La Sanità italiana: Qual è la tua esperienza?

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di Claudio Razeto

La Sanità italiana, ospedali diversi, città diverse.

Educazione e modi di fare diversi.

Se entrando nella sala d’aspetto di una struttura sanitaria pubblica ti senti benvenuto, magari solo per essere stato accolto con un sorriso, forse hai trovato il posto giusto.

Peccato che spesso non è vicino a casa tua.

Istituto tumori Roma. Ambulatorio chemioterapico, un giorno torrido d’estate.

Una saletta di attesa piena di gente.

Persino le stampe di quadri alle pareti fanno tristezza.

Ben visibile c’è una bacheca con le comunicazioni dei sindacati ospedalieri.

E’ pieno di gente in attesa della chemioterapia.

Brutto nome, chemio, da brividi. Persino quella flebo rivestita di stagnola che ti attaccano a un braccio fa paura. Ma questa è la cura.

L’aria condizionata funziona male. Un’atmosfera di malessere diffuso che si aggiunge alla malattia che affligge tutte queste persone. Sono tante, forse troppe per quello spazio.

Per mettersi in lista si bussa a una porta chiusa.

L’accettazione. Dentro un’infermiera di mezza età.

L’aria scocciata ma qui l’aria condizionata funziona. Dai il nome, i tuoi dati.

Ti associa a un numero su un quaderno.

“Si accomodi fuori la chiameranno”.

Alza a malapena lo sguardo. Si vede subito che a fare quel lavoro non ci vorrebbe stare.

Ma d’altra parte neanche io vorrei trovarmi lì a fare chemioterapia.

E nemmeno tutte quelle persone ammucchiate fuori, vorrebbero star li in una rovente giornata di luglio. I posti a sedere nella sala d’attesa sono finiti.

Si sta in piedi e si aspetta la chiamata.

Poi si entra in ambulatorio per la terapia.

La chemio ti butta giù. La reazioni del fisico sono le più varie e tutte brutte.

Già venire qui con 38 gradi all’ombra fuori, è stata una fatica.

Ritrovarsi così ad aspettare è anche peggio. I miei globuli rossi sono già calati.

E ho già perso 15 chili. Complice la radio mi fa male la gola.

Non riesco a mangiare.

Nella saletta fa sempre più caldo. Mi gira la testa.

Busso alla porta. Una volta, due. Poi apro senza aspettare la risposta.

L’infermiera-segretaria mi guarda male.

Sono un rompiscatole. Lo so anche io. Ma non mi sento bene.

Devo aspettare come gli altri. Avere pazienza.

Le dico che sto male.

Nemmeno mi risponde.

Capisco che è inutile protestare.

Esco dalla stanza e vado direttamente verso il reparto chemio.

Apro la porta e entro.

Mi trovo davanti un infermiere. Un ragazzo abbronzato, la faccia simpatica.

“Sto male” gli dico, mi gira la testa.

Non mi fa nemmeno finire. Neanche me ne accorgo e sono già su una poltrona dell’ambulatorio, l’ago della flebo in un braccio. Glucosio per tirarmi su. Mi lascio andare. Il corpo si rilassa. Il ragazzo mi parla di windsurf, il suo sport preferito, sembra una ninna nanna; quasi mi addormento. Dopo un paio d’ore passo alla stanza delle chemio.

Vicino a me una signora anziana che avevo visto nella terribile sala d’attesa.

Mi dice: “Ha fatto bene”.

Io le chiedo “A far cosa?”.

“A mandare a quel paese l’infermiera dell’accettazione”. E ride.

Io mi vergogno un po’. Non me ne ero reso conto. Forse le ho fatto il dito medio, forse no.

Sono un tipo pacifico. Ma quando il fisico ti molla la testa va per conto suo.

La signora mi racconta la sua vita e mi fa compagnia tanto che il tempo attaccato alle flebo passa in fretta.

Qualche mese dopo scopro che “in privato”, con il cosiddetto “intra moenia“, pagando parecchie migliaia di euro, avrei potuto avere le stesse cure.

La stessa chemio. Solo che avrei evitato di aspettare nella stanzetta senza aria condizionata, con tante persone ammalate come me.

Mi sarei risparmiato lo sgradevole incontro con l’infermiera dell’accettazione.

In fondo nulla rispetto a quello che si legge ogni tanto sui giornali.

Però mi sarei perso la compagnia di quella bella signora e le foto dei suoi nipotini.

Ho letto su un sito che al Policlinico Umberto I di Roma, una struttura che avrebbe decisamente bisogno di una “rinfrescata”, a voler essere generosi, il reparto chemio “vanta” la presenza di una bravissima infermiera che con la sua gentilezza fa dimenticare ai pazienti la brutta avventura che stanno vivendo.

