In un Paese ambiguo e frammentato come il nostro per un giornalista fare chiarezza tentando di mettere in ordine le tessere del puzzle può sembrare spesso e concretamente utopico.
Giorgio Mottola è un giornalista membro della redazione di Report
Il qualunquismo e il pressapochismo in cui l’italiano si crogiola da decenni sembra francamente inscalfibile, ma per nostra fortuna c’è ancora un manipolo di giornalisti che ci crede e che la pensa diversamente, regalandoci con le loro inchieste un sapere diverso e non preconfezionato, basato sui fatti e non sull’analfabetismo digitale dei social.
Stiamo parlando ovviamente di Report, trasmissione amata da chi ha ancora il coraggio della verità, ma allo stesso odiata e osteggiata dai poteri forti che mal volentieri digeriscono le loro minuziose ricostruzioni dalle quali emergono, spesso, tristi e spiacevoli notizie sulla salute civica e legale dello stivale. Tra i reporter di punta c’è di sicuro Giorgio Mottola, giornalista, documentarista e scrittore che, dopo varie collaborazioni con Il Fatto Quotidiano, Fox Italia e Rai News, è da oltre dieci anni uno dei pilastri della redazione capitanata da Sigfrido Ranucci.
Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo per condividere alcune riflessioni sull’arduo compito a cui oggi è sottoposto il mestiere del giornalista d’inchiesta.
Giorgio buongiorno, partiamo dalle tue inchieste recenti che di certo hanno fatto scalpore. Vatican Gate e Tim sono l’ennesima controprova che in Italia dove si va a ficcare il naso c’è sempre del torbido? E’ un male atavico e indelebile del nostro Paese?
Sicuramente in Italia ci sono delle grosse distorsioni delle quali è spesso difficile rintracciare le origini. Siamo reduci da anni di malaffare con la Prima Repubblica, ma oggi purtroppo tale livello è paradossalmente aumentato mentre quello che è diminuito ahimè è l’indignazione delle coscienze collettive.
Abbiamo geneticamente due zavorre che ci trasciniamo storicamente dietro, le mafie e l’evasione fiscale, che ci rendono la maglia nera d’Europa, a cui si associano dei livelli altissimi di corruzione.
Un cocktail letale contro cui lo Stato ha fatto poco, anzi spesso è stato colluso andando a braccetto con la criminalità le cui ricorse, si sa, sono illimitate.
Queste inchieste portano comunque a dei risultati, sia nelle coscienze di chi vi segue che da un punto di vista pratico grazie all’apertura di inchieste della magistratura. Obiettivi notevoli che vi spronano ad andare avanti?
Assolutamente si, sono il carburante per andare avanti più determinati di prima.
Spesso si dice con un certo ingiustificato qualunquismo che dopo una puntata di Report non succede nulla, invece non è affatto vero.
Talvolta può succedere che qualcuno venga rimosso o spostato da un certo incarico oppure come spesso accade vengono aperte inchieste da parte della magistratura che, ovviamente, richiedono tempo, ma che avvalorano le nostre tesi.
Il modo rigoroso e documentato e a trecentosessanta gradi con cui procediamo è certamente uno dei nostri punti di forza e grazie alle nostre inchieste per fortuna qualcosa ogni tanto si muove e va nella direzione giusta, d’altronde Report esiste proprio per raggiungere questi determinati obiettivi.
La tua carriera. Come hai iniziato ad approcciare il giornalismo in generale e quello di inchiesta in particolare? E’ quello che hai voluto sempre fare o ti ci sei trovato in corso d’opera?
Può sembrare un luogo comune, ma io sin da piccolo sognavo di fare il giornalista d’inchiesta forse perché vengo da un piccolo paese del Cilento che si chiama Albanella, ed è l’ultimo luogo che Raffaele Cutolo ha visto da cittadino libero prima di essere catturato.
