Safari e immigrazione. Argomenti lontani anni luce, da cui possono nascere alcune riflessioni su uno dei temi più attuali e controversi di “questo nostro vecchio mondo”.
La prima è che gli uomini migrano da almeno 50.000 anni, soprattutto per cercare migliori condizioni di vita.
L’immigrazione non si può fermare: è un problema reale. E in quanto tale si può e si deve governare, migliorandone la gestione.
La seconda è che fermandoci a considerare il fenomeno nel nostro piccolo giardino, trascuriamo il danno sociale ed economico che stiamo subendo (esportiamo cervelli e importiamo manodopera).
Infine, ragionando in grande, dobbiamo rilevare come tutte queste persone che lasciano la propria casa (emigranti italiani e migranti africani), sono tutte giovani e con la voglia di vivere in condizioni migliori.
È chiaramente la sconfitta della politica, senza distinzione di nazionalità o ideologia.
Immigrazione Atto primo. Il safari.

Scelsi il Kenya, sia per il vasto numero di parchi che per evitare di fare innumerevoli vaccinazioni.
Anzi, il mio amico infettivologo a cui avevo chiesto consiglio mi aveva addirittura sconsigliato di fare la profilassi antimalarica, in quanto non mi avrebbe protetto da tutti i ceppi e poi… “nel caso avessi qualche sintomo, vieni subito da me e provvediamo”.
Fortunatamente non ebbi alcun sintomo.
I ricordi si affastellano: come dimenticare il parco Tsavo est, un’immensa savana con la sua terra di colore rosso e un’impressionante quantità di animali: alcune mandrie di elefanti arrivano a 700 capi, i bufali addirittura a mille.
E poi tante giraffe con la loro elegante livrea chiazzata, che mangiano le sommità degli alberi;
Famiglie intere di ippopotami immersi nel fango; i salti delle impala; gli innumerevoli uccellini che si spostano tutti insieme da un albero all’altro;
Gruppi di scimmie che passeggiano indisturbate sul sentiero; gli struzzi che fanno a gara con la nostra Land Rover;
Il ghepardo che ha appena ucciso un’antilope (mi dispiaceva tanto per l’antilope ma la natura ha le sue leggi) e si guarda sospettoso le spalle per evitare che qualche predatore gli rubi la preda;
La corsa, dopo la chiamata di altri ranger, per vedere un leoncino bere acqua in una pozzanghera a fianco della Land Rover, o i leoni che mangiano la carcassa di un elefante morto impantanato in una pozza di fango e allontanati come gatti dai ranger dopo una mezzora di merenda, con un semplice “sciò, sciò”.
E il tempo passato dopo cena nei lodge, con tutti i confort del caso, a commentare con gli altri turisti quale dei Big five (elefante, leone, bufalo, rinoceronte, leopardo) ancora ci mancasse.
Poi, dopo questi giorni iniziali di “vera” Africa, finalmente a Malindi “a riposar le stanche membra” (come direbbe il sommo poeta), in un resort “italiano”.
Ovviamente dopo un paio di giorni in completo relax al sole, cominciamo a parlare con gli abitanti del posto: una banda di ragazzini, capitanati da un ragazzo somalo, fuggito con la madre dalla guerra civile e dalla siccità, lasciando il padre a combattere in patria o i “beach boys” (no, non quelli di Good vibration), ragazzi sorridenti che parlano in italiano anche se l’Italia non l’hanno mai vista, per concordare escursioni a prezzi scontatissimi (rispetto a quelli praticati nel resort).
“Dove vuoi andare?
Hakuna matata (non c’è problema), ci pensiamo noi”.
Decidiamo di fare un’escursione al Watamu-Malindi National Park nell’Oceano Indiano (il più antico parco marino in Africa), con un barcone di nome Perla, con tanto di stemma di Roma (SPQR) dipinto sullo scafo, gestito da Carmelinda, una ragazza romana che ha deciso di trasferirsi a Malindi per sposare un keniota.
Dopo circa un’ora di navigazione durante la quale abbiamo avvistato alcune rudimentali barche da pesca, qualche delfino e migliaia di pesci colorati, l’approdo su una spiaggia bianchissima e relativo bagno ristoratore, mentre gli organizzatori preparano tra palme e mangrovie il pranzo a base di aragoste e pesce cotti sulla brace.
