Chef Rubio gli agenti di Trieste e i tweet che fanno notizia

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di Claudio Razeto

Chef Rubio lo guardo spesso.

Per motivi indipendenti dalla mia volontà in questi ultimi tempi sto facendo una scorpacciata di televisione. Sulle tv tradizionali (non Netfkix, Amazon ecc.) passa di tutto.

I programmi di cucina tv sono moltissimi.

 

Si producono format di food in tanti modi.
Dopo il pluripremiato Masterchef, con il contest durissimo tra aspiranti chef, ci sono i reality con Carlo Cracco, quelli stile Cannavaciuolo, che fa quello vero, che ci capisce, e gli altri da istruire, redarguire per rimettere in carreggiata ristoranti cadenti e in crisi.

Tra gestori e staff depressi, bislacchi, in lite loro, per fare tv e spettacolo.

C’è quello dedicato alle torte di Ernst Kahm, il pasticcere che ha conquistato Milano, la gara tra ristoranti in giro per l’Italia e ogni tanto all’estero di Alessandro Borghese, Panella in giro per il mondo alla ricerca dell’italianità.

In tv si mangia e si parla di mangiare come non si era mai fatto.

A ogni ora e su tutti i canali.

Rubriche, gare, speciali.

Dai canali specializzati ai TG. Il cibo impazza.

In un Paese di buone forchette che ingrassano e si mettono periodicamente a dieta, in guerra con gli indici glicemici e il colesterolo alto, pare si mangi come se non ci fosse un domani.

Una bolgia di ricette, cucine tipiche, Doc, Dop, Docg, tra vip e meno vip dietro ai fornelli.
Siamo il Paese della buona tavola.

Se Trump a tedeschi e francesi metti i dazi sugli aerei, a noi lo fa sul parmigiano e la mozzarella.

Mettendo in crisi il sistema Italia.

Chef Rubio, al secolo Gabriele Rubini, ex rugbista, independent chef, viaggiatore, scrittore, presentatore tv, ha il suo format.

Unti e bisunti, dedicato allo street food, e poi Camionisti in trattoria, come gli altri hanno la particolarità di parlare di cibo popolare, accessibile a tutti, a volte povero, cucinato non da grandi chef, ma da ristoratori qualunque se non di rosticceria all’angolo.

Dalla trippa alle animelle, dagli arrosticini agli gnocchi.

A volte roba così pesante che lui stesso ti dice i tempi, belli tosti, di digestione.

Lui ruvido, molto romano e simil-coatto simpatico (fa tanto personaggio), si caratterizza per questo.

Stile ironico, diretto e cibo sincero e rustico, come lui, si propone.

E mangia, mangia tantissimo.

Roba sana? Mah. Lui faceva il rugbista, è tatuato, giovane, belloccio (meglio con baffi che senza) quando non ingrassa, ma con quello che mangia come fa, regge bene.

Ma alla fine l’impressione è che il simpatico cuoco-assaggiatore, rischi anche del suo nel fare la cavia a tanto cibo trash style.

Per fare tv si fa questo ed altro.

È un mestiere in cui più stupisci e più vai avanti o resisti all’incalzare di altri format, altri volti, nuovi personaggi.

Steve Erwin, noto come Crocodile Hunter  naturalista, personaggio tv internazionale e documentarista australiano, che si faceva riprendere in mezzo a ragni, squali, coccodrilli, serpenti e altri animali mortalmente pericolosi.

Ve lo ricordate?


Morì in Australia, a Baat Reef nel 2006 ucciso dal veleno di una Razza.

Ripreso dalle telecamere. In diretta, praticamente.

Lui non si risparmiava, amava gli animali e faceva tv spettacolo.

Come i nostri chef che cucinano e mangiano per fare tv.

Magari senza rischiare come Crochodile Hunter.

