Diabete, l’epidemia del terzo millennio sconosciuta ai più

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di Alberto Aiuto

Il diabete è una malattia cronica, non trasmissibile, caratterizzata dalla presenza di elevati livelli di glucosio nel sangue (iperglicemia) e dalla sua comparsa nelle urine.

Questo accade quando il corpo non produce abbastanza insulina, un ormone prodotto dal pancreas, o non riesce a usarla efficacemente.

È una patologia che sta dilagando nel mondo. Una crescita inarrestabile ovunque: nei paesi sviluppati, in quelli emergenti e in quelli ancora in via di sviluppo.

È comunque controllabile e un modico investimento nell’assistenza diabetologica può consentire una notevole miglioramento della sopravvivenza e della qualità della vita dei pazienti affetti da tale patologia.

Il diabete è come quel parente che arriva di sorpresa, restando più del dovuto: entra silenzioso, senza presentarsi, e porta con sé una montagna di zucchero nel sangue.

All’inizio si pensa: “Beh, un po’ di dolcezza non fa male, no?” Ma ben presto le urine si trasformano, diventano un liquido a base di glucosio.

Di solito, non si avverte nessun sintomo. Al massimo un piccolo aumento della glicemia. Insomma “niente di serio”.

Il problema è che questo parametro si diverte a far andare su e giù la glicemia come fosse sulle montagne russe… mentre pensiamo di fare vita normale.

È una situazione che non hai cercato, con molti protagonisti: glucosio in eccesso, pancreas pigro, insulina scarsa o del tutto assente, l’amico da allontanare (quello che ti dice: “Dai, mangia ancora un po’ di tiramisù!”) e una marea di situazioni da gestire.

Diabete, un po’ di numeri

Nel mondo, si stima che circa 537 milioni di adulti (circa il 10% della popolazione globale) convivano con il diabete.

Ovvero: 1 adulto su 10.

La previsione è che questo numero aumenterà a oltre 700 milioni entro il 2045.

Nel 2021, le morti attribuibili al diabete nel mondo, sono state 6,7 milioni: il 32,6% del totale nei soggetti di età inferiore ai 60 anni. Un numero che è come la punta di un iceberg: sott’acqua abbiamo un enorme gruppo di gente che non sa di averlo.

In Italia, si stima che circa il 6,6% della popolazione (4 milioni di persone) siano affette da diabete, di cui circa 3,5 milioni hanno una diagnosi nota. Un cittadino su 15.

Si prevede che nel 2040, una persona su dieci sarà affetta da diabete.

A crescere è soprattutto il diabete tipo 2: nove diabetici su 10 sono affetti da questa forma della patologia, fortemente legata a sovrappeso o obesità, nonché a stili vita scorretti, primi fra tutti la sedentarietà e il consumo di cibi processati. Tanto più che la prevalenza del diabete aumenta con l’età.

Per ogni 3 persone con diabete noto ce n’è una che non sa di averlo, a causa della natura spesso asintomatica del diabete di tipo 2.

Si calcola inoltre che per ogni persona con diabete ce n’è almeno una (3,27 milioni) ad alto rischio di svilupparlo.

Diabete, una storia che parte da lontano

Nel 1552 a.C. fu redatto nell’antico Egitto un trattato di medicina, conosciuto come Papiro di Ebers (un archeologo tedesco), in cui viene menzionata la poliuria come sintomo principale ed associata ad acqua che scorre, da cui il nome di diabete, a cui venne poi associato l’aggettivo “mellito”, in riferimento al sapore dolce dell’urina (perché in mancanza di strumenti adeguati, i primi medici le urine le assaggiavano).

Nel 50 a.C. il medico indù Susruta descrisse con precisione questa patologia citando casi di persone che urinavano molto, la cui urina attraeva le mosche ed era di sapore dolce. Si trattava certamente di diabetici. Egli già distingueva due forme di diabete: l’una giovanile, alla quale non si sopravviveva molto, e l’altra presente in adulti obesi.

Nel Cinquecento cominciarono le prime grandi scoperte mediche; in quel periodo Paracelso studiò il diabete grazie all’osservazione dell’urina ed arrivò alla conclusione che la poliuria e la gran sete dei malati era dovuta ad una sostanza, che egli credeva fosse sale, che si perdeva nelle urine e rimaneva quando queste evaporavano.

