Vinci la paura, vai avanti e carpe diem

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di Claudio Razeto

“Carpe diem, quam minimum credula postero”
(Afferra il giorno, confidando il meno possibile nel domani)

Orazio

http://www.treccani.it/enciclopedia/quinto-orazio-flacco/

Un attimo. Basta un attimo.
Ce ne siamo resi conto ancora di più in questi giorni terribili.
Le vite passano in un attimo. Possono essere spazzate via in un istante.
Strappate via come un manifesto da un muro.
Quel manifesto forse era un quadro, un’opera d’arte, un piccolo capolavoro come quello di Ezio Bosso.
Oppure una vita comune, da niente. Come tante. Come le nostre.
Non che le vite comuni valgano nulla.
Ma ammettiamolo, sono comuni. Non lasciano segni.
Comuni per tanta gente. Ma non per noi. Perché  sono le nostre.
Per noi sono tutto. Tutto. Anche se fatte di tanti minuscoli, insignificanti pezzetti.
Istantanee. Flash.
Un album di ricordi privati. Il nostro. Che oggi resta sulle pagine di Facebook.
Ma soprattutto dentro di noi.
Carpe diem…

L’infanzia. Per alcuni felice, per altri meno.
Le amicizie. Alcune durate una vita.
Altre passate come meteore.
I più fortunati hanno avuto almeno un grande amore.
Figli affezionati.
Amici fidati.
I sentimenti che accarezzeranno la nostra vita.
Saranno la parte più nostra.
Una coperta calda a scaldare l’anima. La trama dei nostri ricordi.
Triste e sfortunato chi non ne ha avuti né vissuti.
Magari tenendoli lontani con uno scudo emotivo, per autodifesa.
E poi le nostre azioni. Non ciò che abbiamo detto, né annunciato.
Ma realizzato.
In sintesi, guardandola nel suo divenire, la vita è quello che abbiamo fatto e vissuto, nel tempo che ci è stato dato.
Quello che abbiamo compiuto, con quello che avevamo.
Le nostre capacità. Il nostro carattere. Le attitudini.
Ai miei tempi si iniziava studiando. Dovevi studiare.
Il diploma come minimo. La laurea, poi. Se possibile.

Chi è stato bravo ha appreso più di quanto veniva dai libri o dalle lezioni.
In passato studiare serviva. Oggi la scuola, come la intendevamo, non basta più.
Per raggiungere gli obiettivi un tempo considerati obbligati.

Il lavoro, un partner, la famiglia, dei figli, una carriera se possibile.

Per molti, tanti,  il benessere misurato in vacanze, beni di lusso, automobili, case.

Gioielli, pellicce (oggi al bando). Vestiti alla moda.
Soldi.

Tutti volevamo più o meno, la stessa cosa.
Come canta Ligabue “Tutti vogliono viaggiare in prima” (classe), “uno su mille ce la fa” gli fa eco Morandi. Arrivare al massimo raggiungibile e poi conservarlo.

Per quanto tempo? Più che possibile. Più che si può e si poteva.
E poi?

Carpe diem…

Tutto può cambiare. E se tutto cambia è dipeso da noi. Oppure dagli altri. O dal caso.

Basta anche un nostro passo falso per mettere tutto in gioco.
Ma anche uno sfortunato evento. Oppure sta scritto?

Abbiamo un destino? Forse. Se fosse tutto già scritto sarebbe bello avere quel libro.

Si imbocca una porta. Una sliding door. E la vita cambia.
Un viaggio, un incontro, la mail di un annuncio di lavoro.
Incontriamo una persona e la nostra esistenza cambia.
Nel bene o nel male.

Carpe diem…

Esistere è divenire. Un cammino, una viaggio, una marcia se le difficoltà lo impongono.
Ma spesso avanziamo nella nebbia. Cosa scegliere e come?
Quali strade?
Gli antichi erano più attenti di noi. Vigilavano sul proprio destino.

Studiavano i segni. Cercavano di capire dalla natura cosa fosse giusto fare.
Il volo degli uccelli, un temporale, il vento, il mare.
Le profezie di sacerdoti. Magia e religioni ancestrali.

La vita nella Grecia e soprattutto nella Roma antica era colma di ricerche di segni del divino. Ma questo non ha evitato a grandi personaggi del passato di cadere.
Abbattuti dagli avversari o dal fato.

L’uomo moderno ha perduto il metodo di questa ricerca di conferme.
Oggi ci affidiamo a quello che “sentiamo” come giusto o sbagliato.

Per chi ha fede, una preghiera. Qualcuno l’oroscopo o peggio.
Ma nessuno sa dirci la cosa più importante. Perché viviamo?

Un obiettivo esistenziale potrebbe essere semplicemente rendere onore al regalo che con la vita ci è stato dato.

Come? Realizzandoci al meglio con le capacità che abbiamo.

Se si ha un “dono” di natura per esempio.

Una predisposizione importante. Un peccato non metterla a valore.
Mai posticipare, rinviare.
Magari bloccati dalla paura di non riuscire. Osare. Buttarsi.

Uno scienziato, un’inventore, uno scrittore, un grande musicista, un attore, un artista

Possono passare la vita intera nell’accrescere e mettere a frutto la propria dote. Mettendole al servizio degli altri, usandole solo per se stessi. O in entrambi i modi.

