Anora di Sean Baker è la Palma d’Oro della settantasettesima edizione del Festival di Cannes

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di Fabio Bandiera

Con un verdetto a sorpresa della Giuria presieduta da Greta Gerwig, che ha ribaltato tutti i pronostici della vigilia, Anora dello statunitense Sean Baker è il film il vincitore della settantasettesima edizione del Festival di Cannes.

Un’edizione del Festival di Cannes ricchissima con  un’offerta variegata e trasversale, sia a livello geografico che tematico, che ha visto il clamoroso ritorno in concorso Francis Ford Coppola e la standing ovation per la Palma d’Oro alla carriera di George Lucas.

 

 

Bilancio agrodolce per gli Italiani rappresentati dal solo Paolo Sorrentino, rimasto a mani vuote, con il suo Parthenope nella competizione ufficiale, e dal premiato Roberto Minervini nella sezione Un Certain Regard, che è riuscito ad aggiudicarsi il premio per la miglior regia.

Bilancio qualitativamente positivo per la massima espressione festivaliera mondiale, alle prese con la continua e radicale mutazione del prodotto cinema alle prese con le sue fisiologiche esigenze di rinnovamento tecnologico offerto da nuovi strumenti e piattaforme.

Un po’ come il Festival di Sanremo, alle prese tra autori e registi considerati mostri sacri e il nuovo che avanza, Cannes conserva intatta quella patina old-fashioned in bilico tra passato, presente e futuro.

Tra red carpet e gli irrinunciabili gossip la Croisette conserva ancora il fascino antico del glamour che fu, una boccata di ossigeno per il grande schermo che vive dal Covid un momento complesso e difficilmente risolvibile in assenza di pellicole che richiamino il pubblico in sala………..

AND THE WINNER ARE…………..

Dopo l’unanime consenso della scorsa annata che aveva celebrato Anatomia di una Caduta come l’indiscutibile film sovrano del Festival, quest’anno la Palma d’Oro è stata assegnata, con più difficoltà, ad una pellicola che affonda le sue radici sulla deriva di un presente fuori controllo tra proiezione e realtà.

Il cinquantatreenne regista Sean Baker ci regala una sceneggiatura in cui il sogno, come spesso accade nella sue storie, si infrange su una realtà spesso dolorosa dalla quale è difficile risvegliarsi indenni.

Anora, la protagonista, è una triste Cenerentola che crede di aver  trovato il suo principe azzurro nel capriccioso Ivan, figlio di un oligarca russo invaghitisi morbosamente di lei.

Un’apparente love story tragica in cui l’ex spogliarellista Anora sarà trascinata fino alle estreme conseguenze in un finale delirante ambientato tutto in una magnifica e dolorosa notte.

Il secondo ambitissimo premio, il Grand Prix, se lo è aggiudicato All we Imagine as Light dell’indiana di Payal Kapadia, pellicola data tra le papabili per la vittoria che ha segnato dopo trent’anni il ritorno di un film indiano in concorso.

Un racconto ambientato nelle strade di Mumbai che vede protagoniste due donne, Praba e Anu che condividono lo stesso lavoro da infermiere e lo stesso tetto, due facce speculari di un Paese, l’India, in continua frenetica e mutazione.

Destini incrociati, ma indissolubilmente legati alle stesse passioni e desideri, l’amore nelle sue più molteplici forme e manifestazioni.

Un racconto poetico, spontaneo e autentico e una riflessione sociologica sull’India contemporanea, una grande prova di maturità per una regista, al suo quarto lungometraggio, che non ha paura di osare affrontando con nostalgia e leggerezza tematiche tortuose e strettamente attuali.

ALTRI PREMI……L’ESULE IRANIANO……I DANNATI DI MINERVINI…………

Tra i film che di sicuro hanno lasciato il segno c’è The Seed of the Sacred Fig, a cui è stato assegnato il Premio Speciale, del regista iraniano Mohammad Rasoulof, esule in patria e fermo oppositore dell’oppressione del regime.

Scappato clandestinamente dall’Iran, nonostante una condanna ad otto anni di reclusione, Rasoulof ha ritirato il suo premio dopo una standing ovation di oltre venti minuti.

Un film ineccepibile, meritevole anch’esso del massimo riconoscimento, che vede il protagonista Iman un investigatore alle prese con una promozione presso il Tribunale.

