Il concetto di salute è una definizione in continua evoluzione. Un tempo era l’assenza di malattie.
Oggi si è spostato verso il vivere bene.
Ha cominciato a modificarsi nel 1948, quando l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), lo definì: “Uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale che non consiste soltanto nell’assenza di malattia o d’infermità”.
Oggi, anche se i termini “salute” e “benessere” sono spesso usati come sinonimi, sono due cose diverse. La buona salute si riferisce al corpo fisico, il “benessere” si riferisce al… nostro essere. Potremmo avere un corpo in salute ma non stare bene nel noi stessi.
Di fatto sono strettamente correlate. “Mens sana in corpore sano”, twittavano i nostri antenati duemila anni fa. Altro che evoluzione.
Spesso una giornata alle terme cura l’ansia meglio degli psicofarmaci.
Qualche anno fa, quando non esisteva l’idea di benessere a 360°, per stare bene, si andava dal medico o in farmacia per chiedere:
- “Come si cura l’emicrania?”,
- “Quali sono i sintomi della varicella?”,
- “Posso prendere la cardio-aspirina?”,
- “Cosa mi consiglia per dormire?”.
Prendersi cura di sé era un concetto interpretato spesso all’estremo. I più salutisti facevano ginnastica fino allo sfinimento.
Seguire un regime alimentare corretto voleva dire essere sempre a dieta. Praticare yoga significava essere un anticonformista.
Allenarsi con i pesi equivaleva a essere malato di sport. Non era concepibile, insomma, trasformare la cura di sé in un’abitudine, in uno stato mentale.
Oggi stare bene è diventata una condizione da perseguire quotidianamente, con la cura di sé a livello fisico, emotivo e mentale.
Uno stato da cui partire per vivere meglio la vita. Benessere, insomma, significa essere nella condizione ottimale per poter affrontare la vita in modo diverso.
Più completo. Più sereno. Senza essere costretti a sacrifici periodici – fisici o alimentari – né obblighi di alcun tipo.
È il punto di partenza per vivere la vita al meglio. In realtà, nell’era della globalizzazione, questo concetto si è ampliato, fino a comprendere l’ambiente, il clima, gli ambienti di lavoro, l’alimentazione, i salari.
Benessere e coscienza
Fino qui è abbastanza chiaro. Ma la coscienza “che ci azzecca?”.
La coscienza è uno dei più grandi enigmi affrontati dalle neuroscienze e dalla filosofia: un enigma così ostinato che, a confronto, risolvere il cubo di Rubik al buio sembrerebbe un esercizio da principianti.
Secondo Wikipedia, il termine racchiude due sfumature principali: una psicologica (essere svegli e presenti) e una morale (conoscere il bene e il male, guidando il proprio comportamento).
Secondo la definizione neuroscientifica, la coscienza è “tutto ciò di cui abbiamo esperienza”: un flusso continuo di percezioni, emozioni e pensieri che ci rende consapevoli di ciò che accade dentro e fuori di noi. In sintesi, è il punto d’incontro tra chi eravamo, chi siamo, chi temiamo di diventare e chi fingiamo di essere.
Le neuroscienze mostrano che comprendere e modulare gli stati di coscienza può influenzare direttamente il benessere psicologico, migliorando salute mentale, gestione dello stress e qualità della vita. La relazione tra coscienza e benessere è dunque molto più profonda di quanto sembri.
In pratica, nella vita quotidiana, migliorare la qualità della coscienza, ovvero come viviamo l’esperienza, può:
- ridurre stress e reattività,
- aumentare chiarezza mentale,
- migliorare relazioni ed empatia,
- favorire scelte più consapevoli
- aumentare senso di significato e identità.
In altre parole: la coscienza è un meccanismo di benessere, non solo un concetto filosofico. In questo senso, la meditazione e la consapevolezza di sé stessi e dell’ambiente circostante (la cosiddetta mindfulness) migliorano:
- gestione dello stress,
- disturbi psicologici,
- funzionalità cardiovascolare,
- regolazione del sistema nervoso autonomo,
- controllo dell’attenzione e delle emozioni.
