L’ ITALIA URLATA CHE NON CI PIACE

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Capita sempre più spesso, non solo in Italia,  di assistere a risse più o meno virtuali, in scena sul web, in tv, nei talk show, ma anche nella vita reale nei cortei, in strada a un semaforo, a scuola. Sembra quasi che si sia imposto un modello in base al quale chi urla di più ha ragione, indipendentemente dal merito delle questioni. Se strilli più del tuo antagonista quello non ha più voce e perde ai punti la partita.

 UN PAESE SENZA PIU’ EDUCAZIONE

La correttezza e l’educazione sembrano schiacciati da questo nuovo stile, un nuovo corso italico che ormai impazza e impera. Tanto che quando, in una trasmissione tv, vediamo i vari opinionisti intercalare tra loro garbatamente, sembra l’eccezione e non la regola. Di norma si parlano uno sull’altro quando addirittura non passano agli insulti. Nelle manifestazioni di piazza, poi, bastano un centinaio di esagitati per trasformare in rissa e sommossa quella che dovrebbe essere una espressione democratica di dissenso e protesta e spesso, per mostrare il proprio essere contro, una legge, un governo, un partito, si arriva a sfasciare vetrine, bruciare automobili, attaccare poliziotti e carabinieri. Lo scontro sociale allora va in scena anche in tv con le immagini che purtroppo, troppo spesso, siamo costretti a vedere.

 QUANDO LA PROTESTA DIVENTA MANCANZA DI RISPETTO PER LO STATO

Assistere alla scena di un gruppo di facinorosi che picchia un tutore dell’ordine non è un bello spettacolo. Personalmente mi da un senso di vuoto; fa pensare che lo Stato non viene rispettato non solo nelle sue leggi ma persino nei suoi simboli più importanti quale è, per esempio, una divisa.

Lo Stato democratico siamo tutti noi. Quell’uniforme ci rappresenta perché dovrebbe proteggerci e servire la società civile e, per questo, in ogni caso, andrebbe sempre rispettata con lealtà e convinzione.

Eppure siamo costretti a vedere anche immagini come quella del pestaggio di un Carabiniere per strada, con preoccupante frequenza. In un Paese come l’ Italia, che per riemergere deve recuperare nel suo più pieno significato il senso dello Stato e delle regole che lo governano, questi spettacoli non aiutano.

 LA PROFESSORESSA DI TORINO E LA RABBIA IN PIAZZA

E’ per queste ragioni che lo show della professoressa che, durante una manifestazione, augurava la morte ai poliziotti in servizio d’ordine, a Torino, ha un sapore ancora più amaro e triste.

“Dovete morire. Vigliacchi. Mi fate schifo”, ha strillato la Prof andando in onda su web e tv.

La Signora non era il dissidente cinese davanti ai carri armati di piazza Tiennammen, non era nemmeno uno degli studenti della primavera di Praga, né un manifestante del ‘68 a Valle Giulia, per ciò che si è visto era solo una persona che augurava la morte a dei tutori dell’ordine in servizio.

Il suo non era il gesto eroico di un oppositore coraggioso ma solo l’ennesima manifestazione di un’Italia che a tanti non piace.

In questo caso la potenziale legittimità della contestazione è stata annullata dai modi pessimi in cui questa è stata espressa.

Quella rabbia, quel livore furente, sparato sulle uniformi di uomini in servizio, tirato in faccia come uno schiaffo ai celerini schierati a tutela dell’ordine pubblico, in strada sono sembrati, a tanti, assolutamente fuori luogo e inappropriati. Lo sarebbero stati se la Signora fosse stata un normale cittadino ma venire a sapere, come poi è accaduto, che la protagonista di quella scena era un’insegnante ha fatto ancora più notizia e scalpore. In molti si sono detti preoccupati del fatto che la protagonista di quel gesto potesse insegnare a dei ragazzi. Il fatto che la protesta fosse contro la presenza in città degli esponenti di un movimento di estrema destra, per qualcuno ha rappresentato una sorta di giustificazione. Ma proprio quel livore, quella rabbia hanno fatto sì che la protesta venisse considerata totalmente sopra le righe e fuori da ogni misura.

 LE CONSEGUENZE DELLE PROPRIE AZIONI E LA RESPONSABILITA’

Ora la professoressa, attaccata pesantemente da giornali, politici, opinionisti, dal Ministero, rischia un processo e il posto di lavoro. Nessuno ne potrebbe gioire ma esistono delle leggi.

C’è chi dice, non a torto, che basterebbe in questi casi applicare le norme vigenti, alla Signora in questione come ai facinorosi che mandano un Carabiniere all’ospedale. Probabilmente sì. Pagare i danni e rispondere per quelli che sono fatti gravi anche di rilevanza penale, questo sarebbe il minimo in un Paese normale.

Quello che però andrebbe evitato, in questi casi, è quell’atteggiamento che se da un lato condanna simili gesti, dall’altro con un “d’altra parte” un “però”, cerca di giustificare comportamenti e atti ingiustificabili. Anche perché può capitare e non sarebbe la prima volta, che tutto passi con una lavata di capo e che magari la Professoressa di Torino, ce la si ritrovi tra qualche tempo in Parlamento, con la casacca dei professionisti del dissenso. Certo non sarebbe la prima volta, ma purtroppo la democrazia, che questa gente oltraggia, è anche questo.

E sarebbe l’ennesima manifestazione di questa “Italia che urla” e che non ci piace.

Claudio Razeto

Tempo di lettura: 1’45”

 

2 Commenti

  1. Articolo ben scritto.
    Non credo che la prof sarà premiata per questo, ma (credo) non meriti neanche di essere licenziata.

  2. Caro Claudio, hai proprio ragione. Dalle nostre parti si dice che il pesce puzza dalla testa. E a cascata scende su una parte del popolo che purtroppo aumenta a vista d’occhio creando orde di facinorosi che litigano per delle sciocchezze e sono pronti e disposti a degenerare. Fino ad arrivare alla normalità di piccoli gesti quotidiani che vengono accettati ormai da tutti. A Mezzocammino ad esempio, quartiere recente, ci sono dei posteggi enormi vuoti e dei contesti di auto posteggiate fino sul marciapiedi o sulle rampe per andare al supermercato e di fronte a questo diventa normale anche prendere il posto ad un disabile per non fare dieci metri a piedi . Non resta che fare un plauso a chi come te sensibilizza questi argomenti

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