Avere una grande passione alla quale dedicare la propria esistenza.
Conta. Può fare la differenza. Non importa con quale risultato. Per se stessi. A volte può bastare.

Carpe diem…

E per quelli “normali”. Cosa succede se non si nasce con simili caratteristiche?
È così importante realizzare qualcosa di “importante” ?

Basterebbe meno. Anche essere semplicemente una brava persona.
Crescere bene i propri figli.
Essere persone buone, oneste.

Un obiettivo etico. La vita è un dono. Il più grande.

Ma se la vita è un regalo, lo è sempre? Se nasci ammalato, in un paese in guerra, in una famiglia violenta, dov’è il regalo?

Chi vive, in qualche modo, apprezza sempre e comunque la propria esistenza.
L’essere umano si adatta a tutto.
Lo abbiamo scoperto in questi giorni.
Tutto pur di sopravvivere.

Oggi si parla molto di resilienza.

https://www.pietrotrabucchi.it/paginab.asp?ID=3

Io direi che un’altra parola da tenere presente nella vita è ACCETTAZIONE.
Saper accettare quello che ci capita serve a sopravvivere.
Nelle circostanze più avverse.

https://www.stateofmind.it/tag/accettazione/

Accettare con gratitudine le cose belle.

Riconoscerle e saperle apprezzare.
E accettare con tutta la forza che possiamo, le cose brutte che possono accaderci.
Nella malattia accettazione significa “un ri-orientamento dell’attenzione verso altri aspetti della vita” (McCracken).

Forse molti di noi dovranno ri-orientare la propria esistenza per motivi indipendenti dalla loro volontà. Come è accaduto in questi giorni.

Accettare è già sopravvivere. A partire dal cammino in corso delle nostre esistenze.

Cambiare, migliorandosi se possibile. Cercando di vedere il bene anche nelle trasformazioni che ci vengono imposte dalla vita. Possibilmente con gratitudine.

Tutto ciò che abbiamo di bello è un dono.

Carpe Diem…

Anche invecchiare è parte di questo viaggio. Non tutti lo accettano.
Si pensa di poter protrarre per un tempo indefinito uno stato fisico e mentale che per sua natura non è eterno. Perché noi stessi non lo siamo.

La parola FINE fa parte del nostro destino. Della nostra storia.

Queste giornate ci hanno mostrato quanto può essere vicino un cambiamento totale e repentino di quelle che sono le nostre vite.

Abbiamo imparato qualcosa?

Carpe diem…

La voglia di tornare alla vita di prima da parte di tutti è enorme.
Qualcuno addirittura la reclama come un qualcosa di dovuto.
Tanta da far pensare che si cercherà di buttarsi alle spalle in fretta quanto abbiamo passato.

Sarebbe uno sbaglio?

Ognuno vivrà i segni di questa esperienza in maniera diversa.

Come ognuno, fino ad oggi, ha reagito in maniera diversa ai grandi stress della vita.

Difficile trovare una soluzione collettiva. Anche se l’esperienza è stata globale.

Qualcuno parla già di Sindrome da stress post-traumatico.
Di forte impatto psicologico che lascerà disturbi pesanti su molti.
Forse è un’esagerazione.
I più fragili ne risentiranno sicuramente. Ne stanno già risentendo.
I valori che sono stati colpiti sono diversi.

Per primo il nostro stesso senso di sopravvivenza.

E allora, forse, è alla qualità di questa nostra vita che dovremmo fare riferimento.
A ciò che conta davvero. E cosa no.
Cosa dovremmo vedere con altri occhi.
Certezze non ce ne sono.
Ma del resto non ce ne sono mai state.

Carpe diem…

Il dopo? Tutto cambierà?
Per molti è già cambiato e non perché non possono andare in vacanza.
O ricominciare come se niente fosse la vita di prima.

Tra isolamento sociale e distanziamenti.
Quelli sono i più fortunati.

Il destino, quello brutto, per molti, si è già mosso da tempo. Magari da tutta la vita.
Imponendo loro un destino di disabilità. Per esempio.

O chi se ne è già andato. Compiendo fino alla fine il suo viaggio.

Magari in un attimo. Nel letto di un’ospedale o dopo una cena con gli amici, con un dolore al petto, un’ambulanza e un dottore che non ce l’ha fatta.

A un incrocio con  un amico che guidava ubriaco. Sugli sci in un fuoripista.
Succede anche in questi giorni in cui si ha paura del virus e magari si muore per  un’incidente sportivo.

O nei mille modi che ci sono per chiudere il proprio cammino terreno.
Persino per quelli che hanno deciso di fare tutto da soli.

Decidendo il modo e il momento in cui andarsene.

Speriamo per loro, per tutti, che possano aver avuto la possibilità di afferrare il giorno.
Il loro piccolo pezzettino di esistenza.

Anche per onorare chi questa microscopica possibilità non l’ha avuta.
Di aver potuto vivere un momento da conservare.

Anche solo un frammento. Una possibilità anche minima di aver vissuto.
Di aver compiuto il nostro viaggio. Potendo dire, Carpe diem…

Claudio Razeto

Tempo di lettura: 2’40”

Foto tratta da: http://www.segnalidiluce.it/cosa-significa-carpe-diem/

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