Il vasto mondo degli appassionati di ciclismo vive in questi anni un momento non proprio esaltante dovuto all’assenza di Team italiani nel giro che conta e alla mancanza, dopo il ritiro di Vincenzo Nibali, di atleti che possano puntare ad un grande Giro.
Il movimento però in quest’ultima fase sta vivendo un grandissimo fermento grazie ai successi azzurri su pista e a risultati e piazzamenti confortanti su strada che, pur non essendo comparabili agli anni d’oro di fine novecento-inizio duemila, tengono viva e accesa una fiammella di ripresa alla quale dobbiamo tenacemente aggrapparci.
Tra gli atleti in grado di regalarci gioie ed emozioni in queste ultime stagioni spicca senza dubbio Sonny Colbrelli, campione italiano ed europeo su strada e punta di diamante della Bahrain Victorious con la quale è riuscito nell’epica impresa di conquistare, sotto una pioggia incessante e fango perenne, una Parigi Roubaix che rimarrà per sempre negli annali del ciclismo di tutti i tempi.
Era il 3 ottobre 2021 il giorno in cui Sonny ha consolidato la sua carriera di atleta vincente proponendosi prepotentemente come grande finisseur adatto alle grandi classiche del Nord, ma un diabolico scherzo del destino lo ha privato della gioia di proseguire la sua più che onorabile carriera.
Attimi di terrore quelli vissuti all’arrivo della prima tappa del Giro di Catalogna in cui Sonny dopo un secondo posto in volata si è accasciato al suolo, un malore improvviso che ha richiesto un massaggio cardiaco e un ricovero in ospedale per l’accertamento delle cause.
Dopo vari tentativi e test funzionali Sonny ha annunciato il suo ritiro dalle corse l’anno scorso, una scelta presa a malincuore, ma dovuta per preservare la sua salute.
Oggi a trentadue anni Sonny è rimasto all’interno del Team Bahrain per il quale oggi svolge funzioni di ambasciatore e direttore sportivo, abbiamo avuto il piacere di incontrarlo per rivivere e condividere le tappe salienti della sua carriera e per proiettarci nel suo prossimo futuro.
Sonny buongiorno, partiamo dal tuo presente. Qual è ad oggi il tuo stato di salute? In che modo sei monitorato e periodicamente controllato?
Sto bene e il fatto che siam qui oggi a parlare è la cosa più importante, ogni sei mesi mi sottopongo ad un controllo di routine, ma non è più come all’inizio dove ero costantemente monitorato.
Il mio ritiro ha ovviamente allentato quella pressione di voler tornare a tutti i costi a gareggiare per cui l’attività medica ad oggi è molto più blanda visto che sono totalmente cambiate le priorità.
Sei entrato alla Bahrain Victorious come atleta e oggi ti ritrovi con un ruolo diverso all’interno dello stesso Team, una grande dimostrazione di stima e rispetto nei tuoi confronti? Di cosa si occupa oggi Sonny Colbrelli?
Devo innanzitutto ringraziare doverosamente il Team Bahrain per tutta la vicinanza dimostratami in questa fase molto complessa, mi hanno proposto un contratto biennale come ambasciatore a cui si affiancherà anche la possibilità di effettuare qualche gara da direttore sportivo.
Un apprendistato molto utile in ammiraglia per capire meglio le dinamiche che ci sono dietro le corse che mi permetterà di trascorrere diverso tempo con i corridori.
Poi di sicuro sarò inserito dagli sponsor del Team in alcuni eventi promozionali.
Non era affatto scontata questa loro disponibilità per cui devo dire mille volte grazie per tutto quello che hanno dimostrato nei miei confronti dal primo giorno dopo il mio incidente.
Torniamo indietro di qualche anno, come hai iniziato ad approcciare il mondo delle due ruote? Pensavi di poter diventare così competitivo? C’è stata una figura decisiva, negli anni giovanili, che senti di dover ringraziare?
Ho iniziato come tanti per gioco e per passione con la mia mountain bike gareggiando nelle zone del mio paese, poi seguendo le imprese del Pirata, anche dal vivo con mio padre che mi portava a veder le tappe del Giro, mi sono appassionato sempre di più.
Devo ringraziare mio nonno e la mia famiglia che ci hanno creduto quanto me e mi hanno supportato in tutto e per tutto accompagnandomi agli allenamenti e svegliandosi presto la domenica per le gare, e poi sicuramente un grazie lo devo al Team Frapporti, Marco, Simone e Maria, che mi hanno fatto maturare molto soprattutto nella prima fase giovanile.
La tua carriera da professionista, tanti successi e piazzamenti prestigiosi. Qual è il tuo bilancio generale? Gioia più grande e delusione più cocente?
Un bilancio senz’altro positivo, ho vinto diverse corse anche se potevo avrei potuto avere un palmares migliore forse perché, come tanti atleti di oggi, sono maturato tardi.
A trent’anni ho avuto la percezione reale del mio valore e sono convinto che con altri due o tre anni di carriera avrei di sicuro potuto vincere altre gare, ma non rimpiango niente del passato a cominciare dagli anni formativi con la Bardiani di Bruno Reverberi con la quale ho cominciato a fare i primi risultati.
Gli ultimi cinque anni alla Bahrain sono stati di sicuro quelli più belli, ho avuto grande fiducia da loro e credo di averla ripagata con i fatti, con una ciliegina sulla torta come la Roubaix. La delusione più grande è la mancata vittoria in una tappa di un grande Giro, ho fatto due secondi posti al Tour nel 2018 dietro ad un grandissimo Sagan, ma mi è mancato l’acuto in una grande volata.
