Il piacere di leggere: cos’è cambiato?

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​di Claudio Razeto

Chiudono le librerie ma leggiamo sempre di più

 

“Le biblioteche mi fanno malinconia e terrore: mi sembrano vaste necropoli dei più illustri matti del mondo. E più sono grandi, più mi si stringe il cuore di affanno e di pietà per quegli infelici che pretendono di sapere tutto. E forse non sanno nemmeno quali vizi abbiano i loro figli, né che diavolo faccia in casa la moglie, né di quali mezzi vivranno l’anno prossimo, né quanto dicano male di loro i più cari amici. (…) Non capirò mai come la società non provveda di quando in quando a fare sterminatissime depurazioni, cioè distruzioni di libri nocivi. (…) intendo nocivi tutti i libri inutili. (…) Io proporrei che tutti i Governi del mondo si unissero in una lega, e proibissero la stampa per 100 anni. In questo modo mi pare che respireremmo un poco (…)”, Giovanni Rajberti, Il Viaggio di un ignorante

 

Così scriveva nel 1857 Giovanni Lodovico Alfonso Rajberti (1805-1861), chirurgo, scrittore e poeta.

E aggiungeva:

“Cara dolce ignoranza! A forza di possederti, o di essere posseduto da te (…) credo di aver trovato la tua definizione:

“Tu sei la verginità della mente”. 

 

Ho pensato a questo autore pochi giorni fa, mentre guardavo lo smantellamento di una libreria, quella del quartiere in cui vivo, che si appresta a chiudere nei prossimi giorni. 

 

I libri accatastati, le mensole smontate, gli operai che portavano via sacchi pieni di volumi, rese, invenduti che non avendo trovato un lettore o un proprietario, finiranno in chissà quale macero a testimonianza della crisi dell’editoria e della crisi economica che fa chiudere tanti negozi invece di aprirne. 

 

“Colpa di internet”, potrà commentare qualcuno, “colpa degli italiani che non leggono”, colpa della beata ignoranza che domina il campo, in questa nostra società ormai incollata agli smartphone e sempre meno avvezza ai libri, oggetti già per molti da catalogare nel ciarpame inutile o al massimo nell’antiquariato. 

 

Quando qualcuno muore, soprattutto della generazione precedente alla mia, queste librerie ereditate, piene di volumi accatastati, vengono spesso cedute agli “svuota cantine” per finire sulle bancarelle dei mercatini. 

 

Se non direttamente, evento per me doloroso quanto la dipartita di un caro amico, nel bidone della spazzatura, nella categoria differenziata di “carta e cartone”. 

 

Eppure, dall’avvento di internet, si può dire che non si è mai letto tanto. 

 

Se ci atteniamo a quello che digeriamo quotidianamente tra

  • email,
  • sms,
  • post,
  • pagine web,
  • ebook e via dicendo,

mettendo in fondo alla graduatoria

  • quotidiani,
  • magazine cartacei,
  • libri,
  • enciclopedie e volumi vari,

si stima che ognuno di noi “brucia”, leggendole, decine di migliaia di caratteri e battute quotidianamente.

Dei veri record rispetto a un passato in cui c’era gente che al massimo, nel corso della giornata, leggeva solo il cartello della stazione dove scendeva nel viaggio in metropolitana o sul tram, da casa al lavoro. 

 

Magari i più assidui erano i consumatori di quotidiani sportivi al bar o quelli che in autobus “sbirciavano” il giornale del vicino, scroccando – tanto da urtare persino i nervi della vittima – il consumo di qualche titolo da prima pagina. 

 

Oggi, volendo, si può dare un’occhiata, con il semplice gesto di sfiorare lo schermo del telefono mobile, all’edizione locale della Gazzetta di Camberra come alla prima pagina del quotidiano nazionale on line o altre migliaia, ma che dico milioni di testate, edizioni pubblicate su internet.

 

Poi c’è la lettura “privata” dai social media, di una massa impressionante di comunicazioni, parole più o meno sensate, lettere che hanno reso i nostri tempi tra i più letti della storia umana.

 

Peccato che questi numeri non finiscano nei cosiddetti “indici di lettura” effettivi, misurati solo sui dati di vendita degli oggetti editoriali prodotti.