Il tweet di Chef Rubio e la replica del fratello di uno degli agenti uccisi

Chef Rubio oggi è al centro delle polemiche, non per una porchetta di Ariccia andata di traverso, ma per un tweet inviato, a detta di molti, inopinatamente, il giorno della morte dei due poliziotti del commissariato di Trieste.

A cui ha risposto il fratello di una delle vittime.

Un messaggio non proprio a favore della Polizia – a essere generosi – che ha scatenato la consueta rissa social con rimbalzi che andranno sicuramente avanti, su tv, web e giornali nei prossimi giorni.

Tra voglia di politicizzazione, atteggiamenti volutamente controcorrente (pur di vendere qualche copia in più, alla Feltri), fino a personaggi della tv magari toccati da casi simili.

I parenti degli  agenti e di altri ufficiali caduti nell’adempimento del dovere.

Non conosco i motivi per cui Chef Rubio è sbottato così.

Forse ha esperienze personali che lo portano alle sue conclusioni.
Sicuramente è un suo problema.

Non lo è quello del vespaio sollevato dal tweet.

Ma la colpa non è di chef Rubio.


Oggi i social permettono di dire qualsiasi cosa. Renderla pubblica.
E il web diffonde. Come mai accaduto fino ad oggi.
I giornali e le tv amplificano, e a volte – spesso – deformano.
Tra notizie vere e bufale un tanto al chilo.
Fake studiati a tavolino e vere truffe mediatiche.

L’informazione è un’arma potente

“È la stampa, bellezza! La stampa! E tu non ci puoi far niente! Niente!”, diceva Bogart in bianco e nero, nel celebre film in cui interpretava il direttore di un giornale e mostrava il potere enorme che aveva l’informazione (L’ultima minaccia, film del 1952 diretto da Richard Brooks, Deadline Usa il tutolo in inglese).

Anche a discapito della verità.

I giornali una volta, avevano dei limiti. Stabiliti dalla legge e dal buon senso.

Oggi, questi limiti, sembrano polverizzati.

Un nuovo modo di fare informazione e di commentare aperto a tutti, ma proprio tutti quelli che hanno voglia di dire la loro, anche su un fatto di cronaca o una notizia.

Persino la più cruda.

Basta uno smartphone.

Per Chef Rubio come per i tronisti e chiunque altro.

E più si ha una qualche visibilità mediatica, più quello che si pensa diventa notizia o “pseudo” news.

Se il fatto è grave e con dei morti, come i giovani poliziotti di Trieste o il Carabiniere di Roma, si rischia di scontrarsi non solo con altri “opinionisti” più o meno improvvisati, ma perfino con i parenti delle vittime, come accaduto tra il fratello di uno degli agenti uccisi a Trieste e Chef Rubio con i suoi tweet.

La colpa è di questa tv in caccia di audience, che fa parlare tutti su tutto, senza chiedersi se ne sanno realmente qualcosa.

Questa bolgia di canali e programmi con il fritto misto che mischia news, tendenze, sentimenti, lacrime e drammi falsi e veri, elegge a “editorialisti” di tutto un po’, un guazzabuglio di personaggi.

A volte gli stessi.

Questo sui canali nazionali e pubblici, di cui paghiamo il canone, come su quelli privati.

Come dalla D’Urso e i suoi frullatoni tv, in cui si passa dalla ragazza violentata al tormentone dell’estate, da Mark Caltagirone ai neomelodici.

Programmi in cui:

  • i conduttori diventano giornalisti
  • i giornalisti intrattenitori.

Tutto fa spettacolo anche quando spettacolo non è, ma vita vera fatta di sangue, dolore e morte come in questo caso.

Quando iniziai a scrivere sui quotidiani, il caporedattore mi mandò a fare un lavoro infame.

Erano morti tre fratellini, travolti sulle strisce mentre andavano al mare.

Morti sul colpo. A poche ore dal fatto fui inviato a casa della famiglia, con l’incarico di farmi dare le fotografie dei ragazzini.

