Le terapie anti COVID-19 tra speranza e delusioni

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di Alberto Aiuto

L’attenzione mediatica sui vaccini per COVID-19 è universale, ma tutti sappiamo che i vaccini potrebbero anche perdere efficacia quando la protezione immunitaria diminuisce o emergono varianti virali. 

Quindi, è fondamentale lo sviluppo di altre terapie anti Covid-19.

Uno dei principali problemi tuttavia è che il virus continua a mutare, e dunque trovare un medicinale che colpisca una fase della riproduzione del virus senza danneggiare il nostro organismo non è facile.

Premesso che:

  • probiotici,
  • omega-3,
  • multivitaminici,
  • vitamina D,

possono aiutare a sostenere un sistema immunitario sano

e premesso che non è stato osservato alcun effetto simile tra coloro che assumevano integratori di vitamina C, zinco o aglio..

possiamo suddividere i farmaci attualmente impiegati in due grandi categorie:

Il paziente è ospedalizzato (spesso in terapia intensiva).

La terapia è sintomatica e mira a combattere la formazione disseminata di trombi e l‘iper-attivazione del sistema immunitario e il conseguente rilascio delle citochine.

Si usano quindi:

  • eparina,
  • cortisone 
  • inibitori delle citochine (il tocilizumab e simili) sviluppati per il trattamento di malattie infiammatorie come l’artrite reumatoide.

Promettente l’uso del Budesonide spray (in origine un antiasmatico) e del Baricitinib (ancora in sperimentazione), un corticosteroide orale, identificato usando l’intelligenza artificiale, nel ridurre la mortalità da Covid-19.

Il paziente non è ospedalizzato, ma a rischio di sviluppare una forma grave.

In queste prime fasi dell’infezione quando è cruciale contrastare il virus, si usano gli anticorpi (plasma iperimmune e anticorpi monoclonali) e/o gli antivirali (remdesivir), per impedire al virus di replicarsi nelle cellule per aiutare il sistema immunitario.

I farmaci antivirali, una classe di farmaci ancora deludente

Il Remdesivir, inizialmente sviluppato per l’Ebola, è l’unico farmaco registrato.

Somministrato per infusione EV, aiuta a controllare l’infezione, ma va usato all’inizio del ricovero, prima che la malattia avanzi verso lo stato iper-infiammatorio.

I risultati non sono eclatanti, in quanto è in grado di ridurre solo di qualche giorno la durata della malattia.

Tra le novità più promettenti vi è il Molnupiravir, un analogo nucleosidico (da assumere per via orale), originariamente sviluppato per combattere l’influenza.

Il farmaco si inserisce nell’RNA virale al posto di un aminoacido (la citidina), impedendone la corretta replicazione.

Nella Fase 1, condotta su furetti (animali della famiglia dei visoni, particolarmente suscettibili all’infezione da coronavirus) sono giunti segnali molto incoraggianti.

Non solo il farmaco riduce i danni polmonari, ma blocca la trasmissione virale entro 24 ore dalla somministrazione, fondamentale per rallentare la diffusione della malattia.

Nella Fase 2 sugli umani il farmaco ha confermato questa capacità:

il farmaco è effettivamente in grado di ridurre la carica virale.

Al momento è in corso il reclutamento di circa tremila pazienti, non ospedalizzati, per capire se il farmaco, assunto alla dose di 800 mg due volte al giorno per 5 giorni, possa impedire lo sviluppo di forme gravi della malattia.

I dati finali della Fase 3 dovrebbero essere disponibili nel prossimo autunno e la richiesta di autorizzazione presentata entro l’anno.

Prima o poi arriveremo ad avere una cura efficace, visto che ci sono ben 4.156 studi in atto.

Ma ormai sembra chiaro che i risultati migliori si ottengono se le terapie vengono iniziate precocemente soprattutto nei pazienti considerati ad alto rischio, come i pazienti anziani, obesi o diabetici.

In questo senso la possibilità di prendere una pillola come il molnupinavir dopo aver scoperto di essere positivi al Covid sembra essere una delle soluzioni ottimali.

Alberto Aiuto

Tempo di lettura: 2’30”

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