Gli Amish e il riscaldamento globale

27274
Scarica il podcast dell'articolo di Alberto Aiuto

Il cambiamento climatico è in atto. Non c’è dubbio.

“Dura minga, non può durare”, diceva un celebre jingle di Carosello.

Va fatto qualcosa per evitare l’estinguersi dell’umanità in tempi medio-lunghi.

Cosa fare? E soprattutto di chi è la responsabilità del riscaldamento globale?

Ci sono due scuole di pensiero: una sostiene che il clima cambia da sempre per cause naturali; la seconda attribuisce la responsabilità all’uomo e al suo modello di sviluppo.

Attualmente prevale la seconda tesi, per cui gli ambientalisti (più o meno giovani) sostengono che ci salveremo solo con una lotta “dura e senza paura” all’inquinamento.

Prontamente (si fa per dire) scienza e politica hanno ideato la transizione ecologica.

“Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno….”

Chi non ricorda l’incipit dei Promessi Sposi?

Ma forse non tutti ricordano che i nostri grandi laghi alpini sono stati dei ghiacciai: in pratica, il lago di Como e Maggiore sono il risultato dell’erosione provocata dai ghiacci.

Come dire che nel corso dei millenni le avanzate (e le retrazioni) di questi ghiacciai sono avvenute periodicamente, determinate da variazioni naturali del clima.

La specie umana, prima di Voltaire e Rousseau, considerava le catastrofi naturali un castigo divino, a cui era impossibile opporsi.

Viceversa oggi prevalgono le tesi ambientaliste per cui l’uomo è il principale responsabile dei vari disastri che mietono vittime in tutto il mondo.

Il nostro modello di sviluppo, che ha reso possibile il recente progresso, ha determinato tutti i danni che i media ci evidenziano, dunque serve una conversione ecologica, consistente nel rinunciare o limitare fortemente automobili, aerei, petrolio, gas, industrie, e quant’altro ipoteticamente rinunciabile o trasformabile.

Che gli Amish abbiano capito tutto, con decenni di anticipo?

Riscaldamento globale e conversione energetica

Nelle varie Conferenze sul Clima delle Nazioni Unite nelle quali gli Stati discutono come limitare il riscaldamento globale, naturalmente tenendo conto delle proprie specifiche necessità di sviluppo.

Ma vallo a spiegare a chi non vive con i nostri standard che “la festa è finita” (come disse Giovanni Agnelli agli azionisti Fiat nel 1990).

Tanto per capirci, in India 300 milioni di persone vivono senza elettricità, la cui disponibilità aumenterebbe l’emissione dei famigerati gas serra.

Pertanto l’India, la più vulnerabile di fronte ai cambiamenti climatici, ha già detto che non potrà raggiungere alcun accordo, se non ci saranno consistenti contropartite economiche.

Insomma, tutti noi (occidentali) dovremmo non solo pagare più tasse da destinare a quelle popolazioni, ma anche cambiare radicalmente il nostro modo di concepire la vita (avete presente l’automobile, l’aria condizionata, il consumismo, etc?) e le regole dei nostri sistemi economici basati sulla crescita a tutti i costi.

La transizione demografica.

Un elemento di cui nessuno parla, ma che viceversa è cruciale in questa lotta è come diminuire le nascite.

La popolazione mondiale è ancora in crescita, sotto la spinta determinante di due continenti (Asia e Africa), che aspirano a condizioni di vita paragonabili alle nostre.

Quante risorse servono per soddisfare le esigenze di una popolazione sempre più numerosa? Più saremo e più inquineremo, anche soltanto respirando.

Lo sviluppo demografico dipende dal livello di educazione, benessere, salute riproduttiva, cultura e religione della popolazione.

Esiste infatti una correlazione tra crescita demografica e sfruttamento delle risorse naturali.

Sarebbe dunque importante tendere verso un tasso di natalità inferiore a quello di mortalità.

Nei paesi più poveri, nel breve periodo il metodo più efficace è, udite udite, portare l’elettricità nei villaggi che ne sono privi:

i beneficiari allungherebbero automaticamente le ore lavorative, limitando i rapporti non protetti; contemporaneamente bisognerebbe investire in istruzione e sui diritti riproduttivi delle donne, cosa che nel periodo medio-lungo ridurrebbe il tasso di fertilità.

Lavorare su tutti i punti di questo variegato puzzle sarebbe una rivoluzione, che come ci ricordava Giorgio Gaber, l’uomo farà “oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente”.

Alberto Aiuto

Tempo di lettura: 2’00”

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.