 

Si perché se così fosse verrebbe fuori che anche noi italiani, tanto vituperati dal punto di vista culturale, siamo diventati non solo grandi lettori, ma anche grandi scrittori.

 

Se non di libri, di sms.

 

Anzi si potrebbe dire che gli italiani scrivano tantissimo, magari non sempre a proposito, ma più di Silvio Pellico rinchiuso allo Spielberg.

 

Nella massa digitale che non smette praticamente mai di prendere corpo, sotto la pressione di dita freneticamente impegnate a comunicare di tutto (da quello che stiamo mangiando all’umore che abbiamo al risveglio) 

 

Quanto poi all’editoria “professionale”, quella che ci propone regolarmente nuove produzioni di autori, romanzieri, saggisti, scrittori più o meno di mestiere, anche qui c’è un’offerta costante, crescente che in alcuni casi – vedi gli autori internazionali più noti – raggiunge, grazie alla globalizzazione culturale, numeri incredibili. Milioni di lettori.

 

Chissà cosa penserebbe Rajberti, che si sconvolgeva nel vedere le grandi biblioteche di metà ‘800 cariche di migliaia di volumi, se potesse vedere materializzarsi questa massa che col digitale riempirebbe più di un pianeta. 

 

Se per la massa di volumi pubblicati, ai suoi tempi aveva proposto una provocatoria “moratoria” di pubblicazioni per 100 anni, per smaltire tutto ciò che produciamo in termini di caratteri e battute, oggi non basterebbe un millennio.

 

Sapere poi distinguere quello che conta e andrebbe non solo letto ma addirittura conservato, da quello che invece potrebbe finire tranquillamente nell’indifferenziata, sia essa cartacea o digitale, è tutto un altro paio di maniche.

 

Perché a chi pubblica, come a chi comunica, il più delle volte non interessa essere “pertinenti” o “meritevoli” di attenzione. 

 

Molto spesso, troppo, quello che conta è “apparire”, essere un autore e questo anche se l’opera da pubblicare non vale nemmeno il prezzo della carta usata per stamparne una sola copia. 

 

Si legge poco? Sembrerebbe di no. Almeno in termini assoluti.

 

Si legge male? Forse. 

 

Si scrive troppo? Probabilmente, ma siamo in un mondo libero anche per questo, perché siamo liberi di poter leggere libri anche se brutti, scritti male, male editati, basati solo sulla possibilità di qualcuno di farci dei soldi magari attraverso un buon marketing, attività sui social e vendite “planetarie”.

 

I best sellers restano il grande mito, l’araba fenice di chi edita, pubblica e scrive. 

Difficile da catturare.

Sembra che uno dei primi editor che ebbe modo di leggere il manoscritto ancora inedito di “Harry Potter”, lo abbia bollato come impubblicabile. Il tempo ha dimostrato che quell’editor, un professionista del settore editoriale, si sbagliava clamorosamente. Ma del resto la storia della letteratura, come quella dell’arte, della musica, anche della cultura in genere, è piena di sviste, di autori clamorosamente bocciati dalla critica e di altre “ingiuste” stroncature. 

 

Quanto alla carta e al suo valore, all’oggetto libro, quello che i dinosauri della lettura, come quelli della mia generazione, si ostinano a difendere insieme alle librerie aperte, un giorno scopriremo che alla fine non era tanto l’entità fisica a contare, l’odore delle pagine stampate (che a volte le cantine o l’umidità trasformano in muffa), quanto il pensiero, la storia, che quei libri volevano comunicare qualunque fosse la forma in cui l’autore, il recensore, lo scrittore, abbia deciso di adottare. 

 

Tra le migliaia di nomi di autori da Melville a Victor Hugo, da Umberto Eco a Fenoglio, ci sono tanti che restano impressi e meritano di essere conservati, qualunque sia il formato di pubblicazione.

 

Ma i tempi cambiano e anche gli autori e i mezzi usati per esprimersi. 

 

E gli scaffali fisici occupano spazio in case che a volte la libreria non ce l’hanno nemmeno.

 

Per gli ebook sarà un problema di spazio digitale e di server.

 

Forse un giorno ci si porrà il problema della conservazione di “oggetti” di pensiero che nel digitale sono nati e nel digitale dovranno sopravvivere per passare ai posteri dalle ardue sentenze. 

