Piero Trellini – La Partita

52667

di Fabio Bandiera

La Partita: Italia Brasile 5 Luglio 1982

Ci sono nella vita momenti unici scolpiti nella nostra mente che, più di mille giri di parole, hanno lasciato il segno e rivivono tra le memorie che ognuno di noi custodisce e associa ad un determinato momento storico.

Tra questi di sicuro c’è la partita simbolo del Mondiale Spagnolo del 1982.

Quell’Italia Brasile che lanciò gli azzurri verso un inaspettato trionfo e che contribuì a ridisegnare le mappe del Paese Italia rilanciandolo dopo decenni difficili segnati da tensioni e forti disequilibri socio-culturali.

Un evento cha fa parte dei ricordi dolci del nostro vissuto che ogni tanto tiriamo fuori con quel pizzico di sana e agrodolce nostalgia, e che uno scrittore ha pensato di farci rivivere a modo suo riavvolgendo impeccabilmente il nastro della storia.

Stiamo parlando di Piero Trellini e del suo “romanzo” dal titolo “La Partita” un vero e proprio caso editoriale sia nella genesi che alla sua uscita targata luglio 2019, un successo folgorante con tirature succedutesi nel tempo e una traduzione in 24 paesi in corso che ne aumenterà esponenzialmente il bacino di utenza.

Non sono mancati, al cinquantenne autore romano, riconoscimenti di ogni tipo tra i quali spiccano premi come:

  • Bancarella Sport,
  • Ape
  • Premio Mastercard
  • Gran Premio della Giuria al Premio letterario Massarosa.

Un successo evidente per un’opera riuscitissima e appassionatissima di altissimo valore storico e sociale che condensa da varie angolazioni, in oltre seicento pagine, le vicende e le sotto-trame che portarono a quell’unica ed irripetibile Partita del 5 luglio 1982.

Abbiamo avuto il piacere e l’onore di poterlo intervistare poco prima dell’uscita della sua nuova fatica letteraria incentrata sulla maestosa figura di Dante del quale ricorrono quest’anno settecento anni dalla sua scomparsa.

1) Piero buongiorno, partiamo dalle genesi di questo libro. Come e quando ti è nata l’idea?

Non c’è stato un momento. Fa parte, insieme a molte altre storie, di un bagaglio che ho sempre portato. Nel tempo si è dilatato e a un certo punto ho dovuto organizzarlo.

2) All’epoca del match avevi circa dodici anni. Ricordi e sensazioni di quel mundial?

Ne esistono di due tipi.

Quelli trattenuti dalla memoria e quelli tenuti vivi da immagini continuamente riproposte.

I secondi sono uguali per tutti e, nonostante gli anni Ottanta ci abbiano presentato la peggior definizione televisiva della storia dell’etere, fanno parte della cosiddetta memoria collettiva.

I primi, invece, sono quelli che rientrano nella storia personale. In questo caso la mia.

Sono semplici, familiari, riguardano più quello che c’era fuori dallo schermo: gli ambienti, le persone, la luce, gli odori, i colori.

Ma anche l’insieme delle singole memorie, seppur nelle loro varianti, sono associabili tra loro. Ogni giorno ricevo racconti di lettori.

Sono tutti molto belli e meriterebbero un libro parallelo.

Ognuno ha la memoria della propria partita e quasi sempre il ricordo contiene una storia di famiglia.

Alla fine è questo l’aspetto che conta di più. Il calcio è un mezzo come un altro per condividere emozioni.

3) In questa “Partita” ci sono una serie di storie intrecciate e connesse legate all’importanza di questo match. Ci parla di valori forti, di uomini forti, dell’importanza del gruppo che emerge contro tutto e contro tutti. Era una delle chiavi che volevi trasmettere nel romanzo?

Sono partito da una favola, perché quella era la sensazione forte che era rimasta in me. Bearzot e Rossi ne hanno creata una perfetta.

Il Vecio, come tutti ricordiamo, portò Pablito al mondiale sebbene il giocatore fosse lontano da uno stato di forma accettabile.

