Lontano nello spazio in un eterno esistere

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di Gaetano Buompane

Più si guarda lontano nello spazio, più è possibile guardare lontano nel passato. Ad esempio, se il sole si spegnesse adesso, come si spegne la luce di una lampadina uscendo da una stanza, farebbe buio solo dopo circa dieci minuti.

La luce ha una velocità finita, poco meno di 300 km al secondo, questo significa che ogni immagine che vediamo, anche quella più vicina a noi, proviene dal passato.

La luce di una supernova distante 160.000 anni luce e osservabile in questo momento, in realtà si è sprigionata da una esplosione cosmica avvenuta quando l’homo sapiens iniziava la sua esistenza sulla terra.

Se puntassimo lo sguardo su galassie lontane miliardi di anni luce non saremmo nemmeno in grado di dire se esistano ancora.

Una relazione spazio/tempo valida anche osservando da lontano il nostro sistema solare.

Un essere vivente di una galassia lontana potrebbe star osservando in questo momento il nostro pianeta quando ancora era il regno dei dinosauri.

Teoricamente esiste un punto nell’Universo, o meglio una gigantesca sfera di punti equidistanti dalla superficie terrestre, da cui sarebbe possibile vedere l’immagine della Terra il giorno esatto della nostra nascita. Con mezzi sufficientemente potenti qualcuno che si trovasse lì potrebbe ingrandire l’immagine fino a scorgerci mentre facciamo i primi passi in giardino o tiriamo i primi calci al pallone.

L’immagine dell’esistenza di ognuno di noi rivive in un dato punto dello spazio e si ripete quanto più ci allontaniamo da essa.

Se fosse questo il senso della vita, l’immensa profondità dell’Universo non sarebbe più imperscrutabile come sembra e anche il perdersi guardando il firmamento alla ricerca di una spiegazione assumerebbe finalmente un significato preciso. Non la ricerca di un Dio supremo, quanto dell’infinita immagine di noi stessi, la prova indelebile della nostra esistenza.

L’universo come parte di un tutto in cui la memoria si conserva e si rinnova al di là della vita e della morte.

Quando si osserva il corpo di un uomo che prima era vivo, pur essendo razionalmente coscienti della sua fragilità, si rimane comunque scioccamente increduli, fragili a nostra volta.

La percezione dell’inesistenza dell’invincibilità della materia, della carne, comincia proprio col dolore generato dal ricordo e dalla certezza che più ci allontaneremo dalla perdita e più quel ricordo sbiadirà. Il tempo che cura tutte le ferite.

Occorrerebbe, invece, allontanarci velocemente nello spazio per poter rigenerare l’immagine, per avere almeno la reale percezione di essere parte del tutto in un eterno esistere.

Il Sofà è una rubrica settimanale.
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Foto fa Pixabay