L’estate frenetica e dei selfie di oggi e la nostra estate lenta e senza social
Quelle estati lunghissime di tanti anni fa, ve le ricordate? Quelle che non passavano mai. Pomeriggi interminabili in campagna dai nonni. Era la nostra estate senza social.
Una vecchia casa piena di cose da scoprire.
Il pranzo a tavola in orario perché si mangiava all’una crollasse il mondo.
Poi il silenzio dell’ora della pennichella.
Seduti sotto un albero. Magari con un libro vecchio ritrovato in soffitta.
Persi tra le pagine. Intorno il silenzio e la quiete.
Finita la scuola, i genitori ancora al lavoro.
La casa dei nonni diventava la casa delle vacanze.
Un paesino lontano dalla città. Immerso nel verde dell’Italia rurale.
Noi venivamo dalla metropoli.
Per i coetanei del posto eravamo una specie rara da guardare da lontano. Lì c’era qualche cugino.
Le zie. Una vedova dai tempi di guerra quando il marito era partito per la Russia. Senza più tornare.
In giardino c’erano i conigli, le galline. Un albero di fichi altissimo – almeno cosi mi pareva – su cui arrampicarsi per fare scorpacciate. E che mal di pancia dopo.
Quel sestante antico ritrovato in soffitta dove era proibito andare.
Un cugino più grande ci aveva portato per funghi.
Il bosco era un mondo incantato. Una biscia, uno scoiattolo, animali fantastici. Alberi enormi dalla corteccia rugosa come il volto di un vecchio centenario.
Dicevano che c’era una creatura nascosta in quell’intrico di verde ma che solo se eri veramente buono si sarebbe fatta vedere.
Io ne combinavo tante che non l’avrei mai vista. Ma mia sorella più piccola diceva che si sarebbe sforzata tanto da poterla vedere…un giorno.
E poi cercavamo i funghi. Quelli velenosi belli da vedere ma che se li spezzavi cambiavano colore. E quelli buoni che finivano nella pastasciutta che solo perché i funghi li avevamo presi noi era immensamente buona. Nuovi posti fantastici e nuovi amici.
All’inizio dell’estate eravamo pochi. Alla fine di agosto finivamo per essere una banda che si avventurava in campagna vicino al fiume a pescare con un filo di lana e un pezzo di legno.
Giocavamo con niente.
Le gare con i carretti fatte in casa. O le corse in bicicletta. O a nascondino con partite che duravano ore. Rubabandiera. Le biglie.
Il nonno ci raccontava storie. Lui era stato imbarcato sulle navi mercantili. Cronache di viaggi e di avventure narrate mentre finiva il suo bicchiere di vino.
Noi tutti intorno a sentire rapiti. Che estati…
E dire che ogni volta facevamo i capricci per andare. Poi a fine vacanza non volevamo tornare.
Era bello non avere niente da fare perché quel niente era pieno di cose.
I vecchi dischi, l’enciclopedia illustrata, le riviste degli anni trenta più antiche che vecchie.
La tv non la guardavamo quasi. Giusto Carosello la sera. La sera si stava in guardino a parlare. A sentire i grandi. Se c’erano i cugini a giocare fino a quando non ci chiamavano per andare a dormire.
E il tempo sembrava passare lento, indolente. Però passava e l’estate volava via lo stesso. Tornava la scuola, gli amici, la vita di sempre. Ma quei ricordi restavano. I ricordi di un’estate passata piena di cose.
Non c’erano smartphone, né social per condividere, niente selfie né video da taggare. Il massimo della tecnologia era il mangiadischi. Oppure il juke box del bar in piazzetta. Tutto era diverso. Questa era la nostra estate senza social.





















