Silenzio e rispetto. E’ morto un carabiniere

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La cronaca nera è cruda. È sangue. È orrore. Sgomenta, sconvolge fino a lasciare basiti.
Però riempie le pagine dei giornali e dei siti web. Le edizioni del Tg.
Fino a docufiction ricche di dettagli.
Dai tempi in cui l’uomo ha cominciato a narrare le sue storie, quelle di delitti, sciagure e turpitudini, sono state quelle più narrate.
Dalle 53 coltellate inferte Giulio Cesare a quelle di Jack lo Squartatore che nei vicoli bui di Londra sventrava le sue vittime.
Delitti passionali, di vendetta, d’impeto, d’onore, politici, terroristici, mafiosi.
Di veleno, di coltello, di armi proprie e improprie, ma comunque di sangue.
Omicidi, femminicidi, infanticidi, uxoricidi. Fino ai genocidi di intere popolazioni.
E la realtà spesso ha superato la più morbosa e malata fantasia.
Un Carabiniere a Roma è stato ucciso con 11, dico undici coltellate.
L’aggressione non gli ha lasciato scampo.
Credo che per colpire a morte un uomo con tanta violenza, bisogna essere pervasi da una furia cieca.
In tempo di guerra i soldati si chiedevano spesso, se avrebbero avuto il coraggio di uccidere il nemico con la baionetta innestata sul fucile o con un coltello in uno scontro corpo a corpo. Perché un conto è sparare. Magari a distanza. Senza quasi vedere la propria vittima. Un conto è guardarla negli occhi mentre le togli la vita.
Sentendo il suo respiro, guardandola negli occhi.
In guerra si è costretti ad uccidere, a volte, e bisogna essere addestrati, preparati anche psicologicamente a farlo.
E chi lo ha fatto si è trovato spesso a convivere con gli spettri delle proprie vittime e l’incubo dei ricordi.
Per questo ci si può, legittimamente domandare: come si può uccidere con undici coltellate un essere umano? Così a freddo. Durante una vacanza.
Cosa può scatenare una simile furia ?
Una volta ai soldati prima di un assalto davano acquavite, tanto che alcuni intuivano l’attacco imminente dalla puzza d’alcool che pervadeva le trincee.
In guerra si usavano e si usano ancora sostanze eccitanti.
Droghe o farmaci che portano all’esaltazione.
Il giovane americano, che ha tolto la vita al militare in servizio nelle strade di Roma, con un coltello, non avrebbe solo ucciso ma ha infierito, da quanto si legge, con incredibile violenza. A bloccare il pubblico ufficiale sarebbe bastato uno, due forse tre fendenti.
Ma undici addirittura…
A freddo, in condizioni normali, non si spiega una crudeltà del genere.
Rende ancora più sgomenti ciò che dicono di quel ragazzo dagli Usa. Pareri diversi.
Uno studente, un giovane normale, di buona famiglia, educato e istruito, mandato in Europa dai genitori in viaggio premio. Con qualche zona d’ombra. Episodi di bullismo. Uso di droghe.
Con lui un amico. Un coetaneo. Un ragazzo normale, o almeno considerato tale, anche lui.
Perché una tale furia omicida ? Cosa è successo quella sera a Roma?
I due erano alloggiati in un albergo del centro.
I fatti che hanno portato alla tragedia sono avvenuti a Trastevere, tra spacciatori e pusher, giri alcoolici per giovani stranieri e movida sfrenata.
Roma è cambiata. In peggio. Ci sono quartieri centrali pericolosi di notte.
La droga è ovunque.
Dopo il delitto i due sono tornati in camera.
I Carabinieri sono andati a prenderli li.
Sicuramente i militari sapevano anche nei dettagli quello che era accaduto.
Sapevano delle undici coltellate. E che l’omicida era particolarmente violento e pericoloso. Credo che gli imperturbabili poliziotti londinesi, se avessero individuato Jack lo squartatore, non sarebbero andati semplicemente a prelevarlo. Visti i precedenti lo avrebbero messo in condizioni di non nuocere o far male a nessuno.
