Intervista a Piero Negri Scaglione

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C’era una volta in AMERICA

Raccontare la storia di un film come C’era una volta in America non è cosa semplice da racchiudere in pochi momenti, è una vera e propria avventura dentro un’avventura più grande.

La sfida massima a cui si è sottoposto un testardo e caparbio Sergio Leone per portare a compimento una pellicola per la quale ha dovuto aspettare diciotto anni tribolatissimi in cui si sono accavallate vicende professionali e umane che di sicuro hanno inciso anche sul suo stato di salute.

Perché come ha lui stesso dichiarato, ‘’C’era una volta in America sono io”, anima e corpo con tutto sé stesso proteso verso un’impresa titanica che purtroppo gli Usa non sono riusciti a capire e decifrare relegandolo, ingiustamente, a status di film minore agendo sul montaggio e stravolgendone a tratti il senso.

Ispirato liberamente dal libro Mano Armata di Harry Grey, questa epopea universale a stelle e strisce è perfettamente scandita, anno dopo anno, dalla penna di Scaglione che magistralmente ci trascina nei meandri labirintici di un’impresa a tratti folle e disperata, ma densa di storie ed aneddoti che lo scrittore ci restituisce grazie anche ad una serie di incontri e racconti con chi il film lo ha prodotto, sceneggiato ed anche recitato.

Testimonianza importante quella di Robert De Niro che dopo quasi quarant’anni ha concesso un’intervista allo scrittore riconoscendo i meriti ad un regista di sicuro ingombrante, ma in grado di scrivere una delle pagine più memorabili della cinematografia di tutti i tempi.

Abbiamo avuto il piacere di incontrare Piero per discutere con lui la genesi e lo sviluppo di un libro affascinante e imprescindibile per ogni amante cinefilo.

Piero buongiorno, partiamo dalla genesi di questo libro. Lo hai concepito tanti anni fa, poi lo hai accantonato per un po’. Avevi un conto in sospeso con questa storia?

Si devo dire che è l’espressione giusta, è un progetto iniziato tanti anni fa e poi interrotto perché ho cominciato a collaborare per la Stampa di Torino.

Ogni tanto facevo qualche telefonata o buttavo giù delle idee, ma ad un certo punto ho temuto di non riuscire a finirlo.

Poi per una serie di motivi, anche personali, ho lasciato il lavoro di redazione per dedicarmi anima e corpo anche a questo libro e da li in poi l’ho sviluppato fino in fondo e finalmente sono riuscito a portarlo a termine

L’importanza temporale di questo film uscito in sala nel 1984. Se I cancelli del Cielo di Michael Cimino decretava nel 1980 la fine della New Hollywood, C’era una volta in America è forse uno degli ultimi atti in grado di esprimere un certo cinema d’autore legato ad una grande produzione?

Senza ombra dubbio questo film coniuga fuori tempo massimo un certo cinema d’autore legato ad una grande produzione, uno degli ultimi esempi lampanti di questo connubio cha sarà durato più o meno una decina d’anni, forse a cominciare dal Padrino in poi.

E’ a modo suo un paradosso perché questo film è totalmente di Leone, non ha niente a che vedere con la Hollywood di quei tempi in quanto sono coinvolte tutte figure, dagli sceneggiatori ai costumisti e scenografi, italiane e provenienti dalla grande tradizione del nostro cinema degli anni settanta.

Un unicum nel suo genere che forse proprio per questo non è stato capito e apprezzato come avrebbe meritato negli Stati Uniti.

La figura quasi mitologica di Sergio Leone. Te ne sei volutamente discutere per averne uno sguardo più lucido?

Io son partito con l’idea di scrivere la biografia di “C’era Una Volta in America” come se il film fosse una creatura vivente, ma inevitabilmente sono stato costretto ad imbattermi in questa figura gigantesca e piena di sfaccettature chiamata Sergio Leone.

