In queste ultime settimane si sente parlare di un nuovo fenomeno che coinvolge gli adolescenti: le risse social.

La cronaca, infatti, riporta notizie su gruppi di ragazzi che a Piacenza si danno appuntamento nel centro storico per ingaggiare delle vere e proprie risse.

Non si tratta di ragazzi isolati che arrivano alle mani a causa di diverbi più o meno significativi.

Parliamo di decine di giovani che si incontrano per organizzare delle risse in stile fight club, alcuni dei quali sono stati regolarmente portati in caserma.

Vecchie abitudini, nuove motivazioni e nuove modalità

Non è una novità che i ragazzi molto spesso ricorrano alle mani per affermare il proprio ruolo, per sanare sgarbi, per vendicare insulti, per difendere posizioni politiche opposte e via dicendo.

Le risse sono sempre esistite, la cosa che colpisce oggi, e che le caratterizza rispetto al passato, è che adesso non c’è bisogno di una motivazione più o meno valida.

La rissa si fa per il gusto di menare le mani.

A questo si aggiungono, con non meno danni, la spettacolarizzazione e la condivisione delle botte per mezzo dei social. Un vero e proprio raduno per guardare qualcuno che è venuto per darsele.

Uno spettacolo rischioso

Come in tutti gli spettacoli, la maggior parte dei partecipanti si limita a fare il tifo e a guardare i coetanei che se le danno.

Un tifo che alimenta il clima di violenza che coinvolge ragazzi anche molto giovani. Il raduno, poi, finisce quando arriva la polizia e i ragazzi si disperdono.

Chi partecipa, oltre a fomentare la violenza, a rendere virale l’evento, non si rende conto che rischia di essere coinvolto nella rissa o di essere imputato penalmente se ha più di 14 anni.

Un fenomeno ancora da conoscere

Cosa ci sia dietro questo fenomeno non è ancora chiaro.

I social network, come per altri casi, creano un effetto risonanza non indifferente.

Rendono queste sfide più attraenti perché condivisibili. In esse il singolo può mostrarsi e mostrare la sua partecipazione ad un evento ad alto rischio.

Come abbiamo visto nell’articolo “I selfie pericolosi”, i bisogni sottostanti una prova pericolosa possono essere diversi: dal mostrarsi particolarmente audace, all’appartenere ad un gruppo esclusivo, dallo scoprire nuove parti di sé ad esprimere una rabbia repressa. A noi genitori come sempre spetta il compito di osservare i nostri figli per capire se succede qualcosa di anomalo così da intervenire tempestivamente. Più di tutto conta utilizzare ogni occasione per avviare un dialogo costruttivo così che i ragazzi stessi riflettano sul significato della violenza, sulla sua inutilità e pericolosità. A questo si aggiunge la possibilità di sviluppare quel senso di responsabilità che faccia valutare loro cosa sia opportuno sperimentare e cosa no.

Andrea Maggio

Tempo di lettura: 1’15”

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