Qualche giorno fa, parlando con un amico di vecchia data, la discussione è scivolata senza volerlo, sui reciproci problemi di salute.
Che differenza con qualche decennio fa, quando si parlava dei figli, delle nostre consorti, sulle vacanze, insomma argomenti piacevoli sui progetti futuri.
La domanda principale fu: “Quali sono le novità sull’Alzheimer?”, sintomo di una preoccupazione latente. Soprattutto oggi che ne vediamo le conseguenze, anche solo per sentito dire.
Negli ultimi cento anni la medicina, grazie agli antibiotici, le vaccinazioni, la chirurgia, antitumorali, è riescita a portarci in buona salute nella terza età.
Rimane la malattia di Alzheimer, descritta nel 1906, di cui sappiamo che sarebbe causata dalla progressiva degenerazione delle cellule cerebrali, scatenata dall’accumulo anomalo delle proteine beta-amiloide e tau nel cervello.
Questa alterazione biologica provoca l’interruzione della comunicazione neuronale e la loro morte. Oggi questa patologia è un’epidemia silenziosa, destinata a triplicare nei prossimi decenni:
l’Italia, infatti, resta tra i Paesi più longevi al mondo. In assenza di trattamenti efficaci e delle enormi risorse sociali, emotive, organizzative ed economiche, necessarie per la sua gestione, che ricadono in gran parte sui familiari dei malati, è una delle patologie a più grave impatto sociale del mondo.
I sintomi dell’Alzheimer
Oscar Wilde scrisse che la memoria è il diario che ognuno di noi porta sempre con sé. All’inizio scompare l’ingrediente di una ricetta. Poi una strada della città in cui si vive.
Poi, un episodio della vita. Alla fine, i ricordi, le persone care, i movimenti più semplici come quello di scrivere o mangiare.
Questa perdita della memoria è spesso causata dalla malattia di Alzheimer, lo psichiatra e neuropatologo tedesco, che per primo riscontrò in una donna di 51 anni diversi sintomi collegati con quella che fino a qualche anno fa si chiamava demenza senile.
Secondo studi recenti, i sintomi predittivi più affidabili, quelli che possono comparire anni prima della diagnosi riguardano tre aree: memoria/attenzione, funzioni esecutive e orientamento, comportamento e umore.
L’alterazione della memoria episodica (dimenticare conversazioni o appuntamenti. informazioni appena presi) è il segnale più precoce e più forte.
Seguono le difficoltà nelle attività quotidiane (perdersi in attività abituali come guidare su un percorso noto, fare la spesa) e problemi di linguaggio (difficoltà a trovare parole comuni, perdita il filo del discorso).
Sfido chiunque a non aver mai sperimentato qualche situazione del genere. Ma quando cominciare a preoccuparsi?
Diagnosi differenziale tra invecchiamento normale e Alzheimer, basata sui sintomi.
- Nelle situazioni fisiologiche, il cervello invecchia, ma non perde la bussola.
- Si dimentica un nome… ma torna in mente dopo.
- Si cercano le chiavi… ma poi si ricorda dove sono.
- Sfugge una parola, ma la frase resta coerente.
- Nessuna difficoltà a seguire una conversazione.
- Nessun problema a muoversi in luoghi familiari.
- Si fanno le cose più lentamente, ma si fanno.
- Le bollette? Magari con più calma, non con più errori.
In pratica, nell’invecchiamento normale la persona compensa. Nell’Alzheimer la persona perde pezzi di funzionamento.
Se i sintomi peggiorano, è importante rivolgersi a un professionista per una valutazione più accurata. In genere si fanno una serie di test clinici cognitivi veloci e non invasivi.
- Clock Drawing Test (Test dell’orologio), molto utile nelle fasi iniziali.
- MMSE – Mini Mental State Examination. Poco sensibile nelle fasi molto precoci.
- MoCA – Montreal Cognitive Assessment. Considerato il miglior test rapido per sospetto MCI/Alzheimer precoce.
La terapia della malattia di Alzheimer
Per decenni la cura dell’Alzheimer è stata un po’ come cercare di riparare un’astronave con lo scotch: tanta buona volontà, risultati discutibili, e un generale senso di “forse non abbiamo capito bene il problema”. Poi, all’improvviso, nel 2025-2026, la ricerca ha iniziato a muoversi. La scienza ha deciso di fare sul serio.