La chiamano l’angelo.

A volte basta così poco. Un sorriso.

Ma non tutti se ne rendono conto. Negli ospedali come nella vita reale.

Ne ho incontrati tanti di angeli.

Primari, medici, infermieri, e poi terapisti del dolore, fisioterapisti, fisiatri, logopedisti.

Uomini, donne, della mia età e anche molto più giovani. Che si prendono cura dei “loro” malati sotto tutti i punti di vista.

Con professionalità ma anche con rispetto e compassione.

Come capita poi di constatare di persona.

Passa un anno e sono in un ospedale del nord.

Sempre d’estate un caldo torrido.

La struttura sanitaria è piccola. Niente a che vedere con il grande Istituto oncologico della Capitale.

Devo fare un controllo e una visita. Ho dei dolori abbastanza forti per fortuna l’antidolorifico funziona.

L’aria condizionata è operativa. Anche troppo.

Fa quasi freddo. Aspetto pochissimo. I corridoi sono pulitissimi.

Alle pareti foto di viaggi da tutto il mondo.

Un’infermiera gentilissima e sorridente mi accompagna dal medico.

Alto gioviale mentre mi visita, fa una battuta.

Riesco a sorridere nonostante le fitte. La diagnosi è veloce e anche la terapia.

Flebo e poi iniezioni. La prima flebo me la fanno direttamente in ospedale.

Mi fanno accomodare in una sala che somiglia tanto a quella della chemio che avevo visto a Roma. Fresca, accogliente quasi.

Guardo le poltrone dove si siedono i pazienti. Brutti ricordi.

Ma le pareti hanno colori rilassanti. Mi fanno la flebo due infermiere sorridenti e gentili.

Mi sembra di essere su un altro pianeta. Niente liste d’attesa, medici disponibili, personale professionale ma empatico con i pazienti.

Una piccola struttura efficiente del Servizio sanitario nazionale.

Ce ne sono ovunque al Nord come al Sud.

Ma la differenza la fanno le persone che ci lavorano oltre alle strutture. Come avviene nelle più grandi aziende bisognerebbe selezionare il personale in base alle proprie attitudini. Anche negli ospedali.

Inutile mettere una persona che fa fatica a gestire altre persone, all’accoglienza di una sala per chemioterapie.

Per chi dovesse finire non in situazioni del genere ma ben più gravi – non ve lo auguro proprio – sappiate che potete scrivere un’email al CUP e sporgere reclamo.

Così come potete esprimere il vostro apprezzamento per i bravi medici e infermieri.

Fatelo sempre.

Si parla molto in questi giorni, di autonomia regionale anche per la Sanità.

Ma anche di viaggi per trovare rimedio alle malattie.

Oltre 90mila italiani ogni anno lasciano la propria città per andare a curarsi in trasferta. Sostengono spese e sacrifici pesanti per interventi salva-vita come quelli oncologici e cardiaci. Ma anche per settori come l’ortopedia, la chirurgia generale e altri malanni.

Dagli anziani ai bambini.

Si è arrivato a definirlo “turismo sanitario” e il Governo ha addirittura lavorato ad un Decreto di legge delega sul turismo in cui, tra l’altro, si affronta questo tema come un’opportunità economica, una risorsa.

Un “settore turistico emergente” che potrebbe valere 100 miliardi l’anno per l’Italia.

La definizione stona un po’. Rende il paziente sempre più cliente, i nosocomi sempre più aziende, i posti letto e le prestazioni per i “paganti”, sempre più spinte a detrimento della sanità gratuita per tutti. La sanità, sempre più privatizzata.

Ma se anche si dovesse accettare questo trend, non so quanti “resort” sanitari potrebbero essere considerati all’altezza.

Senza parlare di malasanità – una storia a parte – ma semplicemente di rapporti con gli utenti.

Con un nuovo metro di paragone, non tutti gli ospedali meriterebbero 5 stelle.

Anzi. Se fossero sottoposti a un servizio di recensioni tipo Tripadvisor o Booking, verrebbero letteralmente bombardati di critiche.

E di certo un desk di accettazione, come quello che mi è capitato di vedere in azione a Roma, con personale infastidito e così poco empatico, non passerebbe indenne ai reclami degli utenti-clienti-pazienti, di questa nostra variegata, poliedrica e multiforme Sanità italiana.

Claudio Razeto

Tempo di lettura: 1’50”

Foto tratta da: https://www.fondoassistenzaebenessere.it/sanita-italiana/

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