C’erano una volta i medici, quelli bravi. Poi è arrivato Google, il distributore automatico di informazioni alla portata di qualsiasi cervello: basta una semplice connessione ad una rete che vende tutto, anche la salute.
La salute fai da te (o self-care) consiste nel fare azioni che promuovono il benessere fisico, mentale ed emotivo, spesso a costo zero o quasi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità la definisce come la capacità di gestire la propria salute, prevenire malattie e affrontare disagi in autonomia.

La cura del corpo dovrebbe cominciare:
- dal dormire a sufficienza (idealmente 7–9 ore a notte);
- nel praticare un’attività moderata (camminata, bici, yoga), almeno 150 min a settimana;
- passeggiare all’aperto;
- fare giardinaggio;
- bere almeno 2 litri d’acqua al giorno;
- adottare una dieta ricca di frutta, verdura, proteine magre e cereali integrali, limitando zuccheri e grassi lavorati;
- avere cura della persona, utilizzando anche rimedi casalinghi usati con moderazione e consapevolezza o l’automassaggio con palline da tennis per rilassare le tensioni;
- fare 5-10 min al giorno di respirazione profonda consapevole e meditazione guidata, per favorire il rilassamento muscolare;
- tenere un diario per appuntare le nostre emozioni (3 al giorno);
- fare pause da schermi e social media (spegnere tutto 1 ora prima di dormire e fare brevi break durante la giornata);
- imparare a dire “no” per salvaguardare tempo ed energie;
- prendersi pause da responsabilità e impegni; passare il tempo con la famiglia e gli amici;
- fare attività di gruppo: hobby, sport, volontariato; accettare imperfezioni, evitare auto-giudizi e celebrare piccoli traguardi.
Insomma la salute non si cura solo negli ambulatori medici.
Tuttavia ormai siamo tutti alla ricerca del benessere, che riteniamo poter raggiungere direttamente sul Web, dove dottor Google è il medico che ci riceve 24 ore su 24 e ci consiglia su qualsiasi problema o presunto tale con una competenza sempre superiore a quella del nostro medico di fiducia, quello che una volta conosceva tutto di noi.
Ormai per ogni sintomo c’è un click, un chatbot e magari pure una tisana; le diagnosi iniziano con una semplice domanda e spesso finiscono con l’acquisto impulsivo di tre confezioni di integratori.
Complice di questa abitudine è anche il catastrofico affollamento degli ambulatori sulla scorta di due disgrazie: una informatissima ignoranza della Medicina, appresa da Internet, e una valanga di stupida burocrazia legata alla atavica non comunicazione informatica tra uffici pubblici.
Da Internet la gente apprende che due colpi di tosse possano nascondere una gravissima patologia polmonare e il medico deve sempre rispondere alla richiesta di uno sconcertante certificato di esistenza in vita per poter compilare una quintalata di moduli che non leggerà mai nessuno, ma dura lex, sed lex.
Dunque dicevamo, ambulatori affollatissimi di pura inutilità.
Tra l’altro, la connessione consente alla cittadinanza tutta di intasare anche la cartella messaggi sul whatsapp del proprio medico o chiedere rapidi consulti telefonici di tre quarti d’ora sulla stranissima sciatica della nonna.
Per far fronte a questa marea montante di pseudo-salute, un semplice medico non basta: serve qualcuno attivo, H24, sette giorni su sette e soprattutto non ti guardi male se gli chiedi per la quarta volta se l’ibuprofene va preso prima o dopo pranzo. Esattamente come un Bancomat.
Se no, come si fa a saper come curare con una febbre a 37,5°? Impossibile aspettare il giorno dopo. Ci vuole perlomeno un team di medici per spiegare alle mamme che le vaccinazioni servono e far capire, dati alla mano, che girano tante fake-news su Internet.
In principio fu Google. Poi venne l’Intelligenza Artificiale.
Ma come ci si orienta nella scelta del rimedio più adatto alle proprie esigenze? E come si cercano approfondimenti se si è ricevuta una diagnosi?
Secondo il rapporto Eurispes 2025, 2 italiani su 3 cercano online informazioni sulla salute, utilizzando Google per comprendere sintomi (61,9%), adottare buone pratiche (52,8%), identificare farmaci (34,2%) e determinare esami necessari (35,2%).
Ma c’è un elemento nuovo: il 31% dei cittadini italiani ha utilizzato strumenti di IAGen (+9%) rispetto allo scorso anno per capire se quel mal di testa è ansia o l’ennesimo colpo di freddo preso in ciabatte sul balcone.
In ogni caso, tra le ragioni che inducono a utilizzare Internet, i cittadini segnalano la rapidità di reperimento delle informazioni (50%) e la facilità d’uso (44%).
Anche tra i non utilizzatori, l’interesse è significativo: il 40% si dichiara disposto a usare chatbot basati su IA per informarsi su malattie comuni, il 28% su prevenzione e stili di vita, e circa un quarto su terapie, diagnosi e strutture sanitarie.
Insomma l’IA è la nuova amica geniale di ciascuno di noi.
