Il giorno della memoria, l’olocausto e il monito per il futuro della democrazia

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Il 27 gennaio 1945 le avanguardie dell’Armata Rossa, nella loro vittoriosa avanzata da Est, raggiunsero la città di Auschwitz in Polonia.

I tedeschi si erano ritirati senza combattere.

Quando entrarono nel campo i Russi videro i reticolati del campo, le torrette, il filo spinato attraversato dalla corrente elettrica, le baracche e i 32 edifici in cui erano state installate le fabbriche della IG Farben.

La Interessen-Gemeinschaft Farbenindustrie AG, fin dal 1925 e poi durante il nazismo, produceva vernici e fu chiusa parecchi anni dopo la guerra, nel 2012. 

All’epoca di Hitler e durante la guerra, oltre a vernici e solventi chimici, fabbricava lo Zyklon B, un’insetticida cianogenetico utilizzato nelle camere a gas di Auschwitz e nei campi di sterminio per gassare i prigionieri.

Molti degli internati, una massa enorme di schiavi del Reich, lavorava in quel conglomerato divenuto un vero e proprio polo industriale, così grande da rendere necessaria la costruzione di altri campi satellite come Birkenau e Monowirtz.

Sfruttati come schiavi, denutriti e malvestiti coperti da pigiami a righe con la croce gialla (per gli Ebrei) o di un altro colore, in base ai motivi del loro internamento.

Uomini, donne e persino bambini, lavoravano fino alla morte che in media arrivava appena dopo 3 mesi dal loro ingresso dalla porta del campo.

Sul cancello di Auschwitz campeggiava la scritta ARBEIT MACHT FREI, che tradotto significa: 

il lavoro rende liberi.

Sul tetto di un edificio a Dachau, altro famigerato campo nazista, era scritto;

Una sola via vi conduce alla libertà.

Le sue pietre miliari si chiamano: obbedienza, assurdità, sobrietà, pulizia, spirito di sacrificio, ordine, disciplina e amor di patria”.

La soluzione prevista dai gerarchi nazisti per “liquidare” gli Ebrei, era stata dapprincipio quella dell’allontanamento dal Reich.

Poi una marcia verso Est, una volta sconfitta la Russia di Stalin, in cui molti sarebbero morti di stenti.

La resistenza dei Sovietici rese impossibile questa misura e allora si passò alla cosiddetta “soluzione finale”, l’eliminazione fisica di milioni di persone deportati da tutte le città occupate., dopo essere stati espropriati di tutti i loro averi.

Vennero così rastrellati e trasportati verso i campi prigionieri provenienti da:
  • Francia, complice il Governo francese di Vichy
  • Olanda
  • Austria e Germania
  • Polonia
  • Ungheria
  • Romania
  • Italia dopo l’8 settembre 1943, complice il governo della RSI.

E da molti altri Paesi occupati dai nazisti, dove Gestapo ed SS si occuparono anche con la complicità di autorità militari, polizia e civili locali, della cattura e della deportazione in massa insieme a  zingari, omosessuali, dissidenti e prigionieri politici, partigiani catturati, ostaggi di rappresaglia e persino religiosi cattolici e protestanti. 

I prigionieri nei campi morivano non solo nella camere a gas o liquidati dai plotoni di esecuzione o da un colpo di pistola, ma anche per la fame e le condizioni di vita inumane. 

A Buchewald un annuncio diffuso dagli altoparlanti comunicava agli internati:

Ogni ebreo che desideri impiccarsi è pregato di avere la cortesia di mettersi in bocca un pezzo di carta recante il proprio nome e domicilio, al fine di poter procedere alla identificazione. Il comandante prega di scrivere le proprie generalità preferibilmente in carattere stampatello”.

Era sterminio unito a meticolosità tedesca.

Si arrivò all’utilizzo delle camere a gas perché i militari dei plotoni di esecuzione non riuscivano a tenere il ritmo di esecuzioni richiesto e creavano problemi psicologici ai soldati chiamati ad uccidere ogni giorno migliaia di persone. 

Heinrich Himmler, nel 1943 a Posen, disse agli ufficiali delle SS:

“ Tutti voi sapete cosa significa quando 100, 500, 1.000 cadaveri giacciono l’uno accanto all’altro. Averli uccisi e allo stesso tempo essere rimasti persone per bene”. 

Himmler era il capo delle SS.

Catturato alla fine della guerra sfuggì al processo di Norimberga ingoiando una capsula di cianuro. Anche Hitler morì suicida nel bunker della Cancelleria di Berlino per non cadere nelle mani dei Russi. 

Processati dagli Alleati, i più importanti sodali del Führer finirono  impiccati a Norimberga nel 1946.

Ma l’orrore che avevano generato rimase, immenso, terribile come il numero delle persone uccise. Quasi 6 milioni di loro erano Ebrei. 

Il 27 gennaio è stato istituito nel 2005 dall’ONU, il Giorno della Memoria, per commemorare le vittime di questo infame massacro battezzato Olocausto, o Shoah che in ebraico significa, tempesta devastante, dai versetti della Bibbia. 

L’artefice di tutto questo e il responsabile di una guerra terribile che devastò il mondo oltre che l’Europa, fu Adolf Hitler con i suoi alleati (compreso Benito Mussolini).

Un ex caporale austriaco della Grande Guerra, aspirante pittore, agitatore politico, fondatore del Partito Nazionalsocialista, Hitler – genio diabolico emerso dagli abissi della miseria, infiammato dalla sconfitta, come lo definì Winston Churchill – fu in grado di scatenare e orchestrare questo terribile genocidio. 

Era andato al potere in Germania, vincendo regolari elezioni, spalleggiato dalle sue milizie paramilitari e sostenuto fanaticamente da milioni di tedeschi. 

La dittatura di Hitler differiva da tutte le precedenti per un punto fondamentale. È stata la prima ad affermarsi nell’attuale epoca di sviluppo tecnologico e si è servita fino in fondo di tutti i possibili mezzi tecnici per dominare il Paese.

Oltre alla stampa e alla propaganda, moderni strumenti come la radio e i cinegiornali  hanno impedito a 80 milioni di individui di pensare in modo indipendente, e pertanto è stato possibile asservirli alla volontà di un solo uomo” (da Adolf Hitler, la quotidiana banalità del male).

Un concetto che in piena epoca di social network, internet, fake news, webeti e ignoranza informatica dilagante via web , dovrebbe suscitare grande preoccupazione riguardo le deviazioni che può subire persino la democrazia. 

A questo serve ricordare, ogni 27 gennaio, il Giorno della Memoria. 

Per riflettere a oltre 70 anni di distanza, su quegli eventi.

Fissare nel pensiero di tutti e far meditare tutti sui danni che possono derivare dal potere assoluto e dal nazionalismo folle. 

A far conoscere alle giovani generazioni e a chi non ha vissuto, per propria fortuna, la guerre e quei terribili eventi, fatti terribili che non devono essere dimenticati. Al passato e al futuro di un’Europa libera democratica, e in pace.

Affinché quella storia terribile, non debba ripetersi. Mai più.

Claudio Razeto

Tempo di lettura: 2’00”

Foto tratta da: https://www.ilpost.it/2018/02/01/legge-polonia-olocausto/

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