Il mio amico cinese

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Il mio amico cinese: Storie di vita vissuta, Mudir racconta

Prologo:

Durante gli anni ’90 ricevetti spesso una delegazione di cinesi per il grande numero di cantieri che stavano aprendo a Khartoum.

Il loro interprete cominciò a cercarmi, anche al di là delle reali necessità del suo ruolo, presentandosi a Samira, la mia segretaria copta, come mio amico.

Era diventato il mio amico cinese.

Mi raccontò le sue vicende personali; in Cina era un insegnante statale, aveva ottenuto per quel ruolo a Khartoum uno stipendio che considerava buono in rapporto agli altri lavoratori (ben 80 $ al mese!) ma mi volle descrivere la situazione di tutti gli operai cinesi

Parlò di una specie di hangar, la cui la porta veniva chiusa con un lucchetto, entro cui venivano “custoditi” i lavoratori i quali venivano trasportati dall’hangar al cantiere e viceversa, con un camion per il trasporto di merci ed animali, privo naturalmente dei necessari sedili.

Insomma mi fece una rappresentazione così preoccupata che, poco a poco, mi trovai impelagato in alcune sue situazioni.

Solidarietà:

Iniziò col propormi una serie innumerevole di oggettini cinesi, con i quali evidentemente arrotondava lo stipendio, soprattutto ventagli di legno leggerissimo e profumato; io accettai soprattutto per aiutarlo.

Da questi oggettini passò a chiedermi una lettera di raccomandazione da consegnare all’Ambasciata Americana per entrare negli Stati Uniti in un qualche modo, nonostante, mi dicesse ci sarebbero state ripercussioni sulla famiglia in Cina.

Cosa che puntualmente feci perché, giusto quel periodo, giocavo il doppio di tennis con Larry, il numero due dell’Ambasciata degli USA a Khartoum.

La Birra Tsingtao:

Mi feci convincere anche a comprargli della birra Tsingtao: da un lato ero un po’ preoccupato per il rischio che correvo in quanto l’adozione della Sharia (la legge dello Stato conforme ai dettami del Corano) faceva pensare ad una certa durezza nelle eventuali sanzioni, dall’altro pensavo di essere uno dei pochi internazionali ad avere a disposizione della birra in quanto a Khartoum si trovava solo quella analcolica.

Il risultato di tutto ciò fu l’accettazione della proposta del “mio amico cinese” di vendermi birra.

Mi trovai così, una sera buissima, all’interno della mia Toyota land cruiser, parcheggiata ad un lato ancora più buio di quella strada sabbiosa ad aspettare il ” mio amico cinese ” nei pressi della Ambasciata Cinese a Manshia.

Mentre aspettavo, assorto a guardare la poca vita dei sudanesi scorrere normale e silenziosa, venni scosso da un rumore ormai molto vicino.

Il cinese, agitato, spaventato, stava con una cassetta di birra che voleva depositare nel retro della mia macchina; aprii in fretta la portiera posteriore e ponemmo la cassa di birra all’interno.

Mi chiese di ripartire ancora più in fretta e si mise a correre intorno alla macchina per entrare a posizionarsi sul sedile del passeggero. Per fare questa manovra, tutto trafelato, il sedile andò completamente giù, egli entrò e si trovò completamente sdraiato; gli dissi di aspettare un momento per riposizionare il sedile ma egli mi confermò la necessità di correre via.

Misi in moto e lasciai quell’area a sud di Khartoum di corsa alla volta della Gamhuriya, con quell’amico cinese impaurito e sdraiato.

Mi disse, successivamente, che aveva “asportato” quella cassa di birra, senza alcun permesso, dal magazzino della sua Ambasciata e gli era sembrato di sentire dei rumori, come di qualcuno che non doveva stare lì.

Mudir

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