“Ai nottivaghi ai magi ai posseduti da Dioniso alle menadi agli iniziati” (Eraclito)

Nella regione greca della Tessaglia è ambientato il mistero del sacrificio del dio Dioniso, che si offre a Ade (o Pluto), dio degli inferi, per salvare Persefone (o Kore), sua sorella e portatrice della primavera, della vita e dell’amore nel mondo terrestre.

Secondo la leggenda, prima del rituale di uccisione, Dioniso si trasforma in capra prima di  venire sventrato e cannibalizzato dai partecipanti al rito.

Ciascuno degli iniziati ai misteri dilania a mani nude il corpo del dio immolato, ne mangia la carne cruda e ne beve il sangue.

Danze e musiche accompagnano i “Misteri Dionisiaci” da un corteo di satiri danzanti.

Da questa tradizione derivano due fatti importanti: il rituale moderno della Comunione secondo i canoni cristiani e l’origine della parola “tragedia”, intesa come “canto dei capri” (trágos, capro; ōdē, canto).

L’importanza sociologica del “capro espiatorio”

La rappresentazione scenica della tragedia nasce dunque come strumento di reiterazione simbolica di questo rito primordiale.

L’atto violento della tragedia rappresentato nello skené, ossia nello spazio scenico, fa da eco infatti alla tradizione rituale primitiva che prevedeva il sacrificio del capro espiatorio.

In alcune popolazioni arcaiche tale rito era già abbastanza diffuso ed era uso comune uccidere e sbranare il corpo del capo tribù.

Solo in seguito, al sacrificio del capo tribù viene sostituito quello del capro espiatorio, simbolicamente vicino al culto di Dioniso.

Dal punto di vista sociologico, questa pratica serviva ad operare una ben precisa funzione sociale: l’unita tribale, ossia la comunione dell’assemblea.

Secondo le teorie del compianto René Girard, l’eliminazione sacrificale del capro espiatorio gioca un ruolo essenziale nella dinamica di autoconservazione del gruppo.

Essa funge da mezzo per sopire la violenza, scaricando sul capro prescelto la violenza che oppone ciascuno a tutti gli altri.

Il sacrificio del capro espiatorio placa i conflitti interpersonali e fonda il vincolo sociale, assumendo grande valore di coesione.

Dal culto di Dioniso alla rappresentazione teatrale: l’origine della “tragedia”

Un elemento caratteristico del culto di Dioniso è la partecipazione di baccanti (o menadi), donne in estasi da vino sacro che celebravano il dio indossando delle maschere.

Il rituale appare nella opera “Le Baccanti” di Euripide.

Le baccanti avevano il compito di guidare ritualmente il corteo danzante di satiri di sembianze caprine e ninfe e celebrare l’armonia universale attraverso lo “sparagmòs”, il sacrificio del capro.

Più tardi, secondo la dottrina morale di Nietzsche, il rito assume un nuovo significato: la celebrazione del primato della vitalità dionisiaca (o volontà di potenza) sullo spirito razionale apollineo.

Simone Buffa

Tempo di lettura: 1’40”

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