel suo esordio letterario dal titolo “A Manchester con gli Smiths” rivolge il suo sguardo alla città che è stata una delle culle primordiali della new wave targata anni ottanta.
Gli Smiths ne incarnano a pieno titolo il vertice massimo, un gruppo seminale che in pochi anni ha avuto il merito di lasciare il segno grazie ad una musica accattivante ed originale dettata dalle chitarre graffianti di Johnny Marr e dalle liriche ambigue e controverse di uno dei cantori più celebrati e osannati nella storia del rock, Steven Patrick Morrissey.
L’amore incondizionato e spropositato per tutto ciò che questa band ha rappresentato ha spinto Giuseppina a viaggiare nelle terre mancuniane alla scoperta di quegli anni sopiti dal tempo, ma ancora vivi nel nostro immaginario.
La risultante è condensata in 153 pagine ben scritte, piena di aneddoti e curiosità legate ad una città ricchissima di storia e contraddizioni in cui la scrittrice si immerge anima e corpo.
Ricordi e affetti personali si intersecano con gli itinerari cittadini senza soluzione di continuità in questo walkabout intriso di sana nostalgia per quegli irripetibili anni ottanta che Manchester e gli Smiths contribuirono a rendere storicamente imprescindibili.
Giuseppina buongiorno. Da dove nasce questo seme per una città non proprio turistica che ha avuto i suoi fasti quando tu non eri ancora nata?
La scoperta degli Smiths, come ho scritto nel libro, avviene nel giugno 2005 con una storia d’amore che nasce con un ragazzo che mi regala un loro album, The Queen is Dead, e si consolida col mio incontro, del tutto casuale, con Morrissey nel 2006 a Roma.
Un rapporto, al netto degli ascolti dei loro dischi, che si è evoluto nel tempo come una luce che non mi ha mai abbandonato e che mi ha portato due anni fa ad intraprendere un lungo viaggio verso Manchester.
La spinta ad intraprendere questo tour mancuniano nasce dell’annuale raduno dei fan della band, il MozArmyMeet che riunisce i soggetti più disparati provenienti da ogni parte del mondo, ma uniti da una fede perenne verso questo gruppo.
Gli Smiths, una band unica. Un incrocio tra due anime completamente differenti. Pochi anni e appena quattro album all’attivo eppure il mito rimane e persiste. Come mai?
Credo innanzitutto che esista un qualcosa di eterno nei loro testi che esula dal momento storico della loro attività musicale, legato sicuramente ai tre tragici mandati targati Margaret Thatcher.

Gli Smiths in un certo senso raccolgono e danno voce a quel malessere dilagante, ma il loro grande merito è stato a mio avviso di rendere questi temi universali molto attuali ed individuali per cui un ragazzo di oggi che ascolta un loro pezzo non riesce a collocarlo per forza negli anni Ottanta, è questa loro eternità temporale di sicuro ne ha favorito il mito.
E poi ovviamente a tutto ciò aggiungiamo il loro sound straordinario ed unico, riconoscibile ancora oggi a quarant’anni di distanza.
Che cos’è in concreto un walkabout musicale?
Il libro fa parte di questa collana della Giulio Perrone Editore dal titolo Passaggi di Dogana, un format che lega il nome della città, oggetto del libro, e quella di un personaggio rappresentativo ad essa legato.
Ho usato un sottotitolo, “un walkabout musicale” ripreso dalla tradizione aborigena australiana, in cui i lavoratori si assentavano dal lavoro nei campi per connettersi con altre popolazioni.
Non avendo guide o mappe venivano indirizzati nel loro cammino dai Santi che i loro antenati gli avevano tramandato. Ho trovato una certa similitudine con la mia esperienza di camminatrice in lungo e in largo per Manchester guidata dalle canzoni degli Smiths.
Hai visitato più volte Manchester, una città in continuo fermento e cambiamento?
Non è affatto una città grande per cui essendoci stata in tre occasioni diverse ho potuto conoscere nel dettaglio sia le storie che i personaggi.
In ogni capitolo del libro c’è un quartiere, ma non era la guida turistica o il wikipedia il mio intento bensì quello di associare l’asset urbano di questa città rapportandolo ai luoghi descritti e frequentati dagli Smiths. Una città che ha diverse anime in cui coesistono elementi in bilico tra passato e futuro, tra antico e moderno e in perenne mutazione e trasformazione.
Una curiosità. Nel libro non viene trattata una delle figure più importanti per la svolta musicale mancuniana. Sto parlando di Tony Wilson, perché è assente nei capitoli del tuo libro?