Un prezzo da pagare e un dilemma esistenziale, una responsabilità che graverà inesorabilmente anche nella sua famiglia, sua moglie e le sue due figlie, che saranno chiamate in causa nel mettere in discussione sia il rispetto verso il capofamiglia che la loro sicurezza personale, vittime anch’esse delle ingiustizie di un sistema costretto a fare i conti con una becera teocrazia.

Discorso completamente diverso quello dei Dannati di Roberto Minervini,

un regista a suo agio tra le faglie della contro-cultura americana, qui alle prese per la prima volta con la fiction senza alcun afflato documentaristico.

Un viaggio che a partire dal 1862 attraversa la frontiera a stelle e strisce, un’ambientazione primordiale durante la Guerra Civile dove è sottile il confine tra gli uomini “dannati” e le bestie, in un’attesa beckettiana tra agguati in profondità di campo e un nemico spesso invisibile.

Un realismo impeccabile, una macchina da presa che pedina in primo piano i personaggi e una contemplazione oscura e solenne di un paesaggio di frontiera, un lavoro registico eccellente a cui la giuria presieduta da Xavier Dolan ha dato il giusto e strameritato riconoscimento………

PAOLO…….GEROGE AND FRANCIS………….

C’era grande attesa per il nuovo lavoro di Paolo Sorrentino che ha presentato Parthenope ottenendo, alla presentazione in sala, oltre nove minuti di applausi.

Un autore geniale e spiazzante, a tratti divisivo, ma mai banale il regista partenopeo torna nella sua  Napoli per raccontarci col suo stile eclettico e i suoi dialoghi a effetto la nascita dal mare, nel 1950, di una creatura mitologica che da il titolo alla sua pellicola.

Napoli e Parthenope vivono una vera e propria osmosi, si fondono e confondono in un unicum tra amore e odio, abbracci e abbandoni e quel lato grottesco ed eccessivo “tipico Sorrentino” che anche stavolta fellineggia  entrando in quella dimensione onirica carica di innocenza e meraviglia. Un cinema senza mezzi termini in cui tutto è apparentemente perduto nella ricerca costante dell’assoluto, che ama perdersi e farci perdere tra le onde del mare del golfo e le pendici austere del vulcano.

Un altro dei grandi eventi attesi da tutto il mondo cinefilo era senz’altro la Palma d’Oro onoraria al regista e inventore di Guerre Stellari, sua maestà George Lucas.

Una standing ovation di oltre dieci minuti che lo ha lasciato, nell’incontro avuto col pubblico, incredulo e nostalgico, ma onorato allo stesso tempo di ritirare un premio alla carriera così ambito.

Lucas ha ricostruito tutta la sua storia, dagli inizi incerti e troppo audaci spinti da un grande passione che lo portarono a precorrere i tempi tra una borsa di studio e l’altra.

Poi l’incontro decisivo con Coppola, che ha avuto l’onore di consegnargli il premio, che in un momento di impasse lo ha instradato verso la commedia suggerendogli di girare American Graffiti, grandi incassi al botteghino e la Universal che segue il suo istinto creativo avallando la nascita di Star Wars.

Il resto è storia, non esiste al mondo una saga di tale portata che resiste al passare degli anni rinnovandosi senza soluzione di continuità, un mondo fatto di storie e personaggi inscalfibili e indelebili che ci accompagnano da oltre quarant’anni.

Anche il ritorno al cinema, in concorso, di Francis Ford Coppola era uno degli eventi clou di questa edizione.

L’ottantacinquenne regista italo-americano non ha deluso le aspettative con Megalopolis, sua ultima e avveniristica creatura, un film impossibile da etichettare o inscatolare in un determinato genere.

Un’opera  permeata da passioni e pulsioni, un’intricata scatola cinese complessa e di difficile metabolizzazione in cui c’è da un lato po’ tutto il coraggio di osare del Coppola che fu, ma anche l’audacia di proiettarsi verso nuove ed ignote dimensioni.

Un esperimento a tratti sconsiderato, ma girato con quella immancabile dose di incoscienza che fanno del Maestro del Padrino ed Apocalypse Now uno dei mostri sacri assoluti del cinematografia mondiale.

Questi sono alcuni degli spunti di riflessione che questa enorme macchina organizzativa, chiamata Cannes.

Il Festival ha regalato agli appassionati di questa meravigliosa arte che è il cinema che ha sempre più bisogno di eventi di una tale portata per riconoscersi e non perdere per strada la propria orgogliosa identità.

Fabio Bandiera

Tempo di Lettura 4’00”

https://www.festival-cannes.com/en/

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