Mettere insieme dieci personalità che non sono più tra noi, invitarle a cena per rivivere le loro gesta e il loro passato che continua ad esistere nel nostro presente per emozionare ed emozionarci.
E’ questo lo spunto da cui è partito Marino Bartoletti nel suo primo romanzo, edito da Gallucci, per raccontare La Cena Degli Dei.
Affidandosi al carisma del Grande Vecchio Enzo Ferrari che, tramite il suo fido assistente Francangelo, decide di convocare un parterre d’eccezione per condividerne il loro vissuto tre realtà ed immaginazione.
Una fiaba poetica ricca e commovente, intrisa di sana umanità e di quella passione genetica tipica del grande giornalista sportivo romagnolo.
Il tutto si svolge in un Luogo, quel Luogo, su in alto dove le anime di questi grandi campioni e formidabili artisti respirano immortali sotto lo sguardo attento dell’altro Grande Vecchio Titolare, quello con la Barba Bianca.
Da Dalla a Simoncelli, dalla Callas a Lady D, ogni ospite accoglierà entusiasta l’invito del Commendatore pronto a mettersi in gioco e a recitare la sua parte portandoci per mano in un universo straordinario e magicamente assemblato dalla sensibile penna del nostro.
Abbiamo avuto l’onore e il piacere di incontrarlo per approfondire la genesi e le tematiche di un romanzo che è già diventato un gradevolissimo format con l’uscita a novembre del secondo attesissimo capitolo.
Marino buongiorno. Partiamo dalla genesi della Cena degli Dei. Qual è stata la scintilla che ti ha spinto a scrivere questa storia?
La scintilla è scoccata quando ho cominciato a pormi questa domanda: è mai possibile che tutto l’immenso patrimonio di questi grandi, enormi, personaggi vada disperso con la loro morte?
Possibile che tutto finisca qui?
La risposta è stata ovviamente no.
Da li ho cominciato a fantasticare e a spulciare negli album dei miei ricordi e pian pianino ha cominciato a prendere forma questa storia nella quale c’è sicuramente una buona parte di me e del mio vissuto sia umano che professionale.
Fiaba e magia, verità e quel sano pizzico di fantasia. Sentimenti contrastanti, tra la gioia ed il pianto ed intensi momenti di commozione. E’ questo che volevi comunicare? Qual’è a tuo avviso il target di riferimento?
Questo libro è stato concepito e sviluppato in un momento particolare della mia vita e di sicuro tutte queste componenti citate nella tua domanda sono parte integrante della narrazione.
Ho scritto tutto di getto lasciandomi andare e confidando in tutta una serie di ricordi e sensazioni che mi hanno accompagnato nel percorso di stesura.
Ho pianto, ho riso e mi sono emozionato anch’io mentre procedevo, è stato un processo naturale che si è alimentato da sè per cui è difficile trovare un target potenziale di riferimento.
Dai riscontri che ho avuto i lettori, pur avendo una fascia di riferimento adulto, sono molto eterogenei anche nelle fasce più giovanili, cosa che mi rende ancora più felice e desideroso di andare avanti
La figura del Grande Vecchio che è casualmente ispirato al commendator Enzo Ferrari. Chi era Enzo Ferrari? E che rapporto ha avuto con l’altro Grande Vecchio Titolare del libro?
E’ una figura ingombrante e complessa, un pezzo della storiadel nostro Paese, un personaggio burbero e a tratti scontroso a cui la vita ha dato diversi colpi bassi privandolo di un figlio a di alcuni altri figli piloti in pista.
Lui cerca un non facile rapporto con l’altro Grande Vecchio Titolare, ma il problema sono spesso dovuti ai mediatori con i quali non sempre riesce a trovar la giusta sintonia.
Mi sono accorto scrivendo che questo aspetto religioso era abbastanza sviluppato e delineato facendo del Luogo, quel luogo, una parte integrante e non secondaria del racconto.
Un libro pieno di ricordi e di vita vissuta. Quanto c’è di Marino in questo libro? Da piccolo cosa sognavi di diventare?
Assolutamente si, c’è tanto di quel Marino bambino che segue a undici anni col suo papà le Olimpiadi di Roma, rimanendone folgorato.
Da quel momento in poi è scattato qualcosa dentro che mi ha fatto intraprendere questa strada, la voglia di trasmettere e raccontare queste sensazioni incredibili che il mondo dello sport riesce ad evocare e credo, senza essere falsamente modesto, di esserci in buona parte riuscito.
Questo libro è anche un modo di rivivere oggi, riavvolgendo il nastro, le mi esperienze sul campo di vita vissuta con la giusta angolazione e un’indomita passione.
La scelta dei dieci invitati alla cena. Perché proprio loro? Qual è stato il processo di assemblaggio? Perché hai scelto Lady D e la Callas come figure femminili?
Ho cercato innanzitutto personalità tangenti in qualche modo alla figura del Commendator Ferrari alle quali ho aggiunto alcuni grandi personaggi legati da un filo conduttore ascrivibile a quella sana malinconia e a quella incompiutezza che ha permeato la loro parabola terrena.