E’ un’assenza voluta anche perché dal suo punto di vista dell’epoca Tony Wilson non ha giustamente puntato un penny su una band indipendente come gli Smiths, salvo poi ricredersi successivamente.
Volevo parlare della Manchester di oggi dove, pur riconoscendogli i meriti doverosissimi del caso, di lui non c’è nessuna traccia e la Factory e l’Hacienda sono ricordi lontanissimi dei tempi che furono.
Se avessi voluto ripercorrere le sue gesta devo anche ammettere che c’è tanta bibliografia più accreditata in merito, ho preferito invece approfondire una figura come Vini Reilly, prodotto griffato Factory Records, che ha avuto un bellissimo rapporto con Moz in un momento delicato della sua parabola artistica.
La figura complessa e contraddittoria di Morrissey. Amato, idolatrato, ma fortemente divisivo. La tua opinione in merito?
E’ senza ombra di dubbio una delle più grandi penne contemporanee, la sua storia è li a ricordarcelo. Si occupava di critica musicale in primis, ma sempre col pallino rivolto verso la narrazione sia in versi che in prosa.
Ha un rapporto con la scrittura completamente viscerale e allo stesso tempo meditativo che se paragonato ad oggi ci dà lo spessore della sua opera. Inoltre non ha mai perso il vizio di scrivere lettere, che posta continuamente sui suoi social, cosa che trovo anacronisticamente straordinaria.
La sua voce e il suo talento interpretativo vanno di pari passo con la sua abilità narrativa, tutto ciò fa di lui un unicum eterno da donare ai posteri.
Nel libro citi i quattro Lp della band ognuno dei quali ha una connotazione ben precisa e riferita al mood inglese degli anni ottanta. Com’era la vita nel Regno Unito in quegli anni?
Sfatiamo innanzitutto il falso mito che chi ascoltava gli Smiths in quegli anni era un depresso o un disadattato perché non è affatto vero.
Le loro performances erano intense e spesso violente, ribadisco che sono stati lo specchio dell’Inghilterra di quegli anni raccontando temi universali come l’esclusione o l’autoesclusione da determinati processi per rivendicare la propria unicità senza etichette o coming out di sorta.
Una forte consapevolezza dell’essere se stessi e un profondo rispetto per qualunque tipo di diversità che emerge spesso nelle argomentazioni dei testi delle loro hit.
La tutela e il rispetto della diversità, Il Gay Pride di Manchester è un evento di importanza mondiale. L’ennesima dimostrazione dell’anima sfaccettata di questa città?
Certamente lo è e durante il governo Thatcher succede una cosa straordinaria: lottano fianco a fianco gli operai e i minatori con gli operatori culturali di diversa classe sociale, ma accomunati nelle loro rivendicazioni.
Canal Street, la via simbolo del quartiere gay di Manchester, nasce in risposta all’art. 28 che vietava la promozione dell’omosessualità in tutto il Regno Unito, è questo è il segno evidente che connota uno degli aspetti salienti di Manchester. Le persone in questa città stanno unite, dai movimenti sindacali a tutto ciò che ruota intorno alla difesa dei diritti civili e di libertà di espressione.
Trovo tutto ciò fantastico ed estremamente condivisibile, una lezione per nulla scontata ed un serio invito a riflettere.
La gente che hai conosciuto in questi meeting e raduni internazionali sotto il segno degli Smiths. Che tipo di gente proveniente da ogni parte del pianeta frequenta questo tipo di serate?
La prima cosa che mi è venuta in mente è che siamo tutti noi una banda di matti, perché convergere da tutte le parti del mondo per una band che non esiste da quasi quarant’anni presuppone un po’ di sana follia.
A livello umano ho percepito questa forte coesione pur nella diversità, sia anagrafica che sociale, senza alcuna etichetta rappresentativa.
Anche a livello estetico c’è un melting pot incredibile che va dal professore universitario timidissimo, alla ragazza audace in minigonna, ma potrei citare tante altre tipologie, questo ti fa capire che ciò che conta in questi raduni è sentirsi anime affini a tutto ciò che questi quattro ragazzi hanno rappresentato.
Tornerai ancora a Manchester? Come te la immagini da qui a vent’anni?
Tornerò tornerò, orami sono innamorata persa della città e continuano ad invitarmi, in particolare una blogger di Visit Britain, che mi ha proposto un piccolo tour per le comunità italiane di Manchester.
Avremmo dovuto farlo ad ottobre, ma al primo attimo libero non esiterò a tornarci cercando di toccare anche Liverpool, Leeds ed Edimburgo. L’obiettivo sarebbe anche quello di presentare a tutti questi gruppi di connazionali all’estero il mio libro, sarebbe davvero fantastico.
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