Mentre facciamo la fila per prendere il pesce, cominciano ad arrivare gli abitanti del posto, a decine, che si siedono per terra, intorno al tavolo e cominciano ad offrirci i soliti souvenir … ci affrettiamo a comprarne alcuni (il pesce si raffredda …. ), anzi, dopo un po’ esauriamo gli scellini che abbiamo in tasca …. “mi dispiace, non posso comprarti più niente …… ho finito i soldi” …… ma i nostri “invitati” non se ne vanno e, muti, con i loro grandi occhi tristi, ci guardano mangiare.
Gli organizzatori ci invitano a far finta di niente (per non richiamarne altri), ma hai voglia a far finta, quegli occhi ormai ti sono entrati dentro e ti fanno sentire colpevole delle loro basilari necessità, anche se non ne sei mai stato consapevole: l’aragosta non ha più lo stesso sapore e si fa fatica a deglutire.
Il ritorno è quasi una fuga, il gruppo è silenzioso. Chissà, forse stavamo meditando l’esperienza, questa sì di “vera Africa” che avevamo vissuto.
Ecco perché i migranti, anche quelli solo economici, quelli che sopravvivono con meno di 300 euro l’anno (sono circa il 30% della popolazione mondiale), non si fermeranno, se l’Europa non contribuirà in modo significativo (anche oltre quello che riteniamo sostenibile) a migliorare le condizioni di vita di queste popolazioni nel loro paese. Jambo (ciao) Kenia. Fine atto primo. Sipario.
Atto secondo. L’immigrazione
Erano ormai molti mesi che non vedevo i miei amici di sempre (i compagnucci della parrocchietta, ci avrebbe definito Alberto Sordi), accomunati all’inizio dalle ciriole con la mortadella, le strade rionali, i calzoni corti, i sogni ma divisi nel tempo dalle idee politiche che coprivano tutto l’arco parlamentare ed oltre:
si passava da quelle trozkiste, alle comuniste (nelle varie declinazioni), alle democristiane, alle liberali, fino alle neofasciste, parlamentari ed extra.
Ci vedevamo tutti i giorni, le discussioni politiche erano quotidiane, e complici i diversi punti di vista, sempre accese, ma non andavano mai oltre la parolaccia. Tutti avevano diritto di parola e alla fine si tornava a casa, amici come sempre e per la vita.
Finalmente eravamo riusciti ad organizzare una rimpatriata. Per farla breve, esaurita la fase nostalgica (… ti ricordi quando …. ma come fu che …. ) e informativa su parenti, lavoro, quanto manca alla pensione, Roma e Lazio, eravamo arrivati a parlare dei temi più scottanti, la denatalità, la scuola e l’analfabetismo di ritorno, la mancanza di lavoro per i giovani, e ovviamente l’immigrazione.
Infatti, chi di noi nella vita quotidiana non si è mai sentito “circondato” dagli immigrati?
Fuori dal supermercato, per strada, al semaforo, in spiaggia, costretto a dire no cento volte al giorno a persone che suscitano umana pietà ma che finiscono per dare fastidio anche a chi razzista non è mai stato, ma non sa cosa fare ed è consapevole che una semplice elemosina non risolverà il problema.
Naturalmente, viste le premesse, e con i piedi sotto il tavolo, i pareri erano molto variegati. Alcuni emotivamente si schieravano pro-migranti, sulla scia dei vari Saviano, Boldrini, Bergoglio, Strada, Parietti, Baglioni, rapper, cuochi e attori: una posizione ineccepibile.
Chi di noi può umanamente non avere la stessa idea.
Tuttavia, quando passiamo agli aspetti pratici, nessuno dice quale sarebbe la strategia nel medio periodo, considerata la fine che fanno questi migranti (spesso la cronaca ci ricorda i casi più eclatanti di chi lavora nei campi di pomodoro o si prostituisce nelle nostre città, in condizione di schiavitù).
Si ha quasi l’impressione che, finita l’emozione del sentirsi buoni per averli fatti sbarcare, finisca l’interesse.
Ma soprattutto nessuno risponde alla madre di tutte le domande: “vuoi gli immigrati, bene: quanti?”
Qualunque sia il numero, grande a piacere, c’è evidentemente un limite oggettivo.
San Martino divise il suo mantello con un povero, ma non avrebbe potuto fare lo stesso gesto a favore di dieci o cento poveri che morivano di freddo.
Altri, più pragmatici, sostenevano che il nostro Paese ha bisogno di aumentare l’immigrazione regolare ovvero il numero di immigrati che lavoreranno nel nostro Paese.
