Il rumore della cecità

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di Gaetano Buompane

In casa si è deciso che sarò io ad accompagnare mia figlia a scuola la mattina. È il primo significativo segnale del nostro ritorno alla normalità. Il dramma è che io non sono convinto di voler tornare alla normalità di prima. Non fraintendetemi, niente a che vedere con la scuola e il sacrosanto diritto all’istruzione. Il problema è tutto mio.

Il fatto è che io, tendenzialmente, sono un misantropo. È inutile nasconderlo o cercare di fingere di essere il contrario.

Sono più incline a provare sentimenti di sfiducia nei confronti del genere umano che a credere nella sua possibilità di salvezza. E più questi sentimenti si rafforzano più cresce la mia tendenza all’isolamento.

Ma obiettivamente, chi si sentirebbe davvero di biasimarmi? Voglio dire, criticatemi pure per la mia irritante ricerca della solitudine, ma in quanto alla sfiducia nei confronti del genere umano la discussione, dovete ammetterlo, è tutt’altro che chiusa. Anzi, è drammaticamente attuale.

Certo, sono anche io testimone degli innumerevoli esempi di sobrietà e altruismo che gli esseri umani sono ancora capaci di compiere, che però non fanno altro che alimentare l’esile fiammella della speranza. Anche se la speranza è sempre l’ultima a morire e ci aiuta a tirare avanti, ciò di cui avremmo davvero bisogno è di una rapida e drastica inversione di rotta.

Per questo sono sicuro che capirete quanto io sia combattuto in questo momento.

Il tornare alla normalità apre una serie di interrogativi sui quali potremmo già azzardare delle risposte.

Primo fra tutti se è proprio vero che torneremo alla stessa normalità e soprattutto, se la pandemia, di cui siamo ancora vittime, ci lascerà qualche tipo di insegnamento o se cercheremo in tutti i modi di dimenticarla il più velocemente possibile.

Quando le nostre vite si fermarono nel tentativo di sfuggire alla morte continuammo a ripeterci, forse per farci coraggio, che dovevamo dare ascolto al nostro povero e martoriato mondo il quale ci stava chiedendo a suo modo di rallentare, di fermarci un po’.

Con i primi lockdown le città tornarono a respirare, cantavamo affacciati alle finestre ritrovando un contatto umano di cui avevamo perso la memoria. Una melodia universale attraverso le voci di chi voleva sopravvivere e aveva percepito che al di là della paura c’era senza ombra di dubbio un altro modo di vivere.

La paura della morte ci aveva aperto gli occhi sul vero significato della vita.

Adesso che la paura della morte sta passando non iniziate a sentire il solito rumore della cecità? Io trovo che ogni giorno sia più assordante e cercare di tapparmi le orecchie non fa altro che riattivare quei sentimenti di sfiducia.

Si è tornati a contrapporre con veemenza l’Essere presente alla solitudine dell’Essere, a rivendicare il diritto di esserci che la malattia aveva messo in discussione e che oggi qualcuno, in altro modo, è accusato di ostacolare.

In realtà, in tutto questo vociare, non si tiene per niente conto che l’Essere non si esaurisce nello stare fisicamente in un posto, ma che ognuno di noi esiste principalmente in relazione agli altri. È in questa semplice relazione dell’esistenza umana che risiede il significato della vita e forse l’unica cosa che non dovremmo mai dimenticare. È questo che la pandemia avrebbe dovuto insegnarci, è questo che avrebbe dovuto stimolare quell’opportuno cambio di rotta.

Così, allo stesso modo di Pietro il protagonista del romanzo di Sandro Veronesi Caos calmo, invece di accompagnare mia figlia a scuola e andarmene via rapidamente come facevo prima, inseguendo qualcosa che non è mai stato davvero importante, ho deciso che finché sarà possibile l’aspetterò, seduto in macchina o restando nei paraggi.

Cercherò di superare la mia misantropia sperimentando un altro modo di vivere.

Il Sofà è una rubrica settimanale.
Ogni lunedì, se ti va, ci sediamo comodi per una nuova chiacchierata.

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Foto da Pixabay

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