Non solo, lo schierò titolare e, come se non bastasse, lo fece giocare nonostante gli esiti poco brillanti.

E alla fine, nel momento cruciale, Rossi ripagò il suo allenatore.

Ho visto molte volte da diverse angolazioni le immagini della fine della partita.

C’è un momento molto bello, quando Rossi e Bearzot si ritrovano uno di fronte all’altro.

Si guardano, si tendono le braccia, si stringono, senza dirsi una parola. Luisinho, che ha marcato proprio Pablito scaraventandolo a terra in area, li osserva e istintivamente applaude.

È un’immagine che oggi fa ancora più effetto.

Attorno a questa favola ho iniziato a tessere, scansando però l’epica, perché già l’evento era di per sé epico, e assecondando più l’aspetto drammatico delle singole vicende.

Ed è all’interno di queste che sono emersi quei valori forti: sacrificio, costanza, perseveranza, umiltà, fiducia, solidarietà.

E sportività. Perché, sembrerà paradossale, ma di questa, oggi, lo sport ne è quasi privo.

4) Come hai scandito le varie fasi di scrittura in relazione al materiale agli archivi e alla verifica delle fonti a tua disposizione?

Ho accumulato materiali, catalogato informazioni, incrociato i dati, creato mappe, grafici e tabelle.

Poi ho iniziato a scrivere.

Non prima però di avere lavorato alla struttura.

Poi a una ulteriore struttura delle singole voci della scaletta. E ancora a quella del contenuto dei singoli capitoli.

Erano inizialmente molto lunghi. In seguito sono stati riconcepiti.

Ho fatto molte stesure e diversi montaggi. Alcuni più audaci, quasi caleidoscopici.

La mole del testo mi ha spinto alla fine a optare per una strada più lineare. È stata una scelta “compensativa”.

5) La figura di Bearzot, ce la fai rivivere sia umanamente che professionalmente. Chi era e cosa cercavi di trasmettere raccontando la figura del nostro c.t.?

Chi era possiamo dirlo tutti. Bearzot è riuscito a trasmettere con i fatti i suoi valori: coerenza, sacrificio, rispetto, passione, responsabilità, gratitudine e molti altri.

A qualcuno quei valori sono stati trasmessi.

Penso ai suoi ragazzi. E a una parte di italiani. Io spero di averne ereditati una minima parte. E se anche non riesco sempre ad essere alla loro altezza rimangono sempre un riferimento costante.

Bearzot credeva nelle rinascite. Dopo di lui, a quei livelli, nessuno ha avuto più il coraggio di farlo.

Ricordo che nel 2002, quando Trapattoni stava per consegnare la lista dei convocati per il Mondiale di Corea e Giappone, Baggio era l’uomo che tutto il paese invocava.

Veniva anche lui da un periodo buio, un infortunio, ma da questo era riemerso come l’Araba Felice, tornando in una forma strepitosa.

Aveva un desiderio folle di andare a quel mondiale e con lui – mi sbilancio, non lo faccio mai – sono quasi certo che l’avremmo vinto. Io a quei tempi collaboravo con la Federcalcio, girava già voce che il Trap non lo avrebbe chiamato e la mattina della diramazione dei nomi un gruppo di tifosi organizzò un sit-in per invocare la sua convocazione proprio sotto la sede della Federazione.

Così quel giorno mi infilai una maglia di Baggio e partecipai al sit-in sotto la sede dei miei “datori di lavoro” (che comunque, benché in veste di dissidente, salutai rispettosamente).

Come previsto Trapattoni, che pure veniva dall’età dell’oro (era stato l’allenatore della Juventus che aveva fornito i sei undicesimi dei titolari azzurri dell’82), non lo convocò.

Quel gesto fece capire anche a chi non ne era ancora convinto che il calcio dei sogni era definitivamente finito.

6) Tutto questo livore ed astio da parte della stampa nostrana, da dove nasce? Era a tuo avviso motivato? La ricerca della polemica ad ogni costo è un male genetico nostrano?

Era un altro tempo. All’interno di questo esisteva un modo di vivere diverso.