Dopo tre anni alla Bardiani di Reverberi sei passato all’estero in una corazzata World Tour come la Bahrain. Come ti spieghi questa crisi del ciclismo italiano che quest’anno non avrà neanche un team al Tour? Perché siamo arrivati a questo?
Si purtroppo è così, manca un grande Team anche se gli atleti azzurri ci sono eccome, a cominciare dai recenti successi agli Europei su pista di Consonni, Ganna e Milan.
Manca la volontà imprenditoriale nell’investire sul futuro del nostro ciclismo, dopo il ritiro di Nibali non abbiamo il grande campione per le corse a tappe, ma abbiamo grandi velocisti e atleti adatti per le classiche per cui la nostra competitività non va messa in discussione perché il movimento è vivo sia nel maschile che nel femminile in cui abbiamo grandi campionesse.
Ci vogliono pazienza e tanti soldi perché oggi i grandi team hanno costi elevatissimi rispetto al passato e l’Italia, a differenza della Francia per esempio, non ha sussidi o aiuti di Stato per cui servirebbe un grande gruppo industriale appassionato pronto ad investire decine di milioni di euro sul nostro sport.
Ti piace il ciclismo di oggi? O è troppo controllato e regolato da ordini di scuderia a discapito della fantasia? Sembra che la tattica e la gestione dei watt tolgano spazio alla fantasia che un tempo infiammava i tifosi. Sei d’accordo?
Assolutamente si, oggi il ciclismo è quasi una scienza esatta regolata da watt e frequenze gestiti da computer tecnologicamente avanzati. Le corse son cambiate, ma non sarei così assolutista perché le recenti imprese di Evenepoel e Pogacar, che hanno fatto imprese incredibili partendo anche a cinquanta chilometri dall’arrivo, fanno ben sperare in un futuro ricco di sfide memorabili dove la fantasia e l’improvvisazione avranno ancora un ruolo fondamentale.
Son cambiate anche le bici e i loro accessori, sono mezzi di sicuro più performanti e ovviamente incidono sulle prestazioni e su questo c’è ben poco da fare, il mondo va avanti e il ciclismo si adegua.
Il doping e il rispetto della salute dei corridori sono stati i talloni di Achille di questo sport che ha dovuto darsi per forza una ripulita. A tuo avviso è un problema che il ciclismo si è lasciato alle spalle?
Il doping è sempre dietro l’angolo e a mio avviso sarà difficile estirparlo del tutto, ma sulla mia pelle posso dirti che data la quantità di controlli a cui è sottoposto un ciclista oggi chi prende sostanze dopanti è un folle.
Io sono sempre stato sereno mettendo la testa sul cuscino di notte senza avere nulla da nascondere o di cui vergognarmi.
Dopo tutti gli scandali passati questo sport è sicuramente quello più controllato, a differenza di altre discipline in cui non ci sono maglie così strette, questa cosa mi ha dato molto fastidio quando correvo pur riconoscendo che su questo argomento non bisogna mai abbassare la guardia, soprattutto nelle categorie giovanili.
Le tue caratteristiche tecniche, che tipo di atleta pensi di essere stato? Un finisseur-velocista, uno specialista delle classiche? Tornando indietro faresti le stesse scelte o avresti potuto tentare di far classifica in un grande Giro?
Non avevo sicuramente le caratteristiche fisiche per fare classifica in un grande Giro, ma ripensandoci avrei potuto sicuramente focalizzare nei primi anni da professionista le mie energie su percorsi misti e ondulati come quelli delle classiche del nord piuttosto che disperdere tanta benzina in volate di gruppo per le quali forse non ero proprio tagliato pur avendo ottenuto diversi piazzamenti.
Non avevo il fisico di un Viviani o di un Nizzolo molto più adatti negli sprint e ci ho messo un po’ per capirlo, col senno di poi forse avrei in bacheca qualche classica o qualche podio in più, ma va benissimo lo stesso.
L’affetto e la stima di tutto l’ambiente che si è stretto intorno a te, anche nel mondo dei social. Nei momenti difficili che hai dovuto affrontare quanto è stato bello ricevere un calore così trasversale da migliaia di tifosi?
E’ stato un grandissimo piacere, ricevere questo affetto così sincero da parte di migliaia di persone è il sintomo che qualcosa di buono si è fatto lasciando un segno positivo verso tutti i tifosi.
E’ stata un’onda d’urto incredibile, non pensavo che in così tanti mi scrivessero e mi cercassero per esprimermi la propria solidarietà e il fatto di poter condividere quello che mi è successo con un numero così elevato di persone è sicuramente carburante positivo per il mio futuro perché il Sonny Colbrelli atleta alla fine non è stato e non sarà mai dimenticato
Il tuo futuro, hai solo trentadue anni e tanta esperienza da vendere. In che modo vorresti mettere a disposizione il tuo talento nel mondo delle due ruote?
Il mio sogno futuro è tirar su una squadra di giovani, sono loro il nostro futuro e la nostra speranza. Educarli correttamente ai valori dello sport facendogli vivere il ciclismo come un divertimento senza troppe pressioni, far capire anche alle famiglie l’importanza del fare sport come fattore di salute e di condivisione.
Far sentire questi ragazzi come in una famiglia, proprio come è successo a me quando muovevo i primi passi, inculcandogli il rispetto per l’avversario e la cultura della sconfitta come volano per migliorarsi e fare sacrifici.
Spero davvero di poterci riuscire a breve, nel frattempo spero di poter fare il Giro in ammiraglia e riabbracciare le strade del mio Paese.
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