 

Perché anche un sms, se ci ha trasmesso un’emozione, forse merita di essere conservato. Potrebbero essere versi memorabili che entreranno nella storia della letteratura, un po’ come i murales di Barsky, quelli che si autodistruggono per non diventare “merce”, cristallizzati nei caratteri digitali di uno smartphone. 

 

Cosa preservare allora? 

 

Difficile dirlo. Io quando mi imbatto in un libro, tra i tanti, preso da una risma o dallo scaffale di una libreria, e questo in qualche modo mi chiama reclamando attenzione, affino i sensi e cerco di ascoltare quel richiamo. Credo sia l’unico modo. Questo anche se sono ebook. 

 

L’unica certezza è che quello che vale, in qualche modo, sopravvive. 

 

L’epica di Omero non era nata nemmeno in forma scritta ma, narrata e tramandata oralmente, fino a quando non venne fissata nei caratteri della scrittura. Eppure ha attraversato i secoli facendo sopravvivere per l’eternità la storia del “pelide Achille” e la sua ira funesta. 

 

Lo sgomento davanti a quanto ha prodotto fino ad oggi la nostra civiltà, in termini di scrittura quantità di libri e la sua potenziale lettura, rimane. Non si potrà mai svuotare il mare della conoscenza con il secchiello delle nostre menti limitate.

A questo ci possiamo arrendere. 

 

Almeno fino a quando un processore installato nei nostri cervelli ci farà diventare onniscienti, quasi dei semidei, tecnologicamente avanzati e sempre meno umani. 

 

A dispetto del nome “sapiens” che dovrebbe renderci sapienti per definizione. 

 

In attesa di un simile “upgrade” non resta che scegliere tra la beata ignoranza, perorata dal buon Rajberti e il tentativo di capirci qualcosa. 

 

Con i mezzi di cui disponiamo, digitali o analogici che siano. 

Le domande che si poneva il medico poeta milanese resteranno, come ai suoi tempi.

Leggere, addirittura studiare alla fine sarà servito? Immagazzinare dati e informazioni, storie e racconti, poesie e rime.

 

Sapere ci avrà aiutato ad essere migliori?

 

O è meglio votarci in massa ad una sana beata ignoranza, piena di fuffa e di nulla.

 

Magari siamo tra quelli che hanno frequentato librerie e biblioteche, e anche classi scolastiche con un minimo di profitto e voglia di imparare.

Il Nobel non l’abbiamo preso e non abbiamo salvato l’umanità.

Né scoperto il vaccino per curare la malattia del secolo.

Né scritto il romanzo epocale, capace di essere accostato a qualcuno delle grandi penne del passato.

O magari no. 

 

Tra chi legge queste righe, magari c’è qualcuno così bravo, dotato e magari anche fortunato riuscito anche in una sola di simili imprese.

Fosse anche qualcosa meno ne sarà comunque valsa la pena. Senza quelle letture non sarebbe stato possibile.

Questa è l’unica certezza.

E se non vale per tutti, certo provarci è meglio. 

Cominciando col non buttare nel bidone quei quattro libri che ci ha lasciato “povera nonna”. 

Se proprio non ci va di tenerli possiamo evitare di votarli alla distruzione.

Potremmo darli a chi invece ha voglia di leggere. Regalarli a chi li apprezza. 

 

La libreria all’angolo, se non si adeguerà ai tempi, chiuderà lo stesso, ma quello che chiamiamo in maniera confusa “cultura”, continuerà a viaggiare e ad attivare neuroni. 

 

Magari nasceranno altre forme per diffondere conoscenza, ma non per questo le dovremo eliminare quelle esistenti. Tutto cambia ma le cose importanti restano.

Tutto serve soprattutto per evitare che il nostro tutto, il nostro mondo, diventi inutile ciarpame mentale, vuoto chiacchiericcio, fatto di inutili post ed eliminabilissimi sms. Immeritevoli di essere conservati quanto i libri scritti male, editati peggio, e fatti circolare solo per tentare di fare soldi e dar effimero lustro a chi non lo merita.

 

Claudio Razeto

Tempo di lettura: 2’30”

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