Amici in ospedale la notte prima dell’operazione

40182

Io e Roberto Petrucci siamo diventati amici in ospedale.

Forse più che amici, fratelli, Brothers in Arms. 

Almeno così mi piace pensare.

Siamo cresciuti nello stesso quartiere a Roma sud, ma non ci eravamo mai incontrati prima di allora. 

Anche oggi viviamo in città diverse.

E anche quando ci è capitata la nostra disavventura eravamo lontani. 

Non eravamo ricoverati nella stessa stanza. Stavamo in due ospedali diversi. In  due località diverse, distanti tra loro. 

Il nostro è un legame virtuale. Nato e cresciuto sul web.

Ci siamo presentati su Whatsup, grazie ad un’amica comune. 

Pur non essendoci mai visti in carne ed ossa, abbiamo condiviso cose che nemmeno con gli amici più datati avremmo mai immaginato. 

Abbiamo iniziato a scriverci con i telefonini dalle corsie ospedaliere e non abbiamo mai smesso. 

Entrambi ci eravamo ammalati. 

Una roba seria dal nome brutto che persino gli specialisti preferiscono chiamare, la malattia.

La diagnosi per me e Roberto era la stessa. L’intervento a cui ci avrebbero sottoposti, quasi uguale. Aveva un nome:  laringectomia. Asportazione della laringe, totale o parziale secondo la gravità.

Le conseguenze ci erano state spiegate dai medici.

Non avremmo più parlato. Almeno non più nel modo in cui lo avevamo fatto per tutti questi anni.

“Per fortuna lei scrive”, mi aveva detto uno dei dottori, per consolarmi.

Ma io come Roberto, oltre a scrivere, parlavo. Parlavo tanto per lavoro ma anche per il puro gusto della dialettica. 

Da ragazzino cantavo pure in Chiesa.

Entrambi avremmo perso una parte di noi, con cui eravamo nati e cresciuti … la voce. 

Con quel suono avevamo detto tante cose più o meno intelligenti, avevamo riso, cantato, pianto, urlato al mondo la nostra vita, fino a quel momento. 

Ora ce l’avrebbero tolta, quella voce, per salvarci la vita. 

Dire addio a questa vecchia amica è stata l’esperienza più dura e difficile. Lo sappiamo bene tutti e due. 

E avremmo passato giorni difficili, Sapevamo anche questo.

Addormentarsi in una sala operatoria. Risvegliarsi. Capire che gli strumenti che creavano quei suoni così familiari non c’erano più, non è facile da accettare anche a distanza di mesi dall’intervento.

Sensazioni contrastanti, difficili da spiegare. 

Duri da ricordare.

Ma il mio amico Roberto lo ha fatto, in una domenica piovosa di novembre. 

Con un post su Facebook mi ha fatto sentire quello che in quei giorni  avevo sentito anch’io e che avevo rimosso.

Un flash. Una porta che tornava ad aprirsi. 

E’ stato come essere lì con lui, perché, in fondo, c’ero anche io quel giorno. Il giorno che ci hanno operati.

“La notte prima dell’operazione – ricorda Roberto – non la smettevo più di andare al bagno. La notte prima dell’operazione il nanerottolo marchigiano che stava in camera con me non la smetteva più di russare.

Le luci azzurrine nelle camere mi sembravano quelle dei cimiteri”. 

“Mi sussurravo parole e racconti con la mia voce perché sapevo che non l’avrei più sentita”. 

“La notte prima della mia prima operazione, quella che mi avrebbe cambiato la vita ero solo, ma solo perché in camera non potevo portarmi nessuno. Fuori, in giro per strade e stanze e uffici e pensieri era tutto un via vai di gente ritrovata, di amici solidali, di coraggio sparato dai cannoni di visi sorridenti.

La notte prima dell’operazione mi guardavo intorno, sul comodino il libro che mi aveva regalato Davide, quello sullo Zen che ancora non ho letto.

Gli infermieri premurosi facevano capolino dalla porta.. ‘cerca di dormire, almeno un pò..’ 