In tutti gli incontri che ho avuto con chi è stato coinvolto nel film era imprescindibile parlare del loro rapporto col regista, quindi questa commistione tra uomo, artista e pellicola aleggia inesorabilmente nel libro, una specie di biografia incidentale non su Leone, ma su come lo hanno percepito figure a lui molto vicine in quei lunghissimi anni.

L’odissea quasi ventennale che accompagna l’uscita del film. Perché son dovuti passare diciotto anni? Testardaggine di Leone, boicottaggi da più parti, o una serie di concause di eventi?

Se dovessi trovare una causa principale a questa odissea c’è da fare una premessa che forse non tutti hanno ben chiara: il cinema italiano di quegli anni doveva molto all’America sia in termini di finanziamenti che di successo, basti pensare alla Dolce Vita che è diventato quello che è diventato grazie anche al consenso ricevuto negli States.

Leone era abbastanza recidivo, aveva avuto problemi sia con C’era una volta il West che con Giù la Testa, e in questo caso specifico era stato molto poco negli Usa affidandosi al produttore Arnon Milchan pur volendo andare avanti per la sua strada senza scendere a compromessi, perché aveva ben chiaro in testa che quella era la storia che voleva raccontare. Tutto questo messo insieme ha fatto sì che ci siano voluti quasi vent’anni prima di vedere il film in sala.

Hai avuto tantissimi incontri con diverse figure coinvolte a vario titolo nella lavorazione del film. Un personaggio o una testimonianza che ti sono rimaste particolarmente impresse?

La figura più importante nella quale mi sono imbattuto è di sicuro Claudio Mancini, un testimone straordinario e produttore di oltre 120 film che nella sua carriera ha ricoperto una marea di ruoli, da comparsa ad elettricista, da segretario di produzione ad organizzatore.

E’ stato decisivo per la riuscita di un film difficilissimo anche da girare con un’America da ricostruire a Roma, un carattere difficile che si è scontrato spesso con Leone, anche se nonostante tutto nessuno dei due ha mai abbandonato la nave.

Sarebbe sicuramente meritevole di un libro a parte perché rappresenta un pezzo, invisibile e straordinario, della storia del nostro cinema.

I tuoi di ricordi di diciottenne cinefilo, hai visto il film in sala? Hai percepito all’uscita di aver assistito a qualcosa che sarebbe entrato nella storia?

Io non ho dei ricordi precisi, ma c’è tanta gente che ho incontrato che mi ha detto per filo e per segno quando lo aveva visto e cosa aveva provato guardandolo.

Ricordo le sensazioni, quelle di aver visto il film più bello della mia vita e di averne percepito ogni singolo momento e tieni conto che il penultimo film di Leone era targato 1971, quindi c’era un’attesa spasmodica durata tredici anni, e poi quella fumeria d’oppio è una trasfigurazione del cinema e uno dei finali più indelebili che io possa mai ricordare.

Tornare a quegli anni ti fa capire anche l’importanza che aveva vedere un film nelle nostre vite che oggi è francamente difficile poter descrivere.

Versioni diverse, montaggi diversi, cosa non ha funzionato tra Leone e la produzione americana? Forse C’era una volta in America è un film troppo europeo per essere compreso a pieno negli USA?

Queste è l’interpretazione di De Niro che ha asserito che quella era la visione dell’America fatta da un regista europeo, condivido questa analisi anche se poi dati alla mano ci siamo accorti nel tempo che il film è stato un grande successo, un film di culto per cui è sgradevole o riduttivo ridurne la portata alle contingenze del momento o alle complesse logiche commerciali o produttive.

Son passati trentotto anni e questo film è uno di quei capolavori cinematografici assoluti indipendentemente dalle versioni proiettate nel tempo.

Hai avuto il privilegio di poter intervistare Bob De Niro, che ricordi ha del film? Uno delle tante pellicole per lui, o qualcosa gli è rimasto dentro?

L’impressione che ho avuto parlando con lui e che durante le riprese abbia avuto anche lui degli scontri intensi con Leone, ha deciso secondo me di parlare con me per riconoscere comunque la grandezza del progetto e del suo interprete principale.

