Sergio Marchionne : Il valore di un italiano

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Sergio Marchionne è morto in una clinica di Zurigo.

Aveva solo 66 anni.

Nessuno si sarebbe mai aspettato una notizia del genere.

Un intervento chirurgico alla spalla poi dopo pochi giorni il coma e infine la peggior conclusione possibile.

Un destino beffardo si è accanito all’improvviso contro uno dei manager più conosciuti del mondo.

L’uomo che parlava con Obama, con Trump, con i potenti della politica e dell’economia è scomparso all’improvviso condividendo il destino di altri grandi personaggi andati via troppo presto.

Il denaro, il potere, la fama non sono bastati a proteggere dalle vicende beffarde della vita nemmeno questo manager che si era costruito da solo e con le sue forze, l’estro e tanta determinazione.

Tre lauree una carriera basata sulle capacità e sul merito in un contesto come quello della Fiat in cui non sempre hanno prevalso questi valori.

Lavorare al suo fianco pare non fosse facile, riunioni continue, orari improbabili, viaggi continui, giornate lavorative che si sapeva quando iniziavano ma mai quando finivano.

I viaggi continui tra Torino e Detroit città che ha praticamente salvato risollevando dal fallimento la Crysler e internazionalizzando la Fiat a un passo dal baratro.

Sergio Marchionne, Ceo di FCA era un uomo infaticabile famoso anche per le polemiche con i sindacati, per aver rifiutato di entrare in politica con Berlusconi, per il suo standing internazionale, cosmopolita ma così italiano.

Era fiero del suo Paese e delle sue origini così come lo era della Ferrari che aveva deciso di seguire personalmente anche sulle piste della Formula 1.

Dicono che negli stabilimenti della Fiat alla notizia della morte sia calato un silenzio surreale.

Guidava un gruppo industriale con piglio energico ma la sua umanità anche semplice per certi versi, per quanto poteva esserlo in un personaggio del genere, emergeva sempre.

Poteva non piacere ma non poteva non colpire lasciando il segno.

Fin dalla notizia della malattia e poi del coma alcuni giornali e intellettuali alla moda del nostro Paese non hanno perso l’occasione di tacere.

Anche il web con i suoi frequentatori più beceri non si è risparmiato.

Gli italiani in questo sono speciali. Sminuire personaggi di grandi capacità per quel gusto perverso, quell’invidia sociale che purtroppo non manca mai in queste occasioni.

È come se il nostro popolo fosse incapace di esaltare i suoi esponenti migliori a vantaggio di una pletora di mediocri.

Per fortuna a volte non basta questa specie di protratto odio di classe per sminuire la grandezza di uomini come il presidente Sergio Marchionne.

E resta il riconoscimento per un uomo che attraverso il lavoro e la produttività ha saputo dare valore a un’azienda e al suo essere italiana dando lavoro a migliaia di persone.

Se devo essere sincero preferisco l’era Marchionne a quella di Gianni Agnelli per il suo coraggio e la sua modernità.

Peccato se ne sia andato troppo presto, probabilmente avrebbe rivoluzionato il mondo dell’auto del futuro. Resta quello che ha saputo realizzare un qualcosa di immanente e granitico che resterà.

Anche alla faccia dei detrattori e degli invidiosi che inutilmente continueranno a blaterare.

Claudio Razeto

Tempo di lettura: 1’20’’

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