- Gli anticorpi anti‑amiloide: i nuovi “idraulici del cervello”
Sono in arrivo anticorpi monoclonali sperimentali sempre più mirati, tipo il Remternetug (Ely Lilly), per il trattamento dell’Alzheimer precoce. Il farmaco agisce sulla rimozione delle placche amiloidi nel cervello. Ripulisce più in fretta dei predecessori. Ha meno effetti collaterali. Contrasta la progressione della patologia nelle fasi precliniche o di lieve entità. La nuova generazione punta addirittura agli oligomeri, aggregati tossici, considerati i principali responsabili della neurotossicità e della perdita di memoria, che danneggiano i neuroni e le sinapsi molto prima che si formino le placche visibili. È come passare dal togliere la polvere al fare una bonifica ambientale.
- Terapie anti‑tau: finalmente qualcuno si occupa del vero piromane
La proteina tau aggredisce le connessioni tra i neuroni cerebrali, impedendo la comunicazione cellulare e attiva le cellule immunitarie del cervello, scatenando un’infiammazione cronica che accelera la morte neuronale.
Ora sono allo studio terapie che cercano di bloccare la tau e impedirle di contagiare i neuroni vicini con la sua cattiva influenza.
- Microglia: il vigile urbano che finalmente normalizza regola il traffico.
La microglia è il sistema immunitario del cervello. Quando funziona bene, è un vigile che dirige il traffico neuronale. Quando funziona male, è un vigile che decide di fare sciopero e scatena l’ingorgo.
Inizialmente, la microglia rimuove l’amiloide, ma con l’avanzare della malattia si sovraccarica, perdendo la sua efficacia. Nelle fasi avanzate, la microglia iperattiva può “mangiare” per errore sinapsi e neuroni sani. Le nuove terapie con nuovi anticorpi monoclonali (Lecanemab e il Donanemab) cercano di rallentare il declino cognitivo e funzionale. Entrambi hanno ottenuto l’autorizzazione ufficiale della Commissione Europea per essere prescritti nei pazienti idonei.
- I vaccini: prevenire è meglio che curare.
L’idea è semplice: invece di aspettare che il cervello si riempia di proteine tossiche, serve insegnare al sistema immunitario a riconoscerle e neutralizzarle. È come vaccinare il cervello contro il disordine. Attualmente sono in fase di sperimentazione clinica diverse immunoterapie promettenti, divise in due grandi filoni: lo sviluppo di vaccini specifici diretti contro le proteine alterate del cervello (come la beta-amiloide e la proteina tau) e la scoperta dell’effetto protettivo aspecifico fornito da alcuni vaccini comuni già esistenti. Attualmente non esiste un vaccino commerciale specifico.
- Senolitici: eliminare le cellule zombie (letteralmente)
Con l’avanzare dell’età, le cellule senescenti si accumulano nel cervello. Smettono di funzionare ma non se ne vanno, anzi rilasciano sostanze tossiche e rovinano l’ambiente. Sono gli inquilini abusivi del cervello. I senolitici, ancora in fase di test, sono il Dasatinib (un farmaco antitumorale) e la Quercetina (un flavonoide naturale), oltre ad altre molecole come la Fisetina.
- Microbiota: quando l’intestino decide di partecipare alla trama
Sembra assurdo, ma il microbiota intestinale ha un ruolo nell’infiammazione cerebrale. È come scoprire che il portinaio del palazzo influisce sulla qualità del sonno al terzo piano. La ricerca sta esplorando probiotici mirati, diete personalizzate, trapianti di microbiota (sì, esiste davvero).
- Diagnosi precoce: il futuro è negli esami del sangue
La vera svolta avverrà quando si capirà chi sta sviluppando la malattia prima che compaiano i sintomi. Le proteine p-tau217 e Aβ42/Aβ40 presenti nel sangue sono le novità più rivoluzionarie per una diagnosi accurata, decenni prima dei sintomi. È come passare dal telescopio al microscopio: improvvisamente vedi tutto.
Conclusione (pragmatica)
Per la prima volta l’Alzheimer non sembra più un mostro imbattibile, ma un avversario che la scienza ha finalmente imparato a leggere, anticipare e colpire nei punti giusti.
Non siamo ancora al traguardo, ma il percorso non è più un sentiero nel buio: è una strada con lavori in corso che procedono davvero.
La scienza non ha ancora vinto, ma per la prima volta ha smesso di giocare in difesa. Le nuove terapie non promettono miracoli, ma promettono di poter ricordare, restare presenti, di migliorare la qualità di vita.
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