Il buon selvaggio: Into the wild

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di Simone Buffa

Ritorno alla natura.

Sono passati quasi trent’anni dall’inizio di quell’avventura straordinaria, passata alla ribalta  grazie ad un film celebre quanto la sua colonna sonora.

Se dico Eddie Vedder, voi rispondete “Into the wild”.

Parliamo infatti di Christopher McCandless, il giovane americano scomparso nel tentativo di inseguire il proprio desiderio di libertà.

Conosciamo ormai tutti la sua storia: conseguita la laurea in Storia e Antropologia, decide di mollare la vita agiata che conduceva.

Presumibilmente affascinato dagli scritti di Tolstoj, Jack London, Thoreau e Rousseau, conosciuti durante le proprie letture private.

Poi?

La libertà.

Sì, ma libertà da cosa? Perché poi ricercarla in una vita selvaggia? Che significato ha tutto questo?

«Ogni cosa è buona mentre lascia le mani del Creatore delle cose; ogni cosa degenera nelle mani dell’uomo» (da “Emilio” Rousseau)

Con le sue opere filosofiche, nella seconda metà del settecento Rousseau ricongiunge le fila di una tradizione -poi denominata Primitivismo– e ne ricombina i principi, secondo un pensiero antipositivista che culmina nella formulazione del concetto del Buon Selvaggio.

In poche parole, secondo tale convinzione l’uomo nascerebbe intrinsecamente buono.

Sarà successivamente il contatto con altri uomini a determinare un declino morale.

Quello che viene denominato progresso nasconde sperequazioni.

Le società progredite sono ineluttabilmente deviate e corrotte dagli interessi personali.

E si finisce col perdere di vista l’idea del gruppo. Si perde di vista il valore del sacrificio per il bene collettivo.

Ecco come la pensava il filosofo Svizzero.

In piena antitesi con Voltaire, Rousseau era fermamente convinto che l’incresparsi di sovrastrutture nella società moderna in cui viveva erano figlie di un sistema di vita che si allontanava dai canoni del giusnaturalismo.

Un giusnaturalismo che sarebbe molto più consono alla nostra natura animale.

La sola legge da seguire è la legge di natura.

Torniamo per un momento al nostro giovane Christopher McCandless.

Il suo atto di fuga è un tentativo di ritorno ad un modo di vivere lontano dai rigidi schemi della società occidentale.

Il film è ambientato negli Stati Uniti, in quei luoghi che solo poche centinaia di anni prima sono stati teatro di feroci deportazioni ed eccidi di interi gruppi etnici ritenuti meno evoluti. Una maledizione che tutta l’America si porta addosso.

Molto probabilmente, all’epoca, ai navigatori europei l’approccio dei popoli indigeni deve essere sembrato quantomeno curioso. Gli europei non avevano mai visto nuclei sociali così elementari.

Cristoforo Colombo narra di popoli semplici e primitivi, fin troppo poco inclini a difendere i propri territori alla vista di un invasore come lo sono stati i primi esploratori.

Nel giro di pochi anni quello che era nato come uno scambio commerciale attraverso una rotta transatlantica con popoli ricchi di beni mai visti prima (patate, mais, tabacco, oro) divenne altro.

I rapporti di forza si rivelarono ben presto sbilanciati come apparivano,in fin dei conti, da subito. I nativi americani furono ridotti in schiavitù o sterminati.

Popoli non avvezzi all’arte delle guerra perché non ne conoscevano l’esigenza. Non come allora, almeno.

Popoli semplici, tuttavia con una loro profonda cultura. Oltre a sistemi religiosi, che vennero estirpata, profanati e sostituiti con il cristianesimo di quel tempo.

Nel 1986 esce nelle sale “Mission”. Film cult, che porta in primo piano tutta la violenza e crudeltà con cui gli indios furono costretti a schiavitù durante le opere missionarie dei gesuiti.

Ma al di là delle questioni etiche, un ritorno alla natura sarebbe davvero possibile?

Se sì, come?

McCandless diceva: “La felicità è vera soltanto se condivisa.“
https://www.youtube.com/watch?v=Mwx3RvDWvDM&list=PLiOZGa9GDpxDIDVFWKMT096Azf579-5Cz&index=6

Simone Buffa

Tempo di lettura: 1’50”

Foto tratta da: http://www.mardeisargassi.it/into-the-wild-la-liberta-non-uno-spazio-libero/

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