Ricordiamo lo scudetto del Cagliari 1970

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di Fabio Bandiera

E’ il 12 aprile del 1970, allo stadio Amsicora si consuma uno degli eventi che hanno fatto la storia calcistica del nostro Paese:

Il Cagliari di Manlio Scopigno batte due a zero il Bari e conquista il suo primo scudetto, un evento che travalica lo sport e sancisce di fatto l’ingresso della Sardegna in Italia.

Gianni Brera né sottolineò la portata storica

Un evento che liberò definitivamente la Sardegna da antichi complessi, permettendole di gioire e regalare al Mezzogiorno di Italia la prima vera affermazione contro i club di Milano e Torino, storicamente imbattibili dal dopoguerra in poi.

Frutto di combinazioni astrali e di una chimica cementatasi già col secondo posto dell’anno precedente, Il Cagliari si affermò sin dall’inizio della stagione come una delle potenze assolute.

Capace di raggiungere la posta piena, grazie ad una campagna acquisti mirata e ad un telaio solido e affamato di vittoria.

Arrivano:

  • Poli,
  • Gori e
  • Domenghini dall’Inter scambiati per Boninsegna,

restano i punti di forza Albertosi, Nenè e sua maestà Rombo di Tuono Gigi Riva già due  volte vincitore della classifica cannonieri.

Sin dalle prime battute della stagione il Cagliari prende le redini della classifica, dimostrando la propria forza con una sola sconfitta al giro di boa e due punti di vantaggio sulla Vecchia Signora.

Nel girone di ritorno il match clou è la ventiquattresima giornata al comunale di Torino.

Il Cagliari va sotto ben due volte, ma riesce in entrambe i casi a pareggiare consolidando di fatto con la doppietta di Gigi Riva le potenzialità espresse fino ad allora, dando il là alla cavalcata trionfale tricolore.

  • 17 vittorie
  • 11 pareggi
  • 2 sole sconfitte
Il record assoluto di minor gol subiti – solo undici – in un campionato a sedici squadre.

Il tempo di gioire per questo evento storico è relativamente poco.

In estate ci sono i mondiali i Messico

Ferruccio Valcareggi non esitò a convocare sei giocatori del club isolano, quattro dei quali disputarono la finale mondiale contro il Brasile di Gerson, Rivelino e Pelè.

Come ogni fiaba che si rispetti è giusto ricordare, dopo cinquant’anni esatti, l’eccezionalità di un evento unico ed irripetibile.

I riscatto di una terra che aveva bisogno di un segnale forte per sentirsi parte integrante del paese e non una semplice appendice.

Il calcio, si sa, è un volano straordinario e socialmente trasversale.

Questa è la storia di un collettivo straordinario, ma in ogni orchestra che si rispetti i solisti possono deciderne  le sorti conferendole quel quid che può renderla memorabile in un determinato contesto storico.

Lo scudetto del Cagliari: Manlio Scopigno, il filosofo

Personaggio singolare e anacronistico per gli anni sessanta-settanta.

Manlio Scopigno arriva ad allenare il Cagliari dopo una discreta carriera agonistica interrotta bruscamente a Napoli dopo la rottura del legamento del ginocchio, non operabile all’epoca.

Dopo vari anni nella sua Rieti approda al Lanerossi Vicenza del suo amico Lerici che dopo il suo esonero suggerisce al club di promuovere il suo vice.

Scelta che gli spalanca le porte nella massima serie e due ottimi sesto e settimo posto in campionato che gli donano ottima visibilità.

Dopo un anno con esonero a Bologna nel 1967 approda a Cagliari.

Durante la tournèe precampionato estiva negli stati Uniti, però né combina una delle sue, urinando in un cortile durante una ricevimento presso l’Ambasciata.

Viene allontanato dalla guida del club, si prende un anno sabbatico e rientra sull’Isola al via della stagione 1968-69 ottenendo un promettentissimo secondo posto.

Il suo appuntamento con la storia è rimandato solo di un anno.

Nel 1970 raggiungerà l’apoteosi, pur non godendosi lo spettacolo dalla panchina per una squalifica di cinque mesi per un insulto ad un guardalinee.

Il resto della sua carriera tra una parentesi alla Roma e un ritorno a Vicenza poco importa perché il filosofo dissacratore, anticonformista e amante del whisky era riuscito ad abbattere il taboo della supremazia dei grandi club metropolitani.