Se dei poliziotti americani fossero andati ad arrestare il responsabile della morte di un loro collega, non si sarebbero limitati alle manette.
E comunque, come spesso accade (anche senza motivi che lo giustificano) non avrebbero esitato ad aprire il fuoco persino su possibili sospetti.
Il Carabiniere ucciso a Roma forse non ha avuto nemmeno il tempo di difendersi.
Anzi quasi sicuramente.
Che i suoi colleghi fossero legittimamente preoccupati nell’andare a prelevare un omicida autore di un simile delitto, è il minimo.
Gira una foto del giovane americano, ammanettato e bendato nell’ufficio dei Carabinieri. Lo scatto è drammatico e crudo come solo la cronaca nera sa essere.
Del Carabiniere sui giornali e sul web si sono viste solo le immagini in divisa al suo matrimonio e quelle della sua vita quotidiana.
Non c’è il corpo buttato per terra, circondato dal sangue.
Però la fotografia dell’omicida bendato e ammanettato ha fatto il giro dei social ed è diventata una questione politica che ha tirato in ballo i diritti umani, la condanna a ogni tipo di tortura, i diritti dei detenuti e dei condannati.
Un elemento fornito alla difesa per cercare di tirar fuori dalle galere italiane gli scomodi detenuti americani? Il caso Amanda Knox incombe.
La giustizia italiana negli Usa non vanta una gran fama di efficienza.
Stavolta però sarà difficile poter dire che i due ragazzi non c’entrano.
L’arma del delitto è stata ritrovata dagli inquirenti.
Un coltello da combattimento in uso nel corpo dei Marines americani.
Un’arma a lama fissa lunga 18 centimetri. Nascosta in albergo, è entrata in Italia non si sa come. Forse eludendo i controlli in aeroporto.
Mentre veniva ucciso il vicebrigadiere ha avuto la forza di gridare “Basta, sono un Carabiniere”. Non è servito. È morto buttato sul marciapiede in borghese senza pistola.
La notizia ha destato grande scalpore.
Poi il caos mediatico. La politica. I Twitter dei capo partito, le polemiche.
Il vicebrigadiere era in borghese e disarmato.
Le pattuglie nelle vicinanze non lo hanno soccorso.
Chi ha avvisato i militari, un italiano, ha un ruolo ambiguo su cui si indaga.
I funerali strazianti. La giovane moglie in lutto. I giovani americani in galera.
Visitati da un politico prima, dai genitori arrivati dagli Usa, poi, che ora chiedono perdono alla famiglia del carabiniere assassinato. Intorno chiacchiere da bar versione social.
I post di qualche povera mente confusa contro l’Arma e un povero giovane caduto mentre compiva il suo dovere.
Negli Usa da cui vengono i due accusati del delitto probabilmente di pistole ce ne sarebbero state più di una. Forse non sarebbero arrivati vivi in carcere.
Le indagini proseguono. Il processo avrà un grande seguito mediatico.
E dividerà le opinioni e le coscienze.
Un tempo sarebbero state tutte con il Carabiniere ucciso.
Un bravo ragazzo che forse ha confidato troppo in sé stesso e sicuramente non si aspettava di incontrare una simile furia omicida.
Il dibattito sui social e sui media è assicurato.
E sarà senza esclusione di colpi. Speriamo non ne soffra la giustizia.
Che il “teatrino” tra giustizialisti e non, resti a margine.
Speranza blanda. Ma mai disperare o perdere fiducia nel buon senso, nei nostri valori più sani.
È morto un carabiniere. Un tempo sarebbe stato solo rispetto, silenzio e ricerca di verità per fare giustizia dei colpevoli. Un tempo.
Le bandiere a mezz’asta, le spoglie lungo le strade di Roma, i fiori, i biglietti dei bambini commossi e la gente in silenzio in segno di rispetto.
Come per Nassirya. Come per Bologna. Per i fatti che uniscono gli italiani nel dolore.
In piedi sugli attenti. Silenzio tutti.
È morto uno dei nostri.
È morto un Carabiniere.

Claudio Razeto

Claudio Razeto

Tempo di lettura: 2’00

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