Le mille promesse dei primi di maggio

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Finalmente ha trovato lavoro. Dopo tanto tempo, grazie a Dio, non lo hanno assunto.

Finita l’università aveva inviato centinaia di curricula, devo dire con poco entusiasmo e infatti tutti, nessuno escluso, gli avevano risposto celermente e con un certo interesse.

Ricordo che passò alcuni mesi chiuso in casa, di malumore, e pensavamo addirittura che fosse caduto in depressione.

Non riusciva a capire. Dopo aver studiato tanto, dopo tutti quegli anni di sacrifici, non poteva credere che fossero arrivate così tante offerte di lavoro.

Alcune erano le solite otto ore con salario minimo garantito, buono benzina e ticket alimentazione.

Ma per la maggior parte promettevano contratti a tempo indeterminato e possibilità di crescita. Qualcuno, addirittura, gli prospettava la possibilità di viaggi premio e corsi di approfondimento pagati dall’azienda.

Insomma, non valeva nemmeno la pena di perdere tempo ad andare a fare il colloquio. Entrare nel mondo del lavoro a quelle condizioni era davvero umiliante.

Vedendo la delusione negli occhi di mio figlio ricordo di aver confessato a mia moglie di sentirmi in colpa, che la nostra generazione aveva fallito principalmente per non aver dato un futuro ai nostri giovani, che nel nostro Paese le mille promesse dei Primi di Maggio erano volate via col vento come le canzonette suonate al concertone di piazza San Giovanni.

“Non voglio arrivare alla tua età e aver diritto alla pensione, lo capisci papà?”, mi diceva piangendo.

Io tentavo di spiegargli che non era poi un disonore tanto grande, che con certe vergogne ci si poteva anche convivere bene.

Ma lui non si conformava all’idea di arrivare ad un certo punto della sua vita e ricevere soldi senza lavorare.

“Voglio solo essere schiavizzato” diceva, “possibile non ci sia proprio nessuno che voglia farmi lavorare senza assumermi?

È così difficile? Ma che mondo è mai questo?”.

Per un periodo si era informato, aveva preso dei contatti per trasferirsi all’estero. Ma pareva che la situazione fosse ancora peggiore.

C’era la reale possibilità di fare carriera velocemente e addirittura di guadagnare tanti soldi.

Alcuni dei suoi vecchi compagni di università erano disperati, gli dicevano che là il loro lavoro era molto valorizzato e che la loro prospettiva era quella di riuscire in un paio di anni a comprarsi casa e a mettere su famiglia.

Per alcuni mesi aveva trovato un po’ di conforto – e coltivato anche una certa speranza – in uno stage mal pagato, in cui si sentiva finalmente sfruttato e vessato come aveva sempre sognato.

Sembrava rinato, anche perché lo riempivano di promesse e lo caricavano di aspettative. Gli era tornato il sorriso e quella espressione fiera che fa tanto piacere vedere sui volti dei giovani.

Ma dopo il periodo di stage era arrivata la batosta. Si è accorto improvvisamente che per tutto quel tempo l’avevano praticamente ingannato. L’hanno chiamato alle Risorse Umane e gli hanno detto, senza nemmeno troppi preamboli, che lo avrebbero assunto a tempo indeterminato, quaranta ore settimanali, un mese di ferie e straordinari pagati il doppio.

È tornato a casa distrutto, piangendo e per la prima volta ho visto mio figlio davvero disperato.

Noi, purtroppo, non abbiamo santi in paradiso. Comunque sia non ce l’ho fatta a stare con le mani in mano così ho provato a fare qualche telefonata fino a che un amico che ha il fratello in politica mi ha dato una mano a trovargli un posto in una piccola industria qui in zona.

“Non è il tuo ramo” gli ho detto, “ma almeno pagano poco e gli orari sono massacranti. Se gli piaci magari non ti fanno il contratto”.

Per fortuna ormai sono già alcuni mesi che lavora lì. È contento, sembra si sia ambientato bene. Non hanno nessuna intenzione di assumerlo, ma sgobba dalla mattina alla sera.

Mi ha detto che, oltretutto, eludono tutte le regole di sicurezza, anche le più elementari e che per non rischiare di fermare la produzione i dispositivi di blocco del suo macchinario sono stati disattivati.

Finalmente in famiglia è tornata un po’ di serenità e abbiamo tutti ricominciato a credere nel futuro con un po’ più di fiducia.

 

Il Sofà è una rubrica settimanale.
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Foto da Pixabay

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