Consacrando per sempre il suo nome nella storia, quella di un cavaliere solitario che abolendo i ritiri e responsabilizzando i giocatori aveva sconvolto con quell’aria trasognata i dogmi e i protocolli dell’epoca facendo saltare il banco alla grande.

Lo scudetto del Cagliari: Enrico Ricky Albertosi

Figlio d’arte viene catapultato sui campi di calcio dal padre, giocatore della Pontremolese e di li a breve l’esordio in prima squadra a soli quindici anni da predestinato.

Passato alle giovanili dello Spezia per non allontanarsi troppo da casa, viene acquistato a soli diciannove anni dalla Fiorentina.

Qui disputerà ben dieci stagioni, cinque di apprendistato alle spalle del mito Giuliano Sarti, e cinque da titolare imbattendosi nel suo padre putativo Ferruccio Valcareggi.

Anni importanti e formativi.

Tra l’esordio in nazionale con relativa disfatta coreana e un bagaglio di esperienza a cui si univano un talento straordinario e l’esuberanza mattacchiona tipica dei portieri.

Nel 1968 l’esordio al Cagliari insieme a Scopigno e percorso parallelo con tanto di record assoluto di gol subiti in un campionato.

Una fetta di cuore che rimarrà sempre legata a questi anni meravigliosi vissuti su un’isola affamata di calcio, fino alla cessione nel 1974 al Milan.

Con il Milan raggiunse lo scudetto della stella per poi imbattersi nella radiazione a vita dopo lo scandalo del calcio scommesse.

Temperamento guascone all’apparenza, ma umiltà, sentimenti e grande ricchezza d’animo non mancano in questo fresco ottantenne alfiere azzurro che nonostante ben quattro mondiali torna ancora a commuoversi ripensando a quel 12 aprile di cinquantenni fa.

Lo scudetto del Cagliari: GIGI ROMBO DI TUONO

Nato a Leggiuno in provincia di Varese settantacinque anni fa.

Il nome di Gigi Riva evoca già di per se la leggenda per tutto quello che ha rappresentato per l’Italia del pallone a cavallo tra i due decenni del boom.

Con i suoi centosessantaquattro gol nelle tredici stagioni trascorse da Re nella sua adorata Cagliari.

Un sodalizio che  testimonia un attaccamento d’altri tempi ad una maglia che Gigi indossò per la prima volta a soli diciannove anni, dopo aver militato due anni in serie C con Legnano, nel campionato cadetto contribuendo con otto reti alla promozione in Serie A.

Nonostante le ritrosie iniziali il bomber, mancino purosangue,  si inserì a suon di gol nell’ingranaggio rosso-blù.

Una piazza ambiziosa che gli garantì da subito una maglia da titolare e una rapida convocazione in nazionale, la prima per un giocatore del Cagliari.

Aggregatosi come apprendista nel disastroso mondiale inglese del 1966, si riscatto due anni dopo guidando l’Italia all’oro europeo

Lo fece con un gol nella decisiva finale bis dando il là al tripudio dell’Olimpico.

Fino ad arrivare al famigerato argento mondiale di Messico 1970 e al record ancora imbattuto di cannoniere azzurro di tutto i tempi con trentacinque reti.

Lo scudetto del 1970, che coincise con la seconda delle tre  classifiche dei capo-cannonieri, consacrò rombo di tuono a livello nazionale.

Lo schivo e riservato ragazzone del varesotto si lasciò andare ad una gioia senza precedenti facendosi adottare dall’isola che lo aveva formato calcisticamente ed umanamente.

Gigi non lasciò mai la sua squadra chiudendo lì la sua carriera, ricevendo prima la cittadinanza e poi la presidenza onoraria del club.

Una storia d’amore che raggiunge le sue nozze d’oro senza mai invecchiare.

Rammentando all’Italia pallonara che qualche annetto fa il calcio era un mondo dove le persone erano persone e le favole potevano avverarsi

Fabio Bandiera

Tempo di lettura: 2’00”

Foto tratta da: https://www.calciocasteddu.it/2020/04/12/figlio-mio-ti-racconto-una-fiaba-gli-eroi-del-cagliari-tricolore/

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