Il sorriso mascherato

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di Gaetano Buompane

Devo confidarvi una cosa, ma promettete di non dirlo a nessuno. Temo di aver perso la capacità di sorridere. Già. Sono giorni che faccio prove allo specchio, che penso a situazioni che dovrebbero farmi sorridere, ma niente, al massimo esce fuori un ghigno distorto, un aborto di sorriso che sembra più che altro una smorfia.

Preso dal panico, di nascosto, mi sono sparato centinaia di selfie, per cercare di catturare almeno in uno scatto un’espressione sorridente. Macché.

L’unico modo per far sparire quel velo di preoccupazione che sembra ormai tatuato sulla mia faccia è quello di mettermi di tre quarti, controluce, digrignare i denti e allargare le labbra stirando al massimo i muscoli zigomatici.

Ho iniziato a fare anche un po’ di ginnastica facciale, credendo che il problema fosse imputabile ad un generale irrigidimento del corpo, ma sono solo riuscito a tonificare i muscoli e ridurre un poco le rughe di espressione.

È buffo perché ridere, anche di gusto, lo so ancora fare. In genere sono i bambini che riescono a strapparmi una risata. Ma sorridere, proprio non mi viene.

In genere mi capitava spesso, come tutti immagino, all’improvviso, pensando ad una cosa piacevole, oppure incrociando lo sguardo di qualcuno per strada, che fosse una persona conosciuta o un perfetto estraneo.

Era semplice e spontaneo, i lati della bocca si alzavano, spuntava fuori un po’ di bianco dei denti e un calore piacevole si espandeva per tutto il corpo giusto il tempo per farmi sentire il cuore battere nel petto.

Quel sorriso accompagnava per un po’ un pensiero felice che poi si depositava nella memoria come un foglio di carta che plana cadendo sul pavimento.

Adesso sono sempre serio – mi hanno fatto notare in casa – e quando credo di stare sorridendo in realtà mi si dipinge sulla faccia un’espressione di disapprovazione.

Potete bene capire quanto questo abbia creato non pochi fraintendimenti in famiglia, tanto che è scattato il campanello di allarme e così, chiuso nel bagno, ho iniziato a fare estenuanti prove allo specchio.

Per adesso sto cercando di dissimulare la mia incapacità di dimostrare empatia digrignando i denti e allargando le labbra, come nei selfie. Ma non so quanto questa finzione possa reggere, soprattutto con i miei figli che cercano costantemente il mio compiacimento e hanno già iniziato a notare qualcosa di strano.

Fuori di casa è più facile, perché indosso sempre la mascherina, anche se all’aperto è consentito toglierla. Ma quando qualcuno intuisce la vera espressione che nascondo sotto la maschera, invento una scusa e filo via. Perché quando si sorride veramente gli occhi si illuminano mentre i miei sono sempre opachi e la gente ha iniziato ad insospettirsi.

Qualcuno si è addirittura convinto che io sia diventato un asociale, un misantropo, che provi schifo per l’intero genere umano e che non riesca più a sentire compassione per gli altri.

Il che è anche un po’ vero ma non a livelli così assoluti e definitivi. Io me lo ricordo benissimo cosa fosse sorridere, lo sapevo fare con sincerità, non è colpa mia se mi sono scordato come si fa.

Ho cercato dei gruppi di auto-aiuto, dei corsi di riabilitazione al sorriso, ma non so se sono ancora pronto ad assumere il mio problema.

In realtà spero ancora di riuscire a ritrovare da solo almeno un motivo per tornare a sorridere.

Il Sofà è una rubrica settimanale.
Ogni lunedì, se ti va, ci sediamo comodi per una nuova chiacchierata.

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Foto fa Pixabay