C’è stato per circa due anni e la sua presenza molto forte sul territorio di sicuro era un qualcosa che non lasciava indifferenti, ma allo stesso tempo era proibito parlarne e parlare di mafia in tutte le sue accezioni.
Questo ha fatto scattare dentro di me la molla di voler raccontare agli altri tutto ciò che è invisibile agli occhi, ho intrapreso questa strada lavorando prima per il Corriere della Sera di Napoli in cui scrivevo per l’osservatorio sulla camorra e la legalità, poi IlfattoQuotidiano e poi da circa dodici anni ho avuto la fortuna di entrare nella redazione di Report, coronando di fatto quello che era sempre stato il mio sogno di giornalista.
La tua metodologia di lavoro. Come pianifichi un’inchiesta e come procedi in corso d’opera?
Un’inchiesta può nascere in diversi modi, attraverso una segnalazione o grazie ad una fonte che ci racconta una storia, poi si procede agli opportuni riscontri oggettivi che possono richiedere diverso tempo.
Le mie inchieste possono variare tra i tre e i sei mesi, dipende dal livello di complessità e anche dal fatto che dopo un po’ di tempo le indagini non reggano perché mancano le controprove richieste, oppure perché partendo da un filone le prove ti portano da tutt’altra parte, cosa che a me è successa più di una volta.
Si va avanti nei vari step per cerchi concentrici, si parte da quello più piccolo che è la notizia per poi arrivare a quelli più grandi che validino lo spunto iniziale avvalorando la tesi di partenza.
Report ha poi il grande merito di voler parlare con i soggetti interessati chiedendo direttamente a loro riscontro dei fatti cercando di capire anche la versione della controparte.
Molti ci accusano di fare inchieste a tesi, ma a mio avviso è vero l’esatto contrario, Report non esprime opinioni focalizzando il suo lavoro nel raccontare i fatti.
I rapporti all’interno della redazione di Report. Voi siete free lance che vendono un prodotto alla Rai, non siete dipendenti di fatto. Un lavoro che vi espone a rischi anche in prima persona? Come siete tutelati giuridicamente in tal senso?
Una battaglia storica di Report il cui merito va in toto a Milena Gabanelli è stato quello di garantire ai giornalisti la manleva, l’assistenza legale della Rai in caso di querele ad ognuno di noi. Una garanzia fondamentale senza la quale sarebbe impossibile fare questo lavoro, personalmente ho richieste di risarcimento danni per oltre venti milioni di euro e se dovessi sostenere tutte le spese del caso mi sarebbe praticamente impossibile andare avanti.
E’ chiaro che in caso di condanna la Rai potrebbe rivalersi su direttamente su di me, ma ad oggi per fortuna non ce ne sono ancora state.
In ogni inchiesta che porto a termine stendo comunque un memoriale difensivo da produrre eventualmente in un’aula di tribunale, un riassunto analitico dei punti chiave della mia indagine, così in caso di querela spesso tardive ho già le idee chiare sul da farsi.
La tua attività parallela di scrittore, hai pubblicati diversi libri sulla malavita e sulla corruzione. Stai lavorando attualmente su qualcos’altro? C’è ancora tanto marcio da raccontare in Italia?
Non sono uno scrittore, ma ho scritto dei libri su argomenti inerenti il malaffare e la criminalità organizzata.
Sto lavorando ad un testo sul come sono cambiati gli equilibri dopo le stragi del 1992 e su come si è modificato il modus operandi delle organizzazioni criminali.
Non c’è una data precisa, ma il materiale è purtroppo tanto e sempre in continua evoluzione e va aggiornato tenendo conto delle nuove forme e dinamiche con cui le mafie procedono nel loro sterminato campo di azione.
Le vostre inchieste sono senz’altro scomode per chi le riceve, hai mai subito minacce o atti di violenza nell’esercizio della tua professione? Sembra spesso di percepire che ci cerca la verità debba a sua volta difendersi da un sistema che non ammette invasioni di campo, Sto esagerando?
