Brexit: una confusione ben orchestrata

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Brexit: Scenari e sviluppi imprevedibili di una Nazione sospesa tra integrazione e pulsioni coloniali mai sopite. Ultima frontiera? Chissà.

Cosa si intende con il termine BREXIT:

Da dove cominciare? Forse spiegando a quei pochi che ancora non ne sono informati il significato di BREXIT: derivato dalla crasi di BRitain (Gran Bretagna) ed EXit (Uscita).

Indica il processo di uscita del Regno Unito dal Mercato Unico Europeo, con implicazioni socio-economiche di una magnitudo ancora non quantificabile.

Due numeri possano aiutare a comprendere la posta in gioco:

  • Attualmente il Regno Unito è il secondo contributore netto europeo con 17.8 miliardi di sterline (al cambio immediatamente precedente il referendum indetto in materia, si parlava di 13 miliardi e mezzo di euro).
    E’ il doppio del budget annuale conteggiato dal Ministero delle Finanze Britannico.
  • Il secondo numero riguarda la riduzione del bilancio europeo a partire dal 2020 come conseguenza della BREXIT, pari a 10 miliardi di euro.
    In altre parole in futuro i ventisette stati membri vedranno ridursi i fondi a cui accedere per le loro politiche di sviluppo di una somma tutt’altro che trascendentale.

Non stupisce allora che la Regina Elisabetta II, in un colloquio con i maggiorenti politici avvenuto a metà 2016 abbia chiesto ai presenti “tre buoni motivi per rimanere nel mercato comune europeo”.

Circostanza non confermata come da prassi da Buckingham Palace, ma riportata dal biografo ufficiale della monarca britannica, Robert Lacey.

Proviamo allora a rispondere noi a questa domanda, senza la pretesa di essere esaustivi, e per completezza di informazione vediamo anche quali motivi dovrebbero invece giustificare la BREXIT.

BREXIT, perché sì:

Limitazioni al commercio mondiale:

Come membro del Mercato Europeo Comune (MEC) il Regno Unito non può stipulare in autonomia accordi di libero mercato al di fuori dell’ambito Europeo.

Ad esempio, se in sede comunitaria si è stabilito di introdurre dazi doganali su merci provenienti da India, Australia o Canada, le merci britanniche importate in questi Paesi saranno ugualmente soggette a tassazione doganale, rendendole pertanto meno competitive.

Sempre più costoso rimanere nel MEC:

La contribuzione netta britannica beneficiava in passato di alcuni “detrazioni”, ottenute nel 1984 da Margareth Thatcher che rendevano la bolletta europea un po’ meno salata.

Tali sconti sono stati ridotti nel 2005, a causa del costo di dodici nuove nazioni che nel frattempo sono entrate nel Mercato Unico.

Immigrazione non qualificata e fuori controllo:

Questo il tema che per molti sudditi di Sua Maestà ha probabilmente avuto il maggior peso nell’urna refendaria: le politiche di austerità praticate nell’ultimo decennio nel vecchio continente hanno contribuito alla contrazione delle opportunità lavorative in molti Stati del Sud e dell’ Est Europa.

Ciò ha originato una massa critica di immigrati che si sono riversati nell’isola britannica, provocando – secondo alcuni commentatori locali – dumping salariale, problemi di integrazione, con la creazione di sobborghi ed enclavi con un forte disagio sociale, accesso selvaggio al sistema del welfare inglese, con elargizione spesso incontrollata di sussidi.

D’altra parte non mancano le motivazioni che spingerebbero verso la permanenza nel MEC:

BREXIT, perché no:

Commercio mondiale:

Nonostante Il Regno Unito goda di rapporti privilegiati con le 53 nazioni appartenenti al Commonwealth, non è detto che accordi di libero scambio con queste ed altri nazioni mondiali possa controbilanciare l’introduzione dei dazi doganali europei conseguenti all’uscita dal mercato unico (ancora non quantificati, ma l’aliquota più probabile sarebbe del 10%, non proprio bazzecole!)

Costi per rimanere nel MEC:

Nella City di Londra e nella nuova cittadella finanziaria di Canary Wharf, sono presenti tutte le maggiori Banche di Investimento e le Istituzioni finanziarie mondiali.

In caso di uscita dal mercato unico, esse dovranno necessariamente delocalizzare in tutto o in parte i propri uffici per poter continuare ad avere rappoti privilegiati con il mercato europeo: ciò inevitabilmente porterà a contaccolpi occupazionali e finanziari di vasta scala.

Immigrazione:

Molti expat che hanno fatto ingresso in Gran Bretagna sono stati impiegati in settori in cui gli inglesi in genere rifiutano di impiegarsi: pensiamo a tutte le catene di ristoranti, fast food, supermercati, hard discount, grandi magazzini: se nel marzo del 2019 dovesse essere chiesto a costoro di far ritorno nelle loro nazioni di origine, interi settori merceologici rimarrebbero senza forza lavoro.

Quello che ad oggi è certo è la svalutazione della moneta britannica:

Il cambio è passato da 0.75 penny per euro a circa 0.91, perdendo in pochi mesi quasi il 25% del proprio valore; alcuni analisti prevedono il raggiungimento della parità tra le due valute entro la fine dell’anno.

Ancora una volta ciò può avere una doppia lettura: una sterlina debole ha incrementato significamente il turismo europeo nelle scorse settimane e certamente piccoli e medi investitori stranieri guarderanno con occhio attento opportinità di business in UK.

D’altra parte un moneta debole ha causato l’aumento di tutte le merci importate, dai beni di lusso a quelli di largo consumo, provocando un aumento dell’inflazione stimata al 2.7% che ha impattato in misura maggiore sulle classi meno abbienti.

Un altro aspetto “collaterale” è l’insorgere di episodi di razzismo strisciante che era rimasto sopito fino al giorno del Referendum pro-BREXIT: sul muro perimetrale dell’Istituto di Cultura Polacca a Chiswick è apparsa una inquietante scritta che non ha bisogno di spiegazioni, “GO HOME”. Molti immigrati, che avevano cominciato a percepire il Regno Unito come una seconda patria, sentirsi integrati ed accettati, cominciano ora a porsi delle domande. Ed alcuni di essi a preparare i bagagli.

Come si vede uno scenario assai complesso, alimentato da giornaliere indiscrezioni a volte rassicuranti a volte preoccupanti sullo sviluppo dei negoziati. Incertezza cui contribuisce l’attuale classe dirigente britannica, secondo chi scrive tra le più ondivaghe, meno preparate e più pasticcione che questo Paese abbia avuto da molti anni a questa parte. Quindi che Dio salvi la Regina. E possibilmente i suoi sudditi, britannici, europei, extracomunitari. Naturalizzati o meno.

Alex F. Romeo

Tempo di lettura 1’10”

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