Mettici la mano: Intervista a Antonio Milo e Adriano Falivene

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di Fabio Bandiera

Il recente successo della fiction sul Commissario Ricciardi, giunto in questa fase alla seconda stagione, pone degli interrogativi interessanti sul mondo della fiction generalista in cui l’ordine precostituito e buonista di medici, avvocati e preti e costretto a fare i conti con un ombroso e scontroso poliziotto che vive nella Napoli fascista degli anni trenta.

Un noir a tutti gli effetti che vive nella tragedia umana del Commissario, alle prese con i suoi morti, e dei suoi efficaci e caratterizzati personaggi che risplendono di luce propria tra le tinte fosche e oscurantiste del fascismo e una grande umanità insita nella peculiarità partenopea.

Tra questi spiccano di sicuro il fido Brigadiere Maione e il mitico femminiello Bambinella, personaggi socialmente e gerarchicamente agli antipodi, ma tra i quali per una strana alchimia, spesso risolutiva ai fini delle indagini, esiste un rapporto di rispetto e pittoresca solidarietà che la penna di Maurizio De Giovanni ha tratteggiato egregiamente in un testo teatrale ad h.o.c. Mettici la Mano, questo il titolo della pièce, ci catapulta nel 1943 in un rifugio antiatomico in cui, sotto l’altro patronato di una Madonna Immacolata scampata miracolosamente alla distruzione di una Chiesa,  Bambinella e il Brigadiere si troveranno a condividere la triste sorte di una ragazza omicida per necessità, in una Napoli dove tutto e il contrario di tutto sono inesorabilmente le due facce di una stessa unica medaglia. I dialoghi serrati, i cambi continui di registro, l’ilarità e la malinconia si fondono in unicum senza soluzione di continuità in un atto unico che tiene il pubblico col fiato sospeso per oltre novanta minuti.

E’ proprio questa è la magia del teatro, il saperci regalare emozioni proiettandoci in storie che hanno il potere di lasciarti dentro qualcosa che persiste e si trascina sotto pelle appena si alza il sipario e si accendono le luci.

Merito indiscusso dei due interpreti Antonio Milo e Adriano Falivene che, insieme all’altrettanto brava Elisabetta Mirra, si donano corpo e anima in scena regalandoci un affresco sublime dell’universo Ricciardiano esplorandone le sue infinite e variegate potenzialità. Abbiamo avuto il piacere di incontrare i due attori tra una rappresentazione e l’altra in giro per lo Stivale.

Adriano e Antonio, partiamo da questo bellissimo spettacolo teatrale. Grande successo e grande alchimia tra voi sul palco? Le vostre sensazioni in merito? Il riscontro del pubblico è senz’altro positivo, o sbaglio?

A.F. E’ ogni sera un’emozione indescrivibile, c’è una condivisione assoluta con gli spettatori che noi percepiamo sul palco che va dal grottesco al drammatico viaggiando insieme a noi e ai nostri personaggi. Grandissime dimostrazioni d’affetto anche all’uscita degli spettacoli, il pubblico ci aspetta per complimentarsi e manifestarci la propria approvazione, cosa che da attore non mi era mai capitata. Un’esperienza quasi eduardiana direi e un senso di unione e di coralità in controtendenza alla divisione che sta connotando i nostri tempi.

A.M. Si è un’alchimia nata in maniera spontanea sul set che poi si è concretizzata sul palcoscenico. Le sensazioni sono diverse ma quella che prevale di più è proprio la magia che si crea insieme sul palco. Assolutamente positivo e rimaniamo sempre colpiti dall’enorme affetto che il pubblico ha nei confronti di Maione e Bambinella.

Come nasce l’idea di questa pièce teatrale? E quante potenzialità può avere l’universo Ricciardiano in chiave di spin-off e situazioni parallele?

A.F. L’idea nasce in pieno Covid quando la giornalista Anna Copertino organizza all’hotel Parker di Napoli una festa a sorpresa per Maurizio, un cocktail in cui il brigadiere si è fatto portatore di una richiesta esplicita di spin-off incentrata su noi due. Maurizio nel tragitto in scooter verso casa aveva già partorito l’idea. Le potenzialità dell’universo di Ricciardi sono sconfinate un po’ perché c’è una genuinità emotiva non contaminata legata alla sua ambientazione storica che rende i personaggi umanamente più veri e meno filtrati e le cui vicende scorrono in parallelo a quelle del Commissario, tutte meritevoli di ulteriori approfondimenti tematici data la loro ricchezza e complessità.