Mi sono capitate sia violenze verbali che fisiche, ma su questo argomento non riesco a fare del vittimismo perché credo che i rischi sono connaturati alla natura del mio mestiere.
Siamo comunque in una democrazia dove le opinioni sono legittime, se fossimo in Sudamerica o in altre realtà ben peggiori rischierei la vita mentre qui a parte qualche minaccia, spinta o un foglio di carta messo in bocca nella peggiore delle ipotesi, posso dire con certezza che riesco a fare il mio lavoro senza dover rischiare la vita o guardarmi le spalle.
Le mie perplessità non riguardano il mio modo di fare giornalismo che può espormi a delle ritorsioni, ma il silenzio degli altri media che non osano porsi e porre domande scomode a chi di dovere.
Il mondo dell’informazione, delle manipolazioni e delle fake. Ci sono gli anticorpi per arrestare o in qualche modo frenare questo analfabetismo digitale che ci circonda?
L’unico anticorpo è quello che ci ha permesso di evolverci da scimmie ad homo sapiens fino ad arrivare ad oggi, sto parlando del pensiero critico individuale che deve mettere in discussione qualunque cosa si legge o si ascolta.
L’accesso all’informazione oggi è particolarmente caotico e complicato, soprattutto per i più giovani, e non credo che ad oggi ci siano ricette assolute perché siamo in una fase di transizione digitale che ci rende immaturi nel suo utilizzo.
I social sono dei denotatori che agiscono spesso disinformando, in Italia lo si è visto sia sul tema dei migranti in cui si è veicolato odio, che sul Covid in cui gli istinti più beceri sono venuti a galla.
Sono lo specchio di una realtà che già esiste, per cui è un pò autoassolutorio prendersela col mezzo invece che riflettere su una società malata e digitalmente analfabeta di cui l’informazione non può che essere lo specchio.
I modelli nel tuo essere giornalista. Hai qualche collega che ha dato l’esempio e a cui ti sei ispirato, che funge da punto di riferimento? Qual è il futuro di un certo tipo di giornalismo di qualità? Sarete sempre meno a portare aventi questo tipo di discorso?
Senza dubbio direi Joe Marrazzo, un grande giornalista che negli anni ottanta ha mostrato a tutti noi l’importanza per un giornalista di sporcarsi le mani, il primo ad intervistare i boss della mafia raccontando la realtà e consumando la suola delle scarpe.
Sulla carta stampata ce ne sono tanti altri da Bocca a Biagi fino a Santoro, tutti modelli importanti di riferimento e non credo che noi di Report siamo gli ultimi a fare un certo tipo di giornalismo in via di estinzione, magari ci sono altre forme con cui si sta già evolvendo come, ad esempio, le docuserie che riescono a mettere in ordine un racconto della realtà efficace, penso a quelle su Emanuela Orlandi o Aldo Moro che fanno discutere e creano un dibattito che è il sale della democrazia.
Da un punto di vista televisivo invece il fatto che ci sia solo una trasmissione come la nostra un po’ mi spaventa perché il altri paesi europei ce ne sono molte di più e dove c’è concorrenza va da se che lo standard qualitativo si eleva.
Un messaggio per chiudere a chi evita di vedere una trasmissione come Report perché non vuole avvelenarsi il fegato. Dammi tre buoni motivi per seguirla……………..
Bisogna vedere Report innanzitutto perché aiuta i cittadini a deliberare informati, ed anche perché come nel mito di Prometeo il fegato poi ricresce dopo il rodimento, e soprattutto perché indignarsi fa bene, ma non deve essere un atto liberatorio fine a se stesso.
Bisogna vivere le inchieste di Report come l’inizio di qualcos’altro per intraprendere un momento collettivo attivo senza far prevalere un risentimento qualunquista e fine a se stessa.
Siamo tanti per fortuna c’è una grande community che ci segue e speriamo di far sempre meglio continuando su questa strada.
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