Dove abita davvero la coscienza?
La coscienza non “vive” in un punto preciso del cervello, ma emerge dall’interazione tra più reti neurali che integrano percezione, memoria, corpo e ambiente. È come un inquilino che dirige il condominio cerebrale, spostandosi tra:
- corteccia parietale posteriore, la centralina che ci dice dove nasce la sensazione di “io sono qui”, integrando posizione del corpo, spazio circostante, sensazioni tattili e propriocettive. Ci dice dove siamo e dove sono gli altri, e … di non sbattere contro il tavolo;
- corteccia insulare, situata tra lobo temporale e frontale, collega sensazioni corporee e stato soggettivo. È una delle poche aree che mette insieme corpo, emozioni e cognizione. È un hub che ci rende consapevoli di “come stiamo”;
- corteccia prefrontale, decide cosa è rilevante, cosa ignorare, cosa portare “in primo piano”;
- sistema limbico, spesso definito “cervello emotivo”, composto da ippocampo, amigdala, ipotalamo, ed altre, è la parte di noi che elabora le sensazioni e ci spinge ad agire.
E se il cervello non generasse la coscienza?
La visione dominante nelle neuroscienze si basa su alcuni punti fermi:
- la coscienza emerge dall’attività dei neuroni e dalle loro interazioni elettrochimiche;
- il cervello funziona come un sistema di elaborazione complesso, dove impulsi e sinapsi generano l’esperienza soggettiva;
- la coscienza è quindi un fenomeno locale, radicato nel corpo e nel tempo.
Oggi alcuni neuroscienziati hanno elaborato la teoria della “coscienza non locale”, basata su alcune premesse:
- non è prodotta dal cervello, ma mediata da esso, come una radio che riceve un segnale;
- esiste come campo di informazione universale, non limitato dallo spazio e dal tempo;
- si può manifestare anche quando l’attività cerebrale è minima o assente (es. esperienze di pre-morte).
Secondo questa ipotesi, il cervello riceve, il corpo traduce, e la coscienza si espande oltre i limiti spazio-temporali e sarebbe uno dei componenti fondamentali del nostro mondo.
Noi ci vediamo come individui isolati, ma in realtà saremmo parte integrante di un tutto. Insomma, la domanda non è se la coscienza esista, ma se essa sia qualcosa che il cervello produce o qualcosa che il cervello semplicemente esprime.
Un concetto anticipato nel 1950 da Albert Einstein, per il quale l’essere umano è una parte limitata nel tempo e nello spazio di un tutto più grande, definito “Universo”.
Considerazioni finali
La neuroscienza è una delle frontiere più dinamiche della medicina: il cervello è l’organo più complesso che abbiamo e, come tale, il più soggetto ad ammalarsi.
Alla fine del 1700, superando il semplice” Cogito ergo sum” (Penso, dunque sono) di Cartesio, Immanuel Kant insegnava “Se vogliamo conoscere il mondo, dobbiamo incominciare a capire come è fatta la mente, o meglio i princìpi che ne regolano il funzionamento rendendo possibile l’esperienza”. Beh, dopo oltre due secoli, nonostante i progressi della neuroscienza, il cervello resta in parte un enigma.
Comprendiamo molte funzioni, ma non tutto: abbiamo cominciato da poco a capire qualcosa dell’intelligenza umana solo perché vogliamo sostituirla; non sappiamo ancora come si formano esattamente i pensieri, perché sogniamo. Ogni nuova scoperta apre altre domande, rendendo questo organo ancora più affascinante.
Nel suo libro “L’ultimo segreto”, Dan Brown riporta una citazione di Nikola Tesla, un fisico visionario morto nel 1943: “Quando la scienza inizierà a studiare i fenomeni non fisici, farà più progressi in un decennio che in tutti i secoli precedenti.”
E con questo il nostro viaggio tra neuroni e sinapsi finisce qui. Il cervello, però, non ha certo smesso di sorprenderci. Alla prossima esplorazione mentale. Il futuro delle neuroscienze è già iniziato.
Alberto Aiuto
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