“La notte prima dell’operazione – continua Roberto –  prima di essere sedato e perdermi, il cervello non smetteva più di rimandarmi immagini, la scuola, il lavoro, il mare e volti allegri, i miei bellissimi figli, mia moglie stanca, costernata, le sue occhiaie, il suo odio muto contro questa nuova sfortuna, contro questa vita difficile.

La notte prima dell’operazione è una notte infinita, le finestre rimandano buio e flebili luci di lampioni : è Agosto, la gente si prepara a partire per le ferie attese un anno, ma qui dentro non si sente profumo di mare.

Si sente odore di malanno; gli ultimi odori che ho sentito, il disinfettante, il sudore gentile delle infermiere, il profumo dei panni lavati in casa da Stefania che si irradia dal mio armadietto”.  Questo mi ha scritto Roberto. 

Io invece la notte prima, non me la ricordo; ma il giorno dell’intervento chi se lo dimentica. Rammento il viaggio verso la sala operatoria. 

Mia moglie che mi stringeva la mano. Gli infermieri che spingevano il letto fino all’ascensore e la discesa alle sale operatorie. Faceva freddo. 

Fa sempre freddo dove ti operano. Lo fanno per l’igiene.

Un bambino, molto piccolo, accanto a me, in attesa del suo turno piangeva. 

Poi l’ingresso nella sala. Le luci. L’anestesista simpatico, le sue battute.

La gola che mi faceva male. Il cervello che continuava a ripetere incessantemente: “Andrà tutto bene”. 

Io che cercavo di sorridere e facevo ok con la mano. 

La paura di non addormentarmi e di finire sveglio sotto i ferri. 

E quella di non svegliarmi più.

Poi il buio. Il sonno profondo. 

Ricordo di aver sognato dei bambini. 

Bambini bellissimi con gli occhi azzurri. 

Magari erano angeli venuti a farmi coraggio. 

Forse ho anche pianto. Ma nel sogno parlavo. Con la mia voce, quella di sempre. L’operazione era durata ore. 

Io non me n’ero neanche accorto. 

Al risveglio la mia voce, la mia vecchia amica, non c’era più.

In stanza c’era un altro paziente, operato come me. 

Un bel signore con gli occhi azzurri, come un vecchio attore americano. 

Ci eravamo salutati prima di scendere in sala. 

Ora era steso accanto a me. In silenzio. 

Però eravamo vivi.

Lui era uno dei tanti compagni di viaggio che avrebbero condiviso per mesi le mie giornate dure, di faticosa e dolorosa convalescenza. 

L’altro era Roberto. Con i suoi messaggi, gli aggiornamenti, i consigli, le raccomandazioni a tenere duro e a farci forza.

Ora io e lui siamo tornati a casa. Stiamo meglio. 

Non è tutto rosa e fiori ma andiamo avanti.

Lottiamo per riprenderci e torneremo a parlare oltre che a scrivere.

Questa è una certezza.

Abbiamo vicino donne fantastiche che combattono con noi.

La famiglia, i figli, tanti amici veri. 

E abbiamo voglia di vivere. Tanta.

Dovrebbe esserci una legge che obbliga tutti quelli che si ammalano ad avere un simile kit di sopravvivenza. Come una polizza assicurativa.

Nella sfortuna di quello che ci è capitato siamo fortunati.

La vita ci ha offerto una seconda possibilità.

Del tempo in più, non sappiamo quanto ma  chi lo sa veramente ?

E nel caso mio e di Roberto, ci ha fatti incontrare.  

La vita, con le sue vicissitudini, ci  ha reso fratelli.

Brothers in arms, come quelli della canzone dei Dire Straits, i paracadutisti in guerra della serie tv, i guerrieri dell’Enrico V di Shakespeare, come quegli uomini che soffrendo insieme si sono scoperti, trovati e sostenuti in questo viaggio pieno di cose chiamato vita. 

Claudio Razeto

Tempo di lettura: 1’30”

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.