Emergenza coronavirus: Gli inutili rischi dei runner

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di Claudio Razeto 

Emergenza coronavirus:

“Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato“

Haruki Murakami, dal libro Kafka sulla spiaggia

In balia di una tempesta l’istinto ci dice solo una cosa: sopravvivere.

Ma quando poi il pericolo è passato la tentazione più grande sarà dimenticare le difficoltà appena passate e andare avanti.

Ma, come scrive Haruki Murakami, usciti vivo da quel vento, non saremo mai più gli stessi.

Mai più.

Nella crisi che stiamo vivendo, sta emergendo di tutto.

Il meglio ma anche il peggio di noi.

Grandi generosità e grandi egoismi.

La grettezza di alcuni e il coraggio estremo di altri.

Emergenza coronavirus:: Un esempio in positivo?

I medici, che hanno risposto in tanti all’appello del Governo.

Nel servivano 300 per l’emergenza nel nord Italia.

Hanno risposto in molti di più, pur sapendo quanto sarà difficile e rischiosa la loro missione.

http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2020/03/21/coronavirus-castelli-nuove-risorse-dal-governo-alle-imprese_9f7df304-a19d-4fc8-bca8-d20bd8be192a.html

In strutture dove mancano mascherine, tute e protezioni, stanno lavorando allo stremo per guarire più persone possibile, in reparti di terapia intensiva strapieni per il COVID, ma anche curare i pazienti ricoverati per altre malattie.

Un comportamento che sta mostrando il volto migliore del nostro paese.

In alcuni casi facendo anche delle vittime visto che ad oggi ci sono medici positivi al virus, ricoverati e persino deceduti. Come in una guerra.

Meno “generoso” l’atteggiamento di altri che, senza rischiare la vita in ospedale, sembrano fare fatica a vivere le conseguenze di questa epidemia.

Cercando di sottrarsi -per quanto si può – al sacrificio che tocca tutti.

Emergenza coronavirus: Siamo in pandemia. Ormai la linea italiana è chiara. 

La chiusura delle scuole, delle attività, delle aziende con la concessione in molti casi dello smartworking (il lavoro da casa), e l’isolamento.

L’obiettivo è far passare il picco con la quarantena più assoluta e uscire prima possibile dall’emergenza, come hanno fatto in Cina.

L’hashtag, #iorestoacasa, non è solo una è parola. 

E’ uno status che ci costringe chiusi dentro casa nostra, senza poter vedere gli amici, parte della famiglia, andare al ristorante, fare una gita, andare in palestra, persino una passeggiata.

Limitare i nostri spostamenti alla spesa – quella indispensabile – alla farmacia, con le dovute precauzioni (guanti, mascherine e quant’altro) portare il cane a spasso.

Finora le autorità, in alcuni Comuni, hanno concesso di poter fare un po’ di moto, confidando nel buon senso delle persone.

Tutto questo è fondamentale. Bisogna evitare al massimo i contatti.

Serve ad isolare un virus che al momento non ha cure.

Serve a salvare vite. Anche la propria.

C’è chi ha sofferto di peggio in passato. I nostri anziani in tempo di guerra, che dei rifugi antiaerei hanno un ricordo ben più drammatico.

In questi giorni c’è chi sta soffrendo più di noi, che siamo semplicemente costretti a casa, come i malati ricoverati, i sanitari impegnati negli ospedali, gli addetti al 118, e tutti quelli che i questa quarantena devono comunque lavorare mettendo a rischio la propria salute.

Una cosa è certa. In questo momento, in assenza di un vaccino – che forse arriverà tra qualche mese – e di cure, bisogna evitare di andare in ospedale per motivi diversi dalle emergenze, dagli interventi non procrastinabili o dal Covid19.

Fosse solo per una storta, una frattura o una ferita.

Anche per non intasare i reparti e gravare sul personale, che in alcune località è al limite.

Emergenza coronavirus: Non è un concetto difficile da capire.

Eppure non è così per tutti.

In questo contesto il dibattito sui “runner” emerge per la sua particolare assurdità.

Un tema surreale che sta già scatenando sui social i soliti dibattiti tra “favorevoli” e “contrari”. Tra integralisti della corsa e supporter della clausura casalinga.

http://www.ansa.it/lombardia/notizie/2020/03/15/coronavirus-a-milano-troppi-runner-anche-ferragni-segnala_f3afee39-224f-4cd4-91e5-cc927d4fadf1.html

Un dibattito che sta facendo infuriare sindaci e amministratori locali, facendo scendere per posti di blocchi e controlli, nelle strade, vigili, polizia, carabinieri e forse, a breve, l’Esercito che finirà per chiuderci davvero tutti dentro casa.

A Roma, Milano ma persino nelle pinete e sulle spiagge.

Il tutto causa di uomini e donne, tanti purtroppo (di età varia non solo giovani ma anche adulti e “vaccinati”) che non riescono a seguire con rigore le regole, rinunciando alla corsetta, da soli o addirittura in gruppo.

Per la loro salute fisica – per alcuni addirittura mentale – dicono, difendendo il loro diritto di praticare sport, ma anche per quell’italico senso anarchico di non riuscire a “subire”, regole imposte.

Un anticonformismo militante che, in questa difficile situazione, rasenta l’incoscienza.

Questo quando si dovrebbero applicare alla lettera quelle norme di prudenza che oggi ci vorrebbero tutti chiusi in casa, ad aspettare che, come uno tsunami, passi l’onda del picco influenzale del Coronavirus ed il pericolo.