Non tutti si conoscono o hanno vissuto in parallelo, ma ognuno di loro ha dentro qualcosa che lo rende unico e immortale, portatore sano di valori diversi ed universali.
Ho scelto Lady D proprio per questa sua umana fragilità rivestita da una corazza troppo ingombrante, mentre per la Callas, che ha vissuto anche lei vicende travagliate, mi ha spinto quell’amore per la lirica che il Grande Vecchio ha sempre nutrito ed alimentato in tutta la sua vita.
L’aspetto conviviale e la condivisione dei ricordi ci portano per mano in questo viaggio onirico. Questa storia è anche un invito alla socialità e un monito sul dovere di non dimenticare?
Certamente la parte della scelta dei commensali e del recapito degli inviti è finalizzato alla condivisione di una cena ed è di per sé un momento conviviale.
Lo stesso Ferrari amava intrattenersi con i suoi ospiti a tavola e il suo ristorante, il mitico Cavallino di Maranello, ne era la prova vivente.
A tavola si condivide, a tavola ci si lascia andare magari con qualche bicchiere di vino di troppo, La Cena degli Dei non avrebbe potuto avere altra location con tanto di menù a tema, tra tortellini e altre amene tipiche golosità.
Su dieci persone che hai convocato, ce ne sono altre mille che sono rimaste fuori. Sei consapevole di avere creato un format mostruoso che ti costringerà a diverse e numerose altre cene?
Ormai ho lanciato il sasso nello stagno e i cerchi nell’acqua viaggiano incontrollati.
Ne sono consapevole a tal punto che a novembre uscirà il Ritorno degli Dei, secondo capitolo con personaggi ambientati comunque nel secolo scorso, ma ciò non toglie che potrei tornare indietro nel tempo nei capitoli futuri.
C’è tanto da raccontare e da ricordare e questa modalità è di certo consona al mio modo di essere, si può spaziare in lungo e in largo e riproporre questo format in luoghi e modalità anche diverse, perché no?
Il tuo rapporto con l’editore Gallucci, per il quale avevi già lavorato nelle edizioni della Squadra dei Sogni. Un binomio vincente?
Devo ringraziare Carlo Gallucci perché è riuscito a tirare fuori, dandomi la spinta e le motivazioni giuste, delle doti che non avrei francamente scoperto senza il suo apporto.
E’ un editore capace e virtuoso circondato da un ottimo team di lavoro, ho iniziato con La Squadra dei Sogni, perché da quando son diventato nonno è scattata in me quella voglia di approfondire i valori sani che devono ruotare intorno a chi pratica lo sport.
In questa collana di racconti ambientato nel mondo adolescente scolastico, l’amicizia, la lealtà, la solidarietà e il rispetto dell’avversario sono i pilastri che reggono chi vuole cimentarsi in qualunque disciplina sportiva.
Da vorace e onnivoro amante della Storia, hai mai pensato di scriverci su un romanzo?
Anche La Cena degli Dei è a modo suo un libro storico, perché la Storia non è solo quella delle battaglie, dei Regni o e degli Imperatori.
Parlare di Coppi e Bartali o delle Olimpiadi di Roma vuol dire raccontare la storia del nostro Paese servendosi di queste grandi icone che ne hanno rappresentato, con le loro gesta, le evoluzioni e i mutamenti nelle varie declinazioni temporali. Non escludo che in futuro possa esserci anche una cena degli Dei storica, le storie e i personaggi da raccontare di sicuro non mancano.
Una domanda sul giornalismo sportivo di oggi e sul suo modo di comunicare non posso non fartela. In che cosa è cambiato, se è cambiato, secondo te?
Ovviamente con l’avvento del web e dei social è cambiato tutto ed il mondo della comunicazione ha dovuto adeguarsi ai nuovi standard, ma nonostante l’abbondanza di risorse mediatiche è tutto un po’ bloccato e in un certo senso sbarrato.
Ai miei tempi se volevi intervistare Maradona o Platini li chiamavi a casa ed entravi direttamente in contatto con loro senza nessun filtro, oggi hai tantissime, e spesso inutili, informazioni ma non hai modo di poter condividere quasi nulla con gli atleti.
Si è perso quel senso di umanità e di franchezza che ha contraddistinto gli anni ottanta e novanta, quelli per capirci in cui Bearzot giocava a scopa con Pertini.
Chiudiamo con una riflessione su un’altra tua grande passione, la musica. Ti piace il Festival di Sanremo versione 2.0? Un Sanremo con tutti i grandi big in concorso è solo una pura utopia?
Sulle edizioni del Festival di questi ultimi anni io non sarei così drastico, sono versioni attualizzate al nostro tempo, ma non tutto è spazzatura a prescindere.
Si possono ascoltare i Maneskin e tanti altri giovani autori che hanno qualcosa da dire mentre per quanto riguarda i big io li esorterei a mettersi ancora in gioco con coraggio senza dover presenziare in qualità di ospiti o vecchie glorie.
Mi hai dato uno spunto, una bella cena degli Dei con Gaber, Modugno, De Andrè e Pino Daniele non sarebbe mica una cattiva idea?
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