Il ventennio fascista e la lingua italiana

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di Simone Buffa

Il ventennio fascista e la lingua italiana:

Com’è cambiata la lingua italiana sotto il fascismo?

Ogni tanto capita di rivederli in tv, Cinegiornali riproposti e raccontati in documentari storici degli archivi RAI risalenti al ventennio fascista.

L’Istituto Luce ha un archivio impressionante di Cinegiornali.

Ne ho visti alcuni, talvolta, trasmessi a notte fonda. Ebbene, devo dirvi che quei Cinegiornali, per quanto inquietanti che fossero, possedevano in sé qualcosa che ha sempre catturato la mia attenzione.

Mi trascinavano in una condizione di ascolto particolare.

Non fraintendetemi, ad incuriosirmi era in particolare la voce di Guido Notari, uno primissimi speaker della storia in lingua italiana.

Il ventennio fascista e la lingua italianaNei Cinegiornali Guido Notari modulava la propria voce secondo un colore ben riconoscibile.

Squillante. Parlava un italiano che trovo al contempo buffo ma che funzionava.

Deciso. Grottesco ma al tempo stesso accattivante. Un italiano che però non senti da nessun’altra parte.

Nessuno nella vita reale parla davvero in quel modo, oggi. Né allora, decisamente.

Il ventennio fascista e la lingua italiana: Dizione impeccabile, inflessioni dialettali assenti.

L’aspetto che maggiormente mi intriga è l’impiego di un tono perentorio, più adatto a comizi o raduni di propaganda (ma meno urlati), che ad un “redazionalegiornalistico.

O almeno, comparato con quello a cui siamo abituati oggi nei normali tg.

C’è decisamente una distanza enorme tra l’italiano di Guido Notari e quella invece del mondo del cinema o del doppiaggio che conosciamo oggi.

È solo un fatto di stile?

Il ventennio fascista e la lingua italiana: Com’è cambiata la lingua italiana sotto il fascismo?

Va riconosciuta ai totalitarismi del novecento l’intuizione dell’importanza giocata dalla comunicazione nel creare consenso popolare.

E’ stato questo un punto di svolta fondamentale rispetto al modo in cui veniva gestita la politica fino ad allora. Una politica ancora troppo distante dalle reali istanze e dai bisogni della gente.

Durante il ventennio agiva il Minculpop, il Ministero della Cultura Popolare…

…con il compito di diffondere i comunicati ufficiali del regime fascista.

Il Minculpop dettò le regole di una rivoluzione linguistica attuata attraverso la messa in opera di una ben precisa macchina della propaganda: dal cinema alla stampa, dallo sport alla radio.

Ma soprattutto nella scuola.

Ai bambini venivano fatte leggere le vignette de “Il Balilla”.

Il modello scelto da Mussolini traeva ispirazione tra i classici dell’oratoria latina.

Ma era allo stile retorico di Gabriele D’annunzio che rivolgeva maggiormente ispirazione.

Le espressioni cariche enfaticamente, l’uso delle immagini, il riferimento ai fasti della Roma imperiale, l’elemento mistico-religioso.

Tutto ciò rendeva il suo discorrere più votato ad un pubblico che a degli elettori.

Mussolini capì per primo che occorreva fare di se stesso un personaggio.

E in questo modo aveva creato un suo modello comunicativo del tutto efficace.

Ahimè, applicato persino ai nostri giorni.

Mussolini era un abile interprete di quel ruolo fatto di raffinata arte retorica.

Un’arte rivolta non ad un audience parlamentare ma ad un pubblico esterno.

In piazze affollate come fossero eventi pubblici o spettacoli.

Un linguaggio secco ed imperioso, ma semplice e alla portata di tutti.

Un mezzo per dettare slogan e metafore affascinanti.

Il gesto e la parola.

Il gesto.

In quegli anni fu dettata una sorta di galateo.

Anche il modo di vestire cambiò drasticamente.

La parola.

L’italiano cambiò molto in quegli anni.

Ripulire la lingua dalla gramigna delle parole straniere”, era il motto.

Quell’ideale linguistico era costruito sulla base di una autarchia e xenofobia linguistica che imponeva un forte protezionismo della lingua Italiana.

Il fascismo si opponeva nettamente all’uso dei dialetti.

Ecco, questo avvenne in un’epoca di alta analfabetizzazione del Paese e in cui i dialetti locali erano assai più diffusi dell’Italiano ufficiale.

Le minoranze linguistiche vennero represse.

Vennero coniati neologismi per sostituire vocaboli di origine straniera.

Fu reintrodotto l’uso del “Voi” in luogo del “Lei”, ritenuto troppo borghese.

Fu adottato un libro di testo unico per le scuole.

Il duce veniva persino citato nei dizionari ed enciclopedie, al pari di filosofi e letterati del passato.

Tutto questo cambiamento era finalizzato ad uno scopo ben preciso.

Fu ben presto chiaro, infatti, che

controllare la libertà espressiva

voleva dire

controllare

le

masse.

Nei Cinegiornali di Guido Notari appare evidente l’enfasi dai toni solenni espressa nel racconto delle fasi di guerra o persino nelle descrizioni dei più semplici momenti di vita quotidiana dei giovani balilla.
Toni vispi per trasmettere un’ideale di perfezione.

La direzione era solenne ed era quella dettata dal regime.

Curiosità

L’ostracismo fascista verso l’uso del “Lei” fu tale che la rivista “Lei” dovette cambiare il proprio nome in “Annabella”.

Lo stesso Totò si fece beffe di questa imposizione del “Voi” in uno sketch in cui il nome di Galilei veniva storpiato in Galivoi.

Simone Buffa

Tempo di lettura: 1’20”

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