Questo perché nei prossimi anni, il nostro stato sociale non può reggere: l’allungamento della vita media e la bassa natalità remano contro.
Tanto più che sono tanti i lavori che gli italiani non vogliono più svolgere: a titolo esemplificativo citiamo fornaio, falegname, idraulico, camionista, pasticcere, pavimentatore, badante, macellaio, ciabattino, sarto, elettricista, fabbro, artigiano, mungitore, infermiere, tappezziere, orafo, conciatore, installatore d’infissi, cameriere, etc).
Tanto più che già oggi, in Italia, nel lavoro manuale non qualificato ci sono il 36% dei lavoratori stranieri.
C’era anche chi in modo pilatesco, affermava che se milioni di africani premono verso l’Europa, il motivo è dovuto ad un fallimento dell’Africa stessa (un continente ricchissimo di materie prime), sfruttata per secoli dalle nazioni colonialiste, ma incancrenito dalla corruzione e dilaniato dai tribalismi incentrati sull’odio etnico e religioso.
Questo continente non è stato sfavorito dalla natura, è un continente ricco. Gli africani sono vittime delle loro classi dominanti.
È dunque evidente che la vera soluzione dei problemi degli africani può venire solo da loro.
A mio avviso gli italiani di tutte le convinzioni politiche sono semplicemente spaventati e confusi o irritati dal modo in cui l’immigrazione viene (mal)gestita, all’insegna di approssimazione, buonismo e fatalismo.
La vista di giovani oziosi agli angoli delle strade è considerata una provocazione da molti in un paese in cui i salari non aumentano, l’economia cresce lentamente e i servizi sanitari e le scuole sono sottofinanziati.
Immigrazione. Agire in controtendenza

Si fanno numeri e previsioni sempre più drammatici, ma non si concepiscono piani e iniziative efficaci ….
Si è perso il coraggio di pensare “lontano” e in grande.
L’attuale situazione di prima linea meriterebbe l’organizzazione di una “Conferenza nazionale sull’immigrazione”, per la quale mobilitare tutte le nostre risorse intellettuali, e ascoltare le opinioni e i sentimenti della società civile.
Siamo un Paese ricco di pensiero creativo: abbiamo filosofi, scienziati, sociologi, storici ed economisti che potrebbero dare un contributo prezioso al programma di qualsiasi governo. Potremmo sviluppare idee da proporre in Europa: perché non considerare di investire massivamente (con aiuti internazionali) per rimuovere le cause (povertà, dittature, guerre civili) della migrazione di massa, (ri)costruendo intere città e realizzando una nuova nazione, in modo di dare una migliore prospettiva di vita a queste persone?
È forse un’utopia pensare che ogni stato europeo possa “adottare” uno stato africano ove creare infrastrutture, siti produttivi, risorse energetiche, cultura e democrazia e, laddove servano, anche azioni efficaci di “peace keeping” per garantire la realizzazione di questi piani?
Forse otterremmo migliori risultati e spenderemmo di meno.
Del resto gli sbarchi dall’Albania come sono stati fermati?
Per quanto riguarda il problema dei clandestini già presenti sul territorio, un approccio innovativo potrebbe essere quello delle “regolarizzazioni meritate”.
Insomma, invece di aprire le porte a (quasi) tutti in base a criteri molto generali, una regolarizzazione basata sul merito sarebbe molto più selettiva, prevedendo percorsi di emersione graduali e condizionati.
Come sta avvenendo in Corea del Sud e Giappone, afflitti da problemi simili ai nostri (denatalità e rifiuto dei lavori più faticosi). (Fonte: Corriere della Sera 11/07/24).
Se si posseggono certi requisiti ad esempio:
- permanenza nel Paese da più di tre anni,
- nessun reato,
- test di lingua,
- giuramento di rispettare leggi e usi italiani e/o europei
si riceve un primo “visto” ufficiale.
Se poi si lavora pagando tasse e contributi, dopo un certo periodo si ottiene il permesso di soggiorno vero e proprio.
L’idea è semplice:
- si regolarizza solo chi lo ha, in qualche modo, meritato:
- chi, pur essendo senza permesso di soggiorno, ha rispettato la legge, svolgendo attività utili al Paese ospitante;
- chi ha appreso la lingua, conosce e osserva le regole di convivenza civile del luogo in cui risiede.
“You may say I’m a dreamer but I’m not the only one” (John Lennon).
Tempo di lettura: 3’20”





















