Il giovane ha il diritto di seguire le proprie inclinazioni?

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Quanto ci piace essere aulici?

Il giovane ha il diritto di seguire le proprie inclinazioni,

Ha il diritto di scegliere liberamente il proprio percorso di vita, magari modificandolo più di una volta in corso d’opera, ha il diritto di rifiutare suggerimenti troppo omologati.

Ha il diritto di scegliere in base ai contenuti più pregnanti e ricercati.

Non deve abbassarsi ad argomentazioni quali la remunerazione, il salario perché … rozze, prive di gusto!

Bisogna avere estrema considerazione della sensibilità del giovane …

Tanto paga Pantalone.

Vorrei sapere se qualcuno ha mai pensato di potersi realizzare nella vita calcolando il valore delle controstallie dopo una discarica nave, oppure nell’elencare le tipologie di procure speciali dopo averle puntualmente codificate, oppure ancora nel conoscere quante ATB di zolfo bisogna inviare giornalmente all’impianto di stoccaggio.

Eppure questi sono lavori che esistono; qualcuno li esegue.

Chi li esegue? Qualche marziano?

Purtroppo per gli aulici, la stragrande maggioranza delle attività è svolta da persone che non saltano di gioia il lunedì mattina nel tornare nel luogo di lavoro; e ciò perché, in una Società complessa, il lavoro è estremamente parcellizzato e, mediamente, un po’ “palloso”.

Alla rispettabilissima inclinazione si può concedere che sia relazionata vagamente ad una generica idea di attività; ad esempio:

da grande voglio fare il dottore”.

Di fronte all’analisi pragmatica della realtà, questa tanto decantata inclinazione (importante anche per legge) a me appare un atteggiamento da bastian contrario, valido solo a sottolineare la propria voglia di indipendenza piuttosto che una genuina passione.

Anche se qualche bohemien ha “sfondato” col proprio talento, quasi sempre il giovane viene obbligato dalla stessa vita a rivedere le proprie ambizioni, ad andare a lavorare in banca (usando quel tono dispregiativo tanto in voga nelle canzoni “sessantottine”).

Eppure la dequalifica era uno degli slogan del ’68 per indicare proprio la differenza tra le “pretese” e la realtà.

Visto il livello culturale medio odierno, forse un po’ più di pragmatismo nell’osservare, un po’ più di umiltà nell’ascoltare, un pizzico di sale in zucca, non avrebbero trasformato quel desiderio da spirito ribelle, antiautoritario, “romantico” del ’68 in un nostalgico e inutile grande freddo.

Mudir

Tempo di lettura: 1’30”

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