In generale, un cittadino su tre ritiene che, in prospettiva, l’IA possa portare più benefici che rischi e il 24% ritiene che l’IA possa aiutare il medico a prendere decisioni più precise e rapide.
Ovviamente, non mancano le possibili criticità: molti cittadini sono preoccupati che l’IA possa compromettere il rapporto umano con il medico (36%) o temono che possa in qualche modo sostituire il medico (29%).
E diciamolo: nessun software potrà mai scrivere “prendi questo solo dopo mangiato” con una calligrafia incomprensibile come fa il nostro medico di base.
Una delle principali preoccupazioni espresse dai professionisti sanitari riguarda l’uso potenzialmente improprio delle soluzioni di Intelligenza Artificiale da parte dei cittadini-pazienti. Ma intanto il “fai da te” cresce.
La salute fai da te. Italiani popolo di santi, navigatori e… automedicatori
Gli italiani mostrano un crescente interesse per la gestione autonoma del proprio stato di benessere psico-fisico, evidenziato dal crescente uso di farmaci da banco e di integratori per una serie di condizioni non gravi, che possono essere migliorate attraverso l’autocura o l’impiego di prodotti che integrano sostanze carenti.
Inoltre, questa passione non accenna a ridursi, anzi cambia forma e si mette al passo con i tempi, ma la filosofia di base è identica.
Sì, perché si cerca, si googla, poi si chiede a ChatGPT, si prende un integratore, si compra un farmaco da banco evitando la fila dal medico.
Nel 2024, abbiamo speso qualcosa come 8 miliardi di euro tra medicinali senza ricetta e integratori.
Giusto per capirci: è come se ognuno avesse una farmacia personale nel cassetto del bagno, nella borsa della palestra, in macchina o nello zaino del cane.
Quanto ai luoghi di acquisto, la distribuzione del mercato si avvale di diversi canali di vendita (farmacie, parafarmacie e corner della Grande Distribuzione Organizzata), ma la farmacia fisica continua a detenere la quota dominante, con circa il 90% del mercato.
E l’e-commerce? Non se la passa male.
Le vendite online continuano a rappresentare una quota ridotta, pari al 3,5% delle confezioni dispensate (10,3 milioni), ma cresce a vista d’occhio (+10% il fatturato). Insomma, Amazon Prime consegna anche il benessere.
Il fai da te e il farmacista, figura chiave nella giungla informativa

Il farmacista dunque resta una figura chiave: un professionista accessibile, presente capillarmente sul territorio, in grado di offrire consigli basati su evidenze scientifiche, evitando il rischio dell’automedicazione scorretta, in molti casi influenzata da informazioni confuse o contradditorie che viaggiano sul web.
Il farmacista è la guida, il consigliere, il filtro tra noi e le bufale online.
Ed è anche quello che ti dice, con sguardo paziente, che no, non puoi prendere qualche farmaco da banco solo perché l’hai letto su Instagram.
Infatti la farmacia fisica continua a rappresentare il canale prevalente di dispensazione, a dimostrazione del rapporto di fiducia costruito con i cittadini, soprattutto in un contesto in cui i cittadini italiani dimostrano una crescente propensione a prendersi cura in autonomia del proprio benessere.
Conclusioni
La salute fai da te è un approccio globale, personalizzabile, accessibile a tutti.
Cucina sana, movimento, sonno, momenti di pausa, connessione emotiva e disintossicazione digitale sono la base.
Non serve essere perfetti: basta iniziare con piccole azioni, coerenti e durature nel tempo.
Quando questo stile di vita non basta, in una società sempre più connessa e digitalizzata, ci si può rivolgere a Dr. Google e all’intelligenza artificiale, che possono rappresentare un’opportunità se correttamente incanalata, e purtroppo oggi non è così, ma rischia di generare confusione o sottovalutazioni, specie in presenza di patologie croniche o complesse, che sono spesso il campo d’azione dei medici internisti.
È fondamentale ricordare che nessuna tecnologia può sostituire la valutazione clinica del medico, basata sull’esperienza, sull’integrazione dei dati clinici e sulla relazione con il paziente.
Serve insomma una nuova alleanza tra medico, cittadino e tecnologia, che mantenga il professionista sanitario come guida.
Altrimenti rischiamo che il prossimo consiglio sia: prova a spegnere e riaccendere te stesso.
Autogestirsi è bello, moderno, comodo… ma serve buonsenso e una guida esperta. L’IA può aiutare, i farmacisti sono alleati preziosi, e i medici restano insostituibili.
La vera salute digitale è quella che unisce il meglio della tecnologia con l’esperienza dei professionisti, senza sostituirli con tutorial o post su Facebook.
Quindi sì, facciamo pure domande a Google e a ChatGPT, purché poi, quando serve, torniamo ad affidarci a chi la medicina la pratica per davvero.
E ricordate: una scatola di integratori non fa primavera, né miracoli. Certamente può far diminuire il portafoglio. Dunque, adelante con juicio (per tornare a Don Lisander).
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