A.M. Beh l’idea è nata durante una serata di presentazione di un cocktail dedicato a Maurizo, eravamo presenti io e Adriano, ed io chiesi sfacciatamente a Maurizio di scrivere qualcosa per me e Adriano. Subito si è pensato ai nostri personaggi, Maione e Bambinella, e nell’arco di tempo che ricopre il tragitto dalla location della serata a casa sua, Maurizio già aveva tutta la storia in testa, e che storia!!! Ma le potenzialità di uno spin-off su Maione e Bambinella sono espresse chiaramente in Mettici la Mano.

Il rapporto tra Bambinella e Maione? C’è un po’ di tutto, amicizia, rispetto, fratellanza pur nella distanza siderale dei ruoli che la società gli impone? Merito di Maurizio che scavando a piene mani dall’umanità napoletana è riuscito a creare questa grande alchimia tra i due personaggi?

A.F. Ho conosciuto Antonio sul set e da subito tra noi è scattata una sana e spontanea amicizia che prescinde il nostro mestiere, cosa rarissima nel nostro mondo. Antonio è un grande professionista e una splendida persona, ringrazio anche Alessandro D’Alatri per le ottime scelte fatti nel casting che ha permesso questa alchimia consentendo a tutti noi di esprimerci al massimo potenziale con quella freschezza e quella genuinità che sono vitali per chi fa il mestiere dell’attore.

A.M. Sono due personaggi che possono essere considerati delle maschere, maschere moderne, attraverso le quali si possono raccontare infinite storie. Si c’è tutto nel loro rapporto, ma soprattutto c’è la capacità di accogliere ciò che è diverso da te, Maione accoglie Bambinella, così come Napoli accoglie ciò che arriva da fuori ed è diverso da lei. Basta pensare alle dominazioni che Napoli ha subito senza mai perdere la sua identità, anzi in qualche modo è riuscita ad inglobare le altre culture nella propria. Il merito di Maurizio è senz’altro la capacità di scrivere storie bellissime raccontate da personaggi dalla forza empatica smisurata. Un rapporto di affetto è come incontrare un vecchio amico.

Il rapporto che voi avete personalmente con i vostri due personaggi? Quanto c’è di voi e quanto e come siete grati a loro? Il pregio più grande e il difetto peggiore di Bambinella e Maione?

A.F. Volevamo innanzitutto non deludere un pubblico così esigente come quello dei lettori di Ricciardi, in molti casi dalla pagina scritta alle immagini ci si sente un po’ traditi e questa enorme responsabilità ha sempre guidato il mio rapporto con Bambinella. E’ un personaggio a cui devo tanto, tantissimo una sorta di Sibilla Cumana che ha spesso in anticipo le informazioni che servono al brigadiere col quale vive un rapporto di dare e avere che prescinde dalla specificità dei ruoli e questo in teatro traspare nitidamente.

A.M. Un po’ di me c’è senz’altro e sono infinitamente grato a Maurizio che ha scritto un personaggio che mi ha permesso di farmi apprezzare ancora di più al grande pubblico. Bambinella è petulante nelle sue avance, Maione beh devi chiederlo a Bambinella.

Un doveroso omaggio a Maurizio, capace con la sua scrittura di raccontare storie partenopee trasversali ed universali, da Mina settembre, passando per i Bastardi fino ad arrivare a Ricciardi. Uno scrittore che da vero dominatore ha riscritto, grazie ai suoi contenuti, il target delle fiction generaliste?

A.F. E’ assolutamente vero perché Maurizio utilizza la messa in scena come modalità per illustrare un’umanità reale, nonostante il buio di quell’epoca, alla ricerca di una luce e un’anima genuina e non strumentalizzata, come spesso accade in altre fiction. Questo suo raccontare Napoli senza parlarne mai davvero rende la città perennemente moribonda, ma allo stesso tempo immortale mettendo l’accento sui sentimenti universali che ispirano l’agire dell’essere umano usando il giallo come pretesto narrativo.

A.M. Con Maurizio ci troviamo difronte a un autore che ha fatto e farà la storia in campo letterario e come sceneggiatore, è un fuoriclasse capace di scrivere storie e personaggi veri che pulsano di umanità. Il suo apporto ha senz’altro migliorato lo spessore delle serie televisive.

Siete attori di esperienza con un lungo percorso artistico. La serie su Ricciardi da un punto di vista professionale come si inserisce nello sviluppo della vostra carriera?

A.F. Chi fa questa professione deve mettere in conto che, pur affrontando tanti sacrifici, un’opportunità come quella che mi è capitata potrebbe non accadere mai. Ho avuto questa immensa fortuna, riuscire ad arrivare ad un pubblico più vasto che mi permette di entrare in contatto con tantissime persone ed avere quel riscontro che ogni attore desidera avere. E’ un sogno iniziato da quando avevo diciotto anni con l’iscrizione al Teatro Bellini di Napoli e che ora si sta realizzando in forma compiuta, a volte mi sveglio e non so se è tutto vero o se è solo immaginazione della mia fantasia.

