Viviamo in un mondo che invecchia più velocemente di quanto riusciamo a raccontarlo.
Presto avremo più over 70 che nipoti disponibili a spiegarci per la 47ª volta come funziona WhatsApp.
E mentre la longevità aumenta, cresce la richiesta cruciale su come vivere più a lungo… ma soprattutto meglio.
E mentre tutti cercano la ricetta per aggiungere vita agli anni, la scienza continua a chiedersi: possiamo aiutare il cuore a non andare in pensione troppo presto?
Tra i candidati al ruolo di “bodyguard cardiovascolare”, le statine sono da decenni le guardie del corpo ufficiali, almeno fino ai 75 anni. Funzionano, sono studiate, riducono infarti e ictus. Ma cosa succede quando si supera questa soglia? Ha ancora senso usarle nella “quarta età?
La domanda è meno banale di quanto sembri.
Con l’invecchiamento della popolazione mondiale a ritmi senza precedenti, rispondere a domande fondamentali su una longevità in salute è diventato un imperativo universale.
Sappiamo da decenni che ridurre il colesterolo LDL presenta benefici comprovati nella riduzione del rischio di infarto e ictus. Va ricordato però che il colesterolo non ha un effetto diretto sulla causa delle malattie vascolari.
È quello che tecnicamente viene definito un marker (parametro) surrogato usato per sostituire la rilevazione di un esito clinico finale e diretto, ad esempio, la sopravvivenza o la morte. Come fanno la pressione arteriosa o la carica virale nell’AIDS. Di fatto, le statine vengono prescritte per trattare l’ipercolesterolemia nelle persone fino ai 75 anni di età. I benefici sono noti, solidi, ripetuti.
La “scusa” della minor prescrizione nei soggetti più anziani parte da un ragionamento banale. In pratica, se ci vogliono decenni prima che si sviluppi un qualsiasi evento vascolare (infarto, ictus), che senso ha prescrivere una statina in una realtà in cui la vita media è poco superiore agli 80 anni?
Tanto più che le prove cliniche nella prevenzione primaria negli anziani non sono così solide, forse perché questa fascia d’età è poco rappresentata nei grandi studi clinici.
Di fatto, i pazienti ipercolesterolemici di età avanzata (>75 anni) senza malattia cardiovascolare nota, risultano sottotrattati per diverse ragioni: atteggiamento culturale conservativo, timore di effetti collaterali, dubbi sull’efficacia, carenza di studi specifici.
Lo studio sull’associazione tra statine e rischio cardiovascolare nei soggetti over 70 anni.
Per anni sono state prescritte statine agli anziani basandosi su dati indiretti, un po’ come scegliere un film guardando solo il trailer. Finalmente questa lacuna è stata colmata.
Lo studio STAREE (Statins in Reducing Events in the Elderly), realizzato in Australia, ha risposto alla domanda che nessuno voleva fare. I risultati di questo grande trial sono stati pubblicati recentemente sul New England Journal of Medicine, una delle riviste più prestigiose.
Si tratta di uno studio durato dieci anni, in cui sono stati arruolate quasi 10.000 persone over 70, senza malattia cardiovascolare, senza diabete e senza demenza, che vivevano in comunità (non ospedalizzati). Insomma: anziani sì, ma non “fragili”.
I pazienti sono stati suddivisi in modo casuale, a ricevere 40 mg di atorvastatina, una volta al giorno o un placebo.
Il risultato ha fatto rumore: il gruppo trattato con il farmaco attivo ha mostrato una riduzione del 30% degli eventi CDV (cardiovascolari), maggiore rispetto al placebo. Questo però non significa che “30 persone su 100 vengono salvate”.
Significa che il farmaco attivo riduce del 30% il rischio di un evento. In pratica: dipende da quanto è alto il rischio di partenza.
Ovvero se il rischio è elevato, il beneficio è grande; se il rischio è basso, il beneficio è più piccolo (ma comunque reale). La domanda è:
Qual è il mio beneficio con il mio rischio specifico? Vale la pena rispetto ai miei farmaci, alla mia età, ai miei obiettivi di salute, prendere una statina?
In ogni caso, per la prima volta è stato dimostrato che la prevenzione primaria con statine può funzionare anche dopo i 70 anni. Non male per una pillola che molti consideravano “roba da giovani”. Un po’ come scoprire che il nonno può ancora batterci a scacchi… e anche a briscola.
In realtà, iI messaggio chiave dello STAREE è semplice ma rivoluzionario: l’età, da sola, non è un motivo per prescriverle a tappeto. Non è un “via libera” automatico. Il 30% non significa che ogni persona sopra i 70 debba iniziare una statina come si prende un integratore.
Occorre valutare caso per caso e, in alcuni scenari, considerare la sospensione della terapia ipolipemizzante, mantenendo però gli interventi sullo stile di vita.
Perché sì, camminare, mangiare bene e non fumare funzionano ancora, anche se il compleanno ha due cifre alte a piacere.
Cosa si dovrebbe valutare per prescrivere una statina ad un paziente over 75 anni?
È possibile che il minor impiego della terapia ipolipemizzante nel “mondo reale” sia determinata da diverse motivazioni:
- il timore di effetti collaterali legati a comorbilità o a potenziali interazioni farmacologiche o a variazioni della farmacocinetica;
- l’incertezza sull’efficacia e la sicurezza di questi farmaci in pazienti con età >75 anni;
- un approccio culturale “conservativo a priori” nella popolazione in età avanzata, in particolare in assenza di una malattia cardiovascolare nota.
Per queste ragioni, molti clinici sono in realtà poco propensi ad iniziare un trattamento con statine in soggetti anziani. Ora lo studio fornisce nuove prove sull’efficacia della terapia, ma la medicina dell’invecchiamento non può essere guidata solo dal calendario.
Deve essere personalizzata, ragionata, calibrata, insomma, cucita addosso come un vestito fatto bene, valutando la storia clinica, i rischi, le preferenze e la qualità di vita di ogni individuo.
La decisione clinica deve tenere conto delle caratteristiche individuali, perché ogni anziano è diverso, e ogni cuore ha la sua storia.
Il maggior rischio di eventi CVD nella popolazione di età avanzata è legato a diversi fattori: la frequenza di diabete, ipercolesterolemia non trattata, ipertensione arteriosa, malattia aterosclerotica subclinica.
La decisione clinica deve considerare:
- condizioni di salute generali;
- comorbidità;
- altri farmaci assunti;
- fattori di rischio cardiovascolare;
- aspettativa e qualità della vita;
- tollerabilità del trattamento.
Conclusioni
Dopo i 70 anni tutti dovremmo prendere una statina?
Il trattamento con statine nei pazienti over 70 non è più un territorio nebuloso: i dati più recenti mostrano che, la prevenzione primaria può offrire benefici concreti nella riduzione degli eventi cardiovascolari.
Le statine funzionano, ma devono essere scelte con intelligenza clinica.
Il loro impiego deve essere personalizzato, contestualizzato e condiviso con il paziente. La medicina dell’invecchiamento non è “per tutti uguale”: è un equilibrio tra evidenze, rischi, preferenze e obiettivi di vita.
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