Superbarocco Arte a Genova da Rubens a Magnasco

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di Fabio Bandiera

Inaugurata nelle splendide sale delle Scuderie del Quirinale la mostra Superbarocco Arte a Genova da Rubens a Magnasco che ospiterà, dal 26 marzo al 3 luglio.

Una serie di capolavori che esprimono in qualità e quantità il ruolo che ebbe la Repubblica Marinara ligure tra il Seicento e la metà del Settecento, un secolo e mezzo d’oro che ha regalato una delle stagioni artistiche più gloriose della Storia.

Organizzata in partnership con la National Gallery of Art di Washington e in stretta collaborazione con i Musei di Genova, la rassegna curata da Piero Boccardo e Franco Boggero ci porta per mano nelle meraviglie di quel diciassettesimo secolo in cui Genova era in tutto e per tutto una potenza economica in grado di permettersi i migliori artisti dell’epoca chiamati e celebrarne i fasti.

Una città definita La Superba, per la sua eleganza ed esuberanza, per la sua varietà di stili e per il suo Governo Repubblicano.

Un grande potere finanziario e bancario che la mostra ripercorre idealmente in un sentiero che dal 1600 al 1750 ne esplora tutte le arti, nessuna esclusa.

La cultura storicamente cosmopolita e funzionale al suo ruolo di crocevia geopolitico in grado di attrarre i migliori artisti del momento le cui testimonianze sono ancora oggi tangibili e visibili.

Le prime sale si soffermano sul primo seicento, epoca di Caravaggio e Rubens, di Van Dyck e Vouet.

Un’epoca in cui l’aristocrazia governava e la diversità di gusti trovava i più svariati modi per esprimersi senza sottostare all’egemonia di un sovrano.

Tra le famiglie più in vista dell’epoca c’è di sicuro quella dei Doria che ebbero in Giovan Carlo un mecenate illuminato, degno esponente di una prestigiosissima casata che trova nell’arte un modo efficace di promozione e di diversificazione degli investimenti familiari.

Dotato di un gusto raffinatissimo seppe radunare intorno a sé sia i fiamminghi più famosi di inizio seicento, da Rubens, qui in mostra col meraviglioso ritratto equestre di Giovan Carlo, ad Anton Van Dyck, i cui quattro ritratti esposti ci descrivono più di mille trattati la fiera appartenenza dell’aristocrazia genovese, che maestri italiani, da Procaccini a Gentileschi qui esposti, del tardo cinquecento collezionando più di un centinaio di opere ai quali aggiunse una notevole serie di disegni che lui acquisì nella sua informale Accademia ubicata nella sua residenza in vico del Gelsomino.

L’importanza di Genova è legata ad un rapporto privilegiato con la Spagna di Carlo V, della quale i banchieri liguri erano i più grandi finanziatori grazie agli Asientos.

Veri e propri accordi privati tra la Repubblica e la Corona i cui debiti venivano onorati con concessioni di feudi, titoli nobiliari e metalli preziosi provenienti dalla Americhe.

L’egemonia imperiale spagnola sarà fonte notevoli interconnessioni con diverse realtà ad essa assoggettate, dalle Fiandre al Ducato di Milano, con le quali Genova intratterrà rapporti molteplici sia commerciali che culturali acquisendo il meglio della produzione del tempo.

Dalle nature morte importate dai maestri fiamminghi che, entrando in contatto con le maestranze locali, daranno impulso a stili e declinazioni differenti, da Vassallo a Fiasella passando per il toscano Bernardo Strozzi, che si cimenteranno con esiti diversi nella pittura di genere, raggiungendo alcune vette considerevoli ben rappresentate in mostra dalle tele mitologiche e allegoriche di Benedetto Castiglione, detto il Grechetto.

Siamo nel pieno Seicento.

Massimo fulgore della Repubblica la cui organizzazione dogale prevedeva rotazioni biennali per garantirne un’effettiva gestione democratica, e momento di crescita portuale esponenziale frutto di una considerevole e assoluta ricchezza testimoniata anche da un susseguirsi dinamico di tendenze artistiche locali, ben rappresentato dalla figura di Valerio Castello qui in mostra con diversi capolavori.

Il pittore genovese, profeta in patria, connoterà col suo stile fluido e vibrante tardo manierista gli anni cinquanta del Seicento grazie alle connessioni con artisti a lui coevi come il Procaccini, o a fonti di ispirazione come Correggio e Parmigianino, esponenti sublimi del cinquecento parmense.

Un linguaggio innovativo una libertà di espressione unite ad una padronanza pittorica e dell’affresco senza precedenti lo renderanno uno dei riferimenti del barocco ligure.

La sua carriera in ascesa verrà stroncata prematuramente, a soli trentacinque anni, a causa della peste che nel 1656 dilanierà e dimezzerà la popolazione, lasciando un vuoto enorme che con molta fatica le scuole successive proveranno a colmare.

Su queste premesse si apre la seconda parte della mostra, sarà Domenico Piola a raccoglierne il non facile testimone, grazie ad una preminente cultura romana mediata dallo scultore francese Pierre Puget, che intriso di Barocco Berniniano capitolino lo aiuterà a superare le barriere ideologiche tra scultura e pittura.

Una leadership locale che Piola consoliderà anche con l’aiuto del genio del genero Gregorio De Ferrari,

pittore innovativo che darà al Barocco di ligure di fine Seicento uno slancio e una vitalità che avrà nell’affresco il suo vertice di massimo splendore.

Fluido e sensuale e avulso da ogni canone precostituito De Ferrari ci proietta nel pieno settecento anticipandone gli sviluppi pittorici, donando nuovo slancio all’arte genovese del diciottesimo secolo in cui, oltre agli affreschi e alle tele, si faranno strada arredi, sculture e mobili trainati da un gusto romano opportunamente rielaborato.

Cambia la Storia e il declino spagnolo procede di pari passo con l’influenza Rococò francese targato Luigi XIV, che si rifletterà nelle forme degli intarsi lignei, nelle decoratissime specchiere e negli elementi decorativi e stilizzati del disegno e della ritrattistica, modelli che verranno recepiti da artisti e pittori locali, qui esposti, come Domenico Parodi e Giovanni Maria Delle Piane che seppe conciliare queste nuove istanze traducendole in numerose commesse dalla Corona Spagnola.

La metà del settecento segnerà la fine di questo sfavillante momento aureo delle arti genovesi, una parabola che si chiuderà sotto il segno dell’ultimo grande artista della Superba, Alessandro Magnasco.

Un pittore genovese di nascita, ma intriso di contaminazioni e ricco di un talento che travalica i confini della Repubblica col suo stile libero e guizzante sia nell’esecuzione che nella scelta dei temi. Un artista rivoluzionario e fuori dal tempo il cui percorso autonomo attinge da esperienze milanesi e fiorentine, sempre in bilico tra satira e costume, tra slanci illuministi e una routine geniale che seppe attirare una folta committenza.

Il suo meraviglioso Trattenimento in un giardino di Albaro è il degno canto del cigno di un’epoca senza precedenti che questa mostra ripercorre efficacemente addentrandosi dentro le sue mille sfaccettate evoluzioni temporali.

Fabio Bandiera

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