Tutti in casa, non solo per evitare di diffondere eventualmente il contagio ma persino per il bene di questi stessi “sportivi” impenitenti.

Tutto qui!

Perché la gente sta morendo. Muore. E bisogna evitare che ci siano altre vittime, altri contagi, con ogni mezzo e con tutte le rinunce necessarie.

Emergenza coronavirus: Forse all’inizio il messaggio non è stato sufficientemente chiaro. 

Dapprincipio, l’idea delle vittime “mature” del virus, ha forse dato l’idea, ai meno “maturi” e più in forma, di non correre grandi rischi.

I morti di Coronavirus?

Anziani, già colpiti da patologie e ai quali di Covid19 aveva dato solo il colpo di grazia.

Un ragionamento cinico ma comprensibile, al di là della pena per questi povere vittime della malattia.

Chi è giovane e comunque sano, ha probabilmente creduto di essere al sicuro.

Poi però il CoronaVIrus Disease 19(malattia respiratoria acuta da SARS-CoV-2, (Severe acute respiratory syndrome coronavirus), ha iniziato ad infettare e persino uccidere anche persone più giovani che stavano bene.

Nonostante quello che pensa la maggioranza delle persone, negli ospedali, i virus ci sono sempre stati.

Essere ricoverati espone da sempre, anche ad altre malattie che possono essere legate all’igiene ma anche allo stato di debilitazione dei ricoverati.

I nosocomi non sono resort ed espongono a molte malattie indotte dall’ambiente.

Una, per esempio, è l’infezione dell’accesso venoso o agocannula, che può degenerare con drammatica facilità in polmonite.

Se non viene pulita con frequenza quella che noi chiamiamo generalmente “flebo”, può creare parecchi problemi.

Basta trattare un paziente senza guanti, o che una persona ricoverata non lavi spesso le mani o curi la propria pulizia.

Le infezioni ospedaliere – non da oggi – vengono considerate la complicanza più frequente e grave tra gli ammalati.

Si chiamano ICA, infezioni correlate all’assistenza sanitaria e sociosanitaria è c’erano anche prima dell’emergenza.

L’uso massiccio di antibiotici ha creato, inoltre, ceppi batterici sempre più resistenti, altro elemento di rischio cresciuto esponenzialmente in questi anni.

Creando altre fonti di rischio per chi si ammala, da ricoverato.

Si entra in ospedale perché già colpiti da una malattia.

Ci si cura per quella patologia che può essere più o meno grave – da un’ernia inguinale a un tumore – ma poi si rischia di ammalarsi di “altro”, anche se il male originario è stato debellato o rallentato.

Le polmoniti sono da sempre una di queste criticità, motivo per il quale vaccinarsi è da sempre consigliato a immuno-depressi e affetti da patologie croniche.

L’ospedale può diventare luogo di contagio e purtroppo, nei casi più gravi, anche la ragione del decesso.

Il fatto di essere più “sensibili” ad un fattore virale dipende chiaramente dalle condizioni generali del paziente dalla sua età, dalla presenza di immunodeficienze, o di malattie come il diabete, dall’essere cardiopatico, anemico o avere insufficienze renali. Ma anche chi è soggetto a traumi o ustioni. Per non parlare di chi è sottoposto a trapianti d’organo.

Oltre alla polmonite ci sono altri virus ospedalieri con forte resistenza agli antibiotici come lo Staphylococcus aureusKlebsiella pneumoniae, l’Escherichia coli,

il Proteus mirabilisEnterobacter e Citrobacter freundii,

Pseudomonas aeruginosaAcinetobacter e Stenotrophomonas maltophilia. 

Persino la tubercolosi.

La trasmissione di questi virus può avvenire in maniere diverse e più ampia del Coronaviris. In particolare tramite contatto:

  • delle mani
  • goccioline con tosse e starnuti
  • con endoscopi o strumenti chirurgici
  • trasmissione attraverso cibo, sangue, liquidi di infusione, disinfettanti
  • per via aerea, attraverso microrganismi nell’aria.

Per queste malattie il problema esisteva anche prima di questa drammatica emergenza. Spesso costringendo alla chiusura e all’isolamento, per la sanificazione, di interi reparti ospedalieri.

Oggi il Coronavirus, Covid19, ha reso questa situazione ancora più drammatica perché per questo virus, attualmente, non c’è cura.

I modi di trasmissione non sono così vari ma iol mantenimento della distanza è fondamentale.

La “corsetta”, ad oggi – ma non si sa per quanto – permessa nei pressi della propria abitazione, forse andrebbe evitata.

Per buon senso, se non per obbligo di legge.

A parte i casi in cui, come è capitato, la seduta di jogging si è trasformata in “assembramento” non autorizzato, sarebbe il caso di evirare rischi e dare il buon esempio.

Adeguarsi alle regole come tutti e non dare a nessuno la scusa per “trasgredire” inutilmente.

Ma anche per evitare anche solo la più remota possibilità di contagiare altri o solo farsi male e finire, da un lato in ospedale occupando pure una lettiga di pronto soccorso e l’intervento di un sanitario, dall’altro – per sé stessi – di finire in un ambiente fortemente “sconsigliato” e da evitare più che si può.

In qualsiasi circostanza, ma ancora di più in tempo di Emergenza coronavirus.

Claudio Razeto

Tempo di lettura: 2’45”:

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