In realtà, si trattava di zuccheri ed il primo riferimento alla consistenza dolce dell’urina dei diabetici nell’era moderna è di Thomas Willis nel XVII secolo.

Più modestamente il poeta Giuseppe Gioacchino Belli pubblicò il 13 gennaio 1837, una poesia (L’ammalaticcio) in cui er sor Loreto rivela ad un amico che “lo spezziale dice ch’è un male che se chiama abbèto”.

Nel 1869, Paul Langerhans scoprì la presenza di alcuni gruppi di cellule diverse all’interno del pancreas; questi raggruppamenti somigliavano a delle isolette che ancora oggi vengono dette le insule di Langerhans, dove viene prodotta una proteina (l’insulina) in grado di controllare il metabolismo degli zuccheri e, quindi, la loro quantità nelle urine.

È proprio da qui che partirono le ricerche di Frederick Banting che nel 1921, scoprì come estrarre insulina. Fu un momento storico.

L’insulina (insieme ai vaccini e alla penicillina) è stata una scoperta straordinaria nella storia della medicina, un farmaco salvavita che ha cambiato per sempre la storia delle persone con diabete.

Oggi, lo scenario è completamente mutato e la qualità dell’assistenza diabetologica, dopo questo primo secolo di diabetologia, è ancora in continuo miglioramento. Le innovazioni tecnologiche, le nuove formulazioni e i nuovi metodi di somministrazione dell’insulina, così come la disponibilità di nuovi strumenti per il controllo glicemico, supportano quotidianamente le persone con diabete per un migliore controllo e gestione della malattia.

In pratica anche i diabetici sia di tipo 1 che di tipo 2, possono praticare sport a livello agonistico, con l’importante accorgimento di gestire attentamente la malattia e l’alimentazione durante l’attività fisica, in una stretta collaborazione con medici e specialisti.

Il diabete è un nuovo virus?

DiabeteCosa bolle nel pentolone della nostra società? Esiste un “virus” invisibile, che non ha bisogno di “contatto stretto” o mascherine, capace di favorire lo sviluppo del diabete in un numero sempre crescente di persone.

E non serve un tampone per scoprire che ne siamo contagiati, basta una gocciolina di sangue!
Questo virus è alimentato da una serie di fattori: l’industrializzazione, la meccanizzazione, l’urbanizzazione, e un costante stress psico-fisico.

 

In più, c’è la tentazione di cercare gratificazioni immediate in cibi facilmente accessibili, spesso ricchi di calorie e zuccheri.

La pubblicità, poi, fa la sua parte, bombardandoci con messaggi sugli snack, più potenti delle sirene di Ulisse, più dolci di un bacio di cioccolato e altrettanto ipercalorici.

È un virus che, pur non essendo virale nel senso tradizionale del termine, ci fa riflettere sulla questione: il diabete deve davvero continuare a essere considerato una malattia non trasmissibile?

Certo, la malattia non si diffonde come un raffreddore, ma esiste una predisposizione genetica che si tramanda di generazione in generazione.

In sostanza, il modo in cui viviamo e ci nutriamo può essere lasciato in eredità, creando un ciclo che è difficile da spezzare. Infatti, gli stili di vita malsani, come mangiare troppo cibo spazzatura e non muoversi abbastanza, possono essere trasmessi dai genitori ai figli.

Esiste un concetto chiave chiamato “imprinting diabetogeno” che lo spiega: se una casa è piena di dolciumi, un bambino probabilmente penserà che i dolci siano una parte normale dei suoi pasti quotidiani.

D’altro canto, se nessuno mangia verdure in casa, un adolescente potrebbe crescere pensando che sia perfettamente normale evitarle.

Se il frigorifero è pieno di bevande zuccherate proprio accanto all’acqua frizzante, i minori probabilmente riterranno quelle un liquido alternativo con cui dissetarsi.

E se il tempo in famiglia viene trascorso oziando davanti alla TV o incollati allo schermo di un computer, quello stile di vita pigro diventa la norma che tutti vogliono seguire. Insomma siamo in presenza di un virus a trasmissione familiare che produce il diabete di tipo 2.

