L’emergenza del clima globale e quella dei social

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di Claudio Razeto

“Se durante i cambiamenti climatici del passato, il pianeta rispondeva in tempi diversi nelle varie regioni, adesso l’impatto dell’uomo sul clima è così forte che sovrasta tutto e il pianeta risponde globalmente”.

Fabio Trincardi, direttore del dipartimento Terra e Ambiente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) all’agenzia ANSA 24 luglio 2019

Ci sono delle grandi emergenze in atto. Due immediate.

  • Quella climatica.
  • Quella del web.

Della prima, del clima, si parla perché fa caldo. Londra 38 gradi, Parigi 40. Mai successo in 2000 anni.

Riguarda il 98 per cento del nostro pianeta.

Tornado, alluvioni, gelate.

Se il livello delle acque dovesse aumentare per molte zone costiere sarebbe emergenza.

Alla faccia di chi lo nega o minimizza il problema.

Della seconda, quella della nuova tecnocrazia informatica, si parla molto meno.

L’influenza dei social nella nostra vita politica, economica e sociale, appunto, è ormai innegabile.

Però, come accettiamo il caldo che ci opprime e che mette a rischio il pianeta, con la stessa isterica flemma, accettiamo di essere controllati, spiati addirittura.

Si parla di tentativi di hackeraggio nel voto americano da parte della Russia di Putin.

Di manipolazione del consenso attraverso profili e pagine create ad hoc.

Di indici di popolarità dei singoli politici e dei loro movimenti che oscillano con i like dei socialmedia.

Anche i personaggi che dominano la politica mondiale usano questi strumenti quotidianamente.

Trump, Putin, Boris Jhonson curano egoisticamente la propria immagine web con dei team di esperti che si dedicano solo a questo.

Da noi vige il modello Salvini e Di Maio.

Pochi giorni fa un talk show misurava il confronto di consenso tra i due, dal numero di like sui rispettivi video pubblicati da Facebook.

Di contro il Sindaco di Milano, Sala usa Instagram per dare un’immagine di sé che i giornalisti hanno definito  “patinata”.

Una volta questo lavoro di Press Office, ufficio immagine lo facevano i magazine, i cosiddetti rotocalchi.

Oggi Twitter ha preso il posto di agenzie specializzate.

Il fatto che la maggioranza degli abitanti del pianeta sia ormai smartphone o web-dotata, fa sì che questa comunicazione sia veramente globale come mai era accaduto.

Da qui la proliferazione di nuovi opinion leader, influencer, che del web e dei social hanno fatto la loro forma di comunicazione primaria.

Solo la televisione regge ancora il confronto in termini di audience.

Segue la stampa tradizionale con i siti web editoriali.

Ma che c’entra il clima col web e con la politica sui social? 

Parecchio.

Si tratta di questioni strettamente connesse.

Il problema del clima, delle follie meteo, del surriscaldamento, dell’aumento del livello delle acque.

Un pericolo incombente simile ad altri che possono colpirci all’improvviso.

Malattie, nuovi virus, tumori generati dal degrado ambientali.

E anche peggio.

Pochi giorni fa un asteroide ha sfiorato la Terra.

Se l’avesse colpita sarebbe stato un disastro.

I governi mondiali sono però impegnati a parlare soprattutto di dazi, protezionismo economico nuovi oligopoli.

Fatti per arricchire pochi tycoons miliardari russi, cinesi, americani, arabi.

Boris Johnson invoca la Brexit promettendo una nuova età dell’oro economica quasi potesse chiudere i problemi fuori dalla Gran Bretagna con un pezzo di carta.

Il petrolio che inquina e scalda il pianeta, tra meno di un decennio sarà messo da parte.

I paesi che ancora detengono grandi giacimenti si fanno la guerra.

Economica ma anche militare.

Con le navi di scorta alle petroliere.

Si pensa a un conflitto per il petrolio mentre si studia come farne a meno passando globalmente all’energia elettrica.

I social in tutto questo giocano un ruolo fondamentale smuovendo opinioni e tendenze, alimentando consumi, creando un pensare comune che non può non avere effetti sulla politica mondiale.

Una missione fondamentale e delicata.

Peccato che appartengano a grandi società per lo più americane di proprietà di singoli individui, ricchi e potenti come Stati sovrani.

Le big tech ora vengono guardate con sospetto da governi e autorità antitrust.

Sono aziende che rispondono logiche di profitto, quotate in Borsa.

Non sono politiche nel senso migliore del termine, né regolate da codici etici condivisi.

Social che veicolano contenuti editoriali senza alcun tipo di responsabilità.

Alla legge francese di tassare le big Tech, Trump ha risposto minacciando di imporre dazi sullo champagne. Ammettendo così implicitamente di tutelare aziende americane che tramite il web operano a livello planetario.

Mentre il pianeta si surriscalda, chi detiene il potere economico e finanziario più grande, invece di lavorare per intervenire, evade le tasse e guarda solo ai propri interessi.

C’è qualcosa che non funziona.

Se domani Twitter, Facebook, YouTube e altri social decidessero di censurare un movimento di pensiero diverso da quello legato alla commercializzazione di prodotti e servizi, magari perché inquinanti, potrebbe farlo con effetti devastanti.

E così se decidessero di bloccare un politico a discapito di un altro.

Magari sulla base di una campagna promozionale.

È un gioco pericoloso che va evitato e gestito con norme anche a livelli di Unione Europea oltre che negli Usa dove molti iniziano ad essere critici su questa nuova comunicazione global.

Il rischio è che un domani, davanti a un asteroide in caduta o ad una più violenta crisi del clima, gli abitanti e i poteri costituiti del pianeta, siano più impegnati a twittare che a studiare soluzioni a problemi che, social o no, riguardano il futuro di tutti noi.

Claudio Razeto

Tempo di lettura: 2’00

Foto tratta da: http://www.greenreport.it/news/clima/non-solo-ambiente-in-europa-i-cambiamenti-climatici-sono-unemergenza-sanitaria/

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