A.M. Beh il Commissario Ricciardi mi ha dato la possibilità di accrescere la mia popolarità e questo mi ha permesso di scegliere cosa fare a teatro per esempio, ora le persone non mi chiamano con il nome del personaggio ma con il mio nome è questo è un sintomo di crescita popolare.

Il teatro, il tanto bistrattato teatro. Dopo i vari lockdown e le relative crisi finalmente il pubblico è tornato in platea. Un motivo in più per abbandonare le visioni domestiche e confrontarsi con il fascino del palcoscenico?

A.F. Indubbiamente in questa fase il teatro sta vivendo una vera e propria rinascita, una rivincita sociale che si concretizza nei dati numerici mentre dispiace tantissimo che il cinema si sia avviato verso un buco nero dal quale sarà difficile uscire. Siamo ripartiti nell’autunno del 2021 col nostro spettacolo proprio quando le restrizioni cominciavano ad allentarsi, siamo stati fortunati a cavalcare quest’onda che ha addirittura portato al cento per cento la capienza in concomitanza con la nostra prima al Teatro Diana di Napoli. Un segno del destino che ci accompagna da quasi due anni, è bello vedere tanta gente in platea che si è finalmente ripresa da un isolamento forzato e il loro entusiasmo è vivo e presente durante le nostre rappresentazioni.

A.M. Il Covid ci ha tolto la possibilità di condividere, la condivisione è importante per l’essere umano, il teatro da questa possibilità rende vivi.

L’ambientazione di Ricciardi ci riporta indietro nel tempo, anni bui e di grandi incertezze. Quanto aggiunge al suo fascino l’ambientazione storica? E riguardo al vostro approccio attoriale, quanto avete imparato girando questa fiction sulla Napoli di quegli anni?

A.F. Anche in questo caso devo dire che Alessandro D’Alatri ha inquadrato in modo quasi maniacale la mappa fattuale degli eventi di quegli anni, addirittura con la ricostruzione precisa dei bombardamenti avvenuti a Napoli in quel preciso momento storico. Ho scoperto anche la grande contaminazione e la notevole tolleranza di cui Napoli era intrisa insieme a quella abitudine al coraggio che avevano gli abitanti che, pur avendo pagato un prezzo importante in termini di vite umane, hanno sempre affrontato con grande umanità, a testa alta e senza paura momenti così bui e complicatissimi.

A.M. Gli anni trenta hanno sicuramente un gran fascino io rimango sempre incantato dalla possibilità che il mio lavoro da di viaggiare nel tempo, c’erano tante cose in meno rispetto ad oggi, nonostante le apparenze l’uomo progredisce nella sua evoluzione.

Il vostro futuro, dove vi vedete da qui a qualche anno? Tv, teatro e cinema, tre mondi diversissimi che avete esplorato, qual è quello che è più nelle vostre corde e al quale non rinuncereste mai?

A.F Secondo me la differenza tra queste tre forme d’espressione  non sta tanto nella fase preparatoria del lavoro dell’attore che è e rimane la stessa, il nostro lavoro teatrale e quello sulla fiction tv di Ricciardi sono due facce speculari della stessa medaglia. Non rinuncerei mai al teatro che sento come mia vera casa intesa come famiglia protettiva e condivisa e sommo dispensatore di emozioni vere e tangibili.

A.M. Per il futuro ci sono cose in pentola ma per scaramanzia, da bravo napoletano, tocco ferro e mi fermo qui.

Tocchiamo ferro, siamo tutti napoletani e Maurizio è ancora più tifoso di noi. Nel caso succedesse quello che dovrebbe succedere, non sarebbe il caso di raccontarlo con uno spettacolo ad h.o.c. con un testo di De Giovanni e voi tra gli interpreti? Come vi immaginate la città tra qualche settimana, con quale atmosfera?

A.F. Da bravo napoletano non posso che essere scaramantico e per ora non nominiamo il coso che potremmo vincere a breve, ma in generale sono rimasto molto deluso dalle vicende di Calciopoli del 2006 che mi ha tolto la gioia di credere in uno sport pulito. Questo mi ha allontanato dal mondo del calcio, ma le emozioni di settantamila persona che esorcizzano le difficoltà della vita in urlo liberatorio non possono non commuovermi e spero che questa esplosione di gioia sia sana e se Maurizio vorrà coinvolgerci in un progetto ad h.o.c. di sicuro non mi tirerò indietro.

A.M. Sono sicuro che Maurizio già ha pensato alla storia e se lui volesse io sarei pronto a buttarmi nella mischia. Credo che sarà un carnevale di Rio moltiplicato per cento!!!

Fabio Bandiera

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