Il problema nasce dal fatto che il nostro corredo genetico è sostanzialmente identico a quello dell’Homo Erectus che popolava la terra circa 500.000 anni fa e che conduceva una vita molto attiva dal punto di vista fisico.

Pertanto, il nostro organismo è programmato per fare movimento e mangiare cibi con poche calorie.

Oggi sappiamo molto bene che l’inattività fisica è causa di alterazioni organiche sia fisiche che mentali: di fatto la rivoluzione agricola ci ha stravolto la vita.

Non per niente i medici (diabetologi) raccomandano 3-4 sessioni settimanali di 30-45 minuti di attività fisica aerobica, alle quali vanno aggiunte, di norma, se non sussistono controindicazioni specifiche, 2 sessioni di attività fisica di potenziamento muscolare (attività anaerobica).

Oltre alla durata ed alla frequenza, l’altro parametro che è necessario definire è l’intensità della attività fisica praticata.

È ora di cambiare! L’invito è quanto mai attuale. La medicina moderna fa visite, prescrive farmaci, spiega numerini. Ma lo stile di vita diabetogeno è endemico: staziona nel frigo, nelle chat, nel divano.

E non ha nessuna intenzione di andarsene da solo. Riflettiamo dunque sulle nostre abitudini e interrompiamo questo circolo vizioso. Di fatto anche se viviamo in una società “malata” di comodità, essere un po’ più consapevoli di ciò che mangiamo e di come ci muoviamo può davvero aiutarci a invertire questa tendenza dolce ma pericolosa!

“Dobbiamo passare da un approccio reattivo, il cui si agisce quando il danno è fatto, a uno proattivo”.

Si fa presto a dire diabete. Un po’ di precisione

Il diabete tipo 1 è la varietà di malattia che più colpisce l’opinione pubblica per la necessità delle persone affette di somministrarsi insulina più volte al giorno e per il fatto di comparire soprattutto in bambini, talora piccolissimi, adolescenti o giovani adulti.

Considerando l’assoluto deficit di capacità secretiva di insulina da parte del pancreas, è essenziale che tutti i soggetti affetti da diabete di tipo 1 abbiano accesso ininterrotto ad insulina di alta qualità.

Il trattamento insulinico, multi-iniettivo o mediante microinfusore, ad oggi è infatti l’unico trattamento farmacologico raccomandato per il trattamento del diabete di tipo 1.

La buona notizia è sono in arrivo novità rivoluzionarie.

Purtroppo il diabete tipo 2 ancora oggi viene sottovalutato, sia da chi ne è affetto che dai suoi familiari e, non raramente, anche dagli “addetti ai lavori”.

Fra i primi sono ancora troppo diffuse espressioni gergali come:

  • “ho un po’ di diabete”,
  • “porto la glicemia alta”,
  • “ha un po’ di zucchero nel sangue” oppure
  • “ho il diabete alimentare ma se mi impegno scompare”.

Viceversa, il diabete di tipo 2 (che non è causato da un virus), dipende da scelte di vita che lo causano e si diffondono come un virus, “infettando” molte persone in tutto il mondo.

In pratica, viviamo una pandemia silenziosa che ci spinge a guidare invece di fare le scale e a trattare bevande zuccherate e snack ipercalorici come se fossero alimenti sani.

Conclusioni

Con queste premesse è evidente che un efficace controllo del diabete non si può ottenersi in primis senza il coinvolgimento attivo del paziente. L’educazione all’autogestione del diabete e l’adozione di comportamenti e stili di vita sani rappresentano aspetti centrali di qualsiasi strategia terapeutica.

Tuttavia sono indispensabili sia i medici e gli altri professionisti che devono diagnosticarlo, monitorarlo e trattarlo conoscendone le innumerevoli sfaccettature, che gli amministratori della salute e i politici che devono poter garantire l’accesso alle cure migliori e all’innovazione nel rispetto della sostenibilità e dei principi di equità e uguaglianza.

Ma, in fondo, il nostro unico anti‑virus naturale resta vivere un poco di più in equilibrio.

Alberto Aiuto

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