La cultura hippy, una filosofia sempre attuale, apparentemente dimenticata  

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di Alberto Aiuto

“Fate l’amore, non la guerra” era uno degli slogan più noti che spiegava il principio base della non-violenza. Fu un movimento rivoluzionario che dilagò in tutto il mondo, i cui valori fanno ormai parte indelebile delle società moderne.

Nel corso dei mitici Anni ’60, i Beatles cantavano “All You Need Is Love”; in Italia, più modestamente, i Giganti ci invitavano a “mettere dei fiori nei cannoni”, mentre i Nomadi si chiedevano: “come potete giudicar per i capelli che portiam”.

Perfino un cantautore in giacca e cravatta teorizzava un grande girotondo fatto da tutta gente del mondo (parliamo di Sergio Endrigo).

Tutto questo era il frutto della cultura hippie nata negli USA, e deflagrata poi in tutto il mondo. Capelli rigorosamente lunghi (compresi gli uomini), uso di vestiti dai colori brillanti, pantaloni a zampa di elefante, magliette tinte con la tecnica del laccio, scarpe sportive, ma il tutto privo di qualsiasi marchio; per essere un figlio dei fiori, bisognava credere nella pace (“peace and love”) ed eliminare le differenze di razza, ideologia e religione; accettare gli altri per ciò che sono, dare loro la libertà di esprimersi e non giudicare nessuno basandosi solo sulle apparenze.

Gli hippies percepivano la cultura dominante come un’entità che esercitava un indebito potere sulle loro vite, e chiamavano questa cultura “Il Grande Fratello”; respingevano le istituzioni, criticavano i valori della classe media, in primis dell’autorità (mai sostituita completamente dall’autorevolezza); erano contrari alle armi nucleari e alla guerra del Vietnam (“make love not war”), abbracciavano la filosofia orientale, promuovevano la libertà sessuale, erano spesso vegetariani ed ambientalisti, erano favorevoli all’uso di droghe psichedeliche per espandere la propria coscienza, e vivevano in comunità.

La cultura hippy, seme delle società moderne.

Era dunque una filosofia di vita che dava risalto alla libertà, alla pace, all’amore ed al rispetto reciproco, non solo un modo di vestire.

Di più, l’era dell’Acquario avrebbe portato solidarietà, democrazia, fratellanza, ricerca di uno stile di vita nel rispetto dell’ambiente, umanitarismo, apertura di idee, sviluppo di nuove tecnologie (ricordiamo ad esempio la rivoluzione “tecnologica” che sta avvenendo da alcuni decenni con l’avvento del personal computer, e ancora di più, della rete internet), lo studio delle discipline orientali e il ritorno alla meditazione come ricerca interiore di sé stessi e ribellione, intesa come anticonformismo e ricerca del nuovo.

La conseguenza fu il fallimento di vecchi schemi sociali o religiosi e delle tendenze culturali costrittive per la libertà di scelta dell’individuo.

Attualità della cultura hippy.

Il senso dell’hippie non è mai morto, anzi molti aspetti della loro cultura, molte idee sono più vive che mai. In fondo, tutti noi, dentro, siamo un po’ figli dei fiori, soprattutto quando affermiamo gli ideali pacifisti, i metodi non violenti, i diritti civili, una concezione meno formalistica della famiglia, e siamo più tolleranti nei confronti della diversità e delle scelte sessuali individuali o quando privilegiamo un rapporto sano e rispettoso con la natura, o il mangiare cibo biologico.

Insomma, se il mondo è cambiato (non sta a me dire se in meglio o in peggio), è anche per quella rivoluzione culturale di 50 anni fa, mai sbocciata completamente, di cui siamo stati inconsciamente partecipi. È stata una grande rivoluzione culturale, madre di tante onde successive.

Come sempre nei momenti di cambiamento ci possono essere degli squilibri: infatti, in questo periodo storico l’umanità sembra vivere una fase di sconvolgimenti in ogni ambito, sociale, economico, politico e religioso.

E mai come in questi giorni, dovremmo riscoprirne il messaggio di pace.

Alberto Aiuto

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