Più lento, più avventuroso, più noioso, più improvvisato. Di questo mondo la stampa rifletteva pregi e difetti.

Non esistevano standard, format, procedure rigorose. Le spedizioni ai Mondiali erano viaggi picareschi.

La ciurma era però composta da uomini d’alto spessore che con le parole sapevano giocare magnificamente.

Ma anche ferire, come fossero spade. I livori nascevano da una concatenazione di fattori, prevalentemente le convocazioni, che avevano scontentato il centro-sud, il carattere tutto di un pezzo di Bearzot e i risultati dell’ultimo periodo.

Le conferenze stampa del commissario tecnico azzurro alla Casa del Baron di Vigo si allestivano in un salotto, davanti al camino, i giornalisti erano ammassati sui divani, facevano avanti e indietro, alcuni andavano a cercare qualche giocatore da abbordare, magari al bar o sotto la finestra della stanza.

Nei passaggi delle informazioni si creavano pericolosi telefoni senza fili nel corso dei quali le notizie si dilatavano prendendo pieghe terribili.

Dopo il giornalismo è cambiato. L’informazione è diventata più controllata, filtrata, uniforme, prudente, corretta.

Ma anche meno ardita. Oggi c’è molto meno veleno e molto più mercato. Spesso, parlo per me, può essere noioso.

7) Il Mundial del 1982 segna uno spartiacque ed una svolta nell’indotto miliardario del calcio. Il biscione acquista il Mundialito, mentre l’Adidas detta legge a braccetto con la Fifa. Ci stiamo avviando verso una nuova fase del market calcio?

Era una fase fascinosa. Quella pionieristica. Visionaria.

Si inventava qualcosa che non esisteva. Lo spettacolo stava per cambiare.

Non era ancora un format. Ma sarebbe presto degenerato.

Quel momento sospeso tra un prima e un poi lo rende quasi un perfetto centro di gravità.

8) I solisti magnifici della Selecao, il gruppo granitico e compatto degli azzurri l’un contro l’altro armati. Il tuo libro analizza come una scacchiera tutte le dinamiche e le variabili legate a questi due modi di concepire il calcio, e la vita in generale?

Sì ma per mostrare che quei due mondi sono uno solo. Il sangue è lo stesso.

E la figura di Darwin Pastorin seduto al Sarrià per conto di “Tuttosport” e “Guerin Sportivo” diventa emblematica.

Un giornalista dal cuore d’oro che è nato in Brasile da genitori italiani e non sa per chi tifare, Anzi, lo sa ma soffre per questo.

9) L’arbitro Klein da te analizzato in modo esemplare. Cosa ha rappresentato per lui questa partita, e perché sei partito proprio da lui nel tuo racconto?

Per lui – è stato Klein stesso a dirmelo – arbitrare quella partita è stata una grande fortuna. Che però si meritava.

Era uno dei migliori della sua generazione e gli spettava una finale.

Era stato punito dalla sorte nel 1970, dal terrorismo nel 1974, dalla dittatura nel 1978.

Il 1982 rappresentava la sua ultima possibilità.

Ma appena mise piede in Spagna scoppiò la guerra in Libano, suo figlio partì per il fronte e Klein perse i contatti con lui.

Non potevo iniziare che da qui: la sua vita esprime da sola la chiave del libro.

Tutte le esistenze anche le meno eclatanti nascondono storie meritevoli di essere raccontate. E la sua era una storia incredibile.

10) Per chiudere. L’uscita del libro ti ha liberato di un peso e di un fardello che ti trascinavi dietro? Ti senti più leggero e con più spazio libero nel cervello? Sei pronto a ricominciare a raccontarci altre storie con la stessa abnegazione e passione?  

Scrivere significa anche liberarsi, fare spazio. Il vuoto lasciato mi ha dato la possibilità di gettarmi a capofitto su altri temi totalmente diversi.

Il primo di questi è incentrato su Dante ed è in uscita. E, a proposito di spazio nella testa, si tratta proprio un viaggio nel suo cervello.

Fabio Bandiera

Tempo di lettura: 2’00”

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.