La famiglia mi fece entrare. Sentii un signore apostrofarmi.

“Sciacalli”, disse.

I genitori invece furono gentili. Mi offrirono un caffè.

Rimasi un po’ con loro. Mi raccontarono di quei tre bambini uccisi da un automobilista e da un attimo fatale di distrazione.

Faceva male stare lì, condividere tutto quel dolore. Che non era mio ma che lo stava diventando. Presi le foto e tornai al giornale.

Per “premio” mi fecero scrivere un box 25 righe a macchina, con la firma che sarebbe uscito in prima pagina, il giorno dopo.

Facevo il cronista. Era il mio lavoro.

Ma avevo pagato anche io con un dolore, vero, che mi ricordo ancora.

Sarebbe stato meglio non raccontare la loro storia per rispetto?

Non credo. Quei tre ragazzini meritavano di essere ricordati.

Magari obbligando il Comune a mettere un semaforo, in quel punto così pericoloso.

Ma se fosse arrivata al giornale una lettera delirante, da parte di un lettore, che non era nemmeno stato sul posto o neanche li conosceva, non l’avrebbe pubblicata nessuno.

Sarebbe finita nella spazzatura come le tante lettere anonime che arrivavano in redazione.

Il giornale non poteva pubblicare la qualsiasi, ma operava una selezione tra ciò che era notizia e quello che non lo era.

Informare era e rimane un mestiere. Farlo bene una professione.

Se scrivono delle falsità, ci sono le querele.
E intasano i tribunali.

Per i giornali ma anche le tv e i siti web, dai più seri ai più fake.

I social però, hanno distrutto ogni filtro, e non si assumono nemmeno la responsabilità di quello che gli utenti scrivono.


Nonostante i goffi tentativi di trovare un sistema di controllo che con milioni di twittaroli e facebookari, diventa impossibile.

I media tradizionali e quelli seri, potrebbero farlo.

Non riportare affatto tweet o post totalmente inopportuni.

Ma con i politici, i vip, gli sportivi e i protagonisti delle news che messaggiano costantemente (da Trump a Chef Rubio) difficile resistere alla pressione.

Si fa prima che a cercare notizie vere cosa che costa lavoro, fatica, controlli anti bufala, e tutto quello che rende il lavoro dei veri giornalisti, in tutto il mondo, professionale e serio.
A fare un tweet non ci vuole niente ed è gratis.

Fare informazione, no.

Ai tempi della guerra in Kosovo per raccontare il conflitto on site, servivano, oltre i soldi per arrivarci e risiederci, come minimo 1.000 sterline al giorno di polizza vita.

Insieme al rischio di farsi male sul serio.

Se raccontare notizie è un lavoro, i commenti a margine dovrebbero essere come minimo di addetti ai lavori.

I media veri, visto che i social, non ci riescono, con i risultati che vediamo, dovrebbero ignorare tutta questa fuffa, non alimentarla.

Come si faceva in redazione con le lettere anonime e prive di ogni riscontro.

Cancellarle semplicemente lasciandole nei profili privati di chi scrive.
Anche se fa tv.

Gli chef e l’altra folla vociante, è mia personale opinione, dovrebbero finire sui giornali solo per le recensioni tv. Il gossip. Le ricette.

Non a commento o analisi di fatti cosi gravi, come la morte dei poliziotti.

Che sono cronaca nera e non spettacolo.

O al massimo, speriamo mai, in storie come quella di Mr. Crochodile.

Lui sì personaggio di format, morto in tv mentre toccava un pesce velenoso, cercando di ottenere la massima audience.

Claudio Razeto

Tempo di lettura: 2’00”

Foto tratta da: https://genova.repubblica.it/cronaca/2019/08/16/news/chef_rubio_attacca_il_sindaco_di_ventimiglia_l_umanita_finisce_al_cesso_-233751461/

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