Ricordiamoci che già a quei tempi aveva girato film come Taxi Driver e Toro Scatenato con due Oscar già al suo attivo, ha dedicato due anni a questo film e credo che si porti dentro questa esperienza anche se De Niro è uno che fa molta fatica ad esprimere le proprie emozioni, col tempo però ha iniziato a concedere interviste e a condividere ricordi legati a pellicole come questa che a mio avviso lo ha segnato nel profondo.

Il rapporto tra il film ed il libro da cui è liberamente ispirato. Sei riuscito ad incontrare il figlio di Harry Grey, chi era davvero suo padre?

Anche questa è una bella pagina della storia, sentivo l’esigenza di andare più a fondo su questo personaggio e ho cercato in vari modo di contattarlo, ma sembrava che Harry Grey fosse sparito nel nulla.

Quando in un modo un po’ rocambolesco ho trovato il figlio ho cercato di capire chi fosse davvero suo padre e, tra una reticenza e l’altra, sono riuscito a capire che non era veramente un gangster, ma uno che di sicuro li conosceva e li bazzicava.

Ci tenevo anche perché volevo smitizzare alcune ricostruzioni sommarie e romanzate fatte anche dallo stesso Leone in cui lo scrittore veniva descritto in modo troppo stereotipato, mentre da quello che ho scoperto dal figlio Harry Grey è stato un personaggio di sicuro enigmatico, ma molto più complesso e sfaccettato di quello che possa sembrare.

Se dovessi chiederti una scena, una sola, chiudi gli occhi e dimmi cosa ti viene in mente?

A mio avviso la scena con la S maiuscola del film è il duello finale senza pistola tra Max e Noodles, anche se  sul tavolo la pistola c’era, girato a Cinecittà e denso di dialoghi degni dei grandi della letteratura di tutti i tempi.

Mi emoziono ogni volta che ci penso, quando De Niro risponde alla richiesta di vendetta del Senatore Bailey dicendo  “è solo il mio modo di vedere le cose”, che dà il là a quel finale aperto ed irrisolto, che è a mio avviso un’altra scena capolavoro.

Anche qui Leone stupisce perché riesce a creare una straordinaria tensione narrativa senza utilizzare armi o sparatorie di alcun tipo, cosa che invece gli americani si aspettavano.

Per chiudere l’immagine finale è una delle più belle della storia del cinema, Noodles nella fumeria d’oppio con quel ghigno sorridente, un sogno onirico che è la sintesi perfetta di questa meravigliosa parabola.

E l’apporto delle musiche di Ennio Morricone quanto ha influito? Che ricordi aveva il maestro di quel film?

Con Ennio ho avuto il piacere di parlare diverse volte anche di questo film.

A lui giravano un po’ le scatole perché si parlava sempre di Sergio, come se il suo lavoro non avesse avuto il giusto risalto.

Morricone è un genio, uno dei più grandi compositori del novecento che ha avuto riconoscimenti in tutto il mondo, ma il suo rapporto con Leone che, tra le altre cose era romano come lui, è stato di sicuro complicato e in più la mancata nomination agli oscar della colonna sonora non è riuscita proprio a digerirla, un torto e una beffa assolutamente immeritata perché le arie del film sono a dir poco meravigliose.

Chiudiamo con un messaggio universale a tutti i ragazzi più giovani che non hanno avuto la fortuna di vedere il film. Andate a vederlo perché?

Diciamo a questi ragazzi di resistere quattro ore davanti a questo film, un’esperienza indispensabile per capire e apprezzare questa pagina unica della nostra storia.

Lottate contro la frammentarietà delle piattaforme usa e getta e riscoprite il piacere e lasciatevi andare di fronte a questo affresco universale che di sicuro non vi lascerà indifferenti.

Sono gli adolescenti oggi i più disabituati che vanno recuperati e riconvertiti al culto di sala, impresa oggi ahimè molto complicata.

Fabio Bandiera

